The Cure: la storia di "Three imaginary boys", parte 4
Pur offrendo momenti indimenticabili, la seconda facciata di THREE IMAGINARY BOYS è nel complesso più debole rispetto alla prima, tanto che quando si dovrà allestire un debutto americano per i Cure i brani sacrificati saranno tutti pescati fra i suoi sei (due soli i sopravvissuti). Parte benissimo, con una versione genialmente à la Devo dell’hendrixiana "Foxy Lady", ridotta a 2’24” di nevrotiche collisioni fra chitarra, basso e batteria,
ma poi si smarrisce nei troppi cambi di direzione di "Meat Hook"
e va a sbattere, facendosi male, nell’insolito (per quest’album) muro di suono di "So What": musicalmente banale e liricamente imperdonabile (Smith non riusciva a scrivere un testo e, ubriaco, utilizzò la pubblicità di un decoratore di dolci trovata sul retro di un pacco di zucchero: l’effetto è nefando).
"Fire In Cairo", "It's not you" e la traccia eponima dell'album sono però magnifiche, di quelle canzoni che da sole giustificano
l’acquisto di un disco.
"Fire In Cairo" è tutta giocata sul duetto fra la voce di Smith e il basso di Dempsey, con la solista che si limita a un ricamo qui e uno là.
"It’s Not You" evoca di nuovo i Jam, con la medesima potenza ma meno brio di "Object"
"Three imaginary boys" vede la voce, il basso, la batteria, l’elettrica strimpellata come fosse un’acustica viaggiare all’unisono sui sentieri di un giro elementare, di quelli che ti sembra di conoscere da sempre ma che non riesci mai a ricordare dove e quando
li hai ascoltati in precedenza. Quando verso il finale l’elettrica balza in primo piano, l’effetto è stordente, da volo al tappeto per il conteggio definitivo.
Qualche secondo di silenzio e poi, come con una certa frequenza accadrà con i Cd (ma all’epoca era una bizzarria), esce alla ribalta il brano “nascosto”, "The weedy burton". Meglio avrebbe fatto a rimanere dietro le quinte per sempre: una manciata di secondi da cowboy ubriachi a Las Vegas, country’n’western d’accatto buono per farsi qualche risata in cantina alla fine delle prove. Messo lì tanto perché nella mente dell’ascoltatore s’insinui un sospetto di “genio e sregolatezza”? Bisognerebbe chiedere a Mr Parry.
(4 - continua domani)
Il testo qui pubblicato è tratto da "The Cure - Tutti gli album", a cura di Federico Guglielmi, per gentile concessione dell'editore Il Castello.
