Rolling Stones, la storia di "I just want to see his face"
I Just Want to See His Face - 2:52
I Just Want To See His Face (Jagger-Richards)
Jagger: voce • Watts: batteria ••• Venetta Fields: cori • Clydie King: cori • Jesse Kirkland: cori • Jimmy Miller: maracas, tamburello • Bill Plummer: contrabbasso • Bobby Whitlock: piano elettrico
Registrazione giugno-ottobre, 30 novembre-dicembre 1971; gennaio-marzo 1972; Nellcôte, Villefranche-sur-mer, Francia; Olympic Sound Studios, Londra; Sunset Sound Studios, Los Angeles
Produttore Jimmy Miller
Fonici Glyn Johns, Andy Johns, Joe Zagarino
Il pezzo più atipico di "Exile" attacca mentre sta ancora sfumando la canzone precedente. "I Just Want To See His Face" è una sorta di gospel in stile New Orleans, e fa pensare che gli Stones abbiano ascoltato con attenzione un musicista come Dr. John,
che ha partecipato a "Let It Loose" e potrebbe avere contribuito anche a questo brano.
Secondo quanto dichiara Jagger, la canzone è nata da un’improvvisazione a tre fra lui, Watts e Taylor. Richards dovrebbe essere assente, e non è chiaro se a Nellcôte sia stato aggiunto qualcosa all’improvvisazione di base. La parte di piano elettrico (spesso attribuita a Richards o a Hopkins) è suonata da Bobby Whitlock. Nel suo libro "Exile On Main St." Bill Janovitz ha chiesto lumi a Whitlock, che ha confermato la circostanza e spiegato il motivo del mancato credito: “Sai, in quei giorni girava, ehm, parecchia droga. Quando ne ho finalmente parlato con Jimmy Miller – lavoravamo insieme per la mia carriera da solista, e ti parlo di anni dopo, erano passati almeno due o tre anni – be’ gli ho detto: ‘Voialtri non avete neanche messo il mio nome…’, e lui si è finalmente ricordato, ha detto: ‘Cavolo, sapevo che mancava qualcosa’. Ma ci era voluto così tanto tempo, sai, ci hanno messo un anno solo per registrarlo, e alla fine quindi sarà stato un anno e mezzo. Ed erano in Francia, poi in Inghilterra, poi da qualche altra parte, in diversi studi di registrazione. Quindi c’erano molte persone diverse che hanno partecipato in un modo o nell’altro”.
Il ricordo di Whitlock conferma che parte del lavoro per "Exile" è stato fatto in Inghilterra. Di sicuro, la sua parte di piano elettrico: Whitlock si trovava a Londra per partecipare all’album di Dr. John "The Sun, Moon & Herbs" (nel quale compare anche Jagger) quando ha suonato in "I Just Want To See His Face". Whitlock sostiene di avere registrato agli studi Olympic, ma l’album di Dr. John è stato realizzato ai Trident: è possibile che siano stati usati studi diversi ma non si può escludere che il musicista si sia confuso.
È difficile stabilire esattamente quali parti di "Exile" siano state registrate in Inghilterra. Dati i problemi fiscali del gruppo, è improbabile la presenza sul suolo inglese di uno o più membri degli Stones per un periodo prolungato di tempo.
Va ricordato anche che la grande quantità di materiale registrata a Nellcôte era in buona parte ancora da completare. Miller: “Abbiamo registrato almeno trenta tracce in Francia. Mick stava per diventare padre e continuava ad andare a Parigi a trovare Bianca, quindi restava solo Keith a buttare giù i riff. In molti pezzi, Mick si è aggiunto dopo. Abbiamo registrato gran parte dell’album in piena estate sulla costa francese, e in cantina c’era umidità e faceva caldo. Le chitarre non tenevano l’accordatura e spesso era difficile ottenere un buon suono di batteria. Molte delle canzoni finite sono arrivate dopo. Avevamo un sacco di basi ritmiche senza canzoni”.
Sulle sovraincisioni registrate a Los Angeles non ci sono dubbi particolari: i cori di Venetta Fields (indicata sull’album erroneamente come “Vanetta”), Clydie King e Jesse Kirkland (non “Jerry”, come riportato nelle note di copertina), e il
contrabbasso di Bill Plummer sono stati aggiunti durante le sedute ai Sunset Sound Studios. Fields, King e Kirkland sono stati scelti molto probabilmente su consiglio di Billy Preston, un esperto in materia gospel. "I Just Want To See His Face" è stata indicata da Tom Waits come il suo pezzo preferito degli Stones: “Ha avuto un grande impatto su di me. In particolare ho imparato a cantare in quel falsetto, come fa Jagger”.
Tratto, per gentile concessione dell'editore, da “Il libro nero dei Rolling Stones”, di Paolo Giovanazzi, Giunti.
