Canzoni italiane: “La fine dei vent’anni” di Motta
“La fine dei vent’anni” di Motta
da LA FINE DEI VENT’ANNI, Woodworm, 2016
È tutt’altro che uno sconosciuto Francesco Motta quando si prepara a esordire da solista: già voce dei Criminal Jokers, è stato in tour con Nada, Zen Circus e Giovanni Truppi, assorbendo vibrazioni da ciascuno di essi. Ma niente poteva far presagire l’eco ottenuto da LA FINE DEI VENT’ANNI, che vince la Targa Tenco come Miglior Opera Prima e viene seguito da un tour di grande successo, per trattarsi di un esordiente. Uscito nella stagione d’oro dell’indie-italiano-che-diventa-pop, Motta ne è irradiazione dal punto di vista esistenziale ma controcampo in termini musicali, riconnettendosi alla scuola indie cantautorale a cavallo tra anni zero e Dieci, intercettandone l’urgenza di rinnovamento in un tempo in cui disimpegno e visione “leggera” stanno diventando imperanti. Come si dice nella simpatica parodia dei YouTuber Le Coliche: “L’indie è morto? no, l’indie è Motta”.
La canzone che dà il titolo all’album è composta da una manciata di versi e tanto silenzio. Sono periodi scarni e circolari, aforismi autosufficienti, non connessi tra loro da un’evoluzione narrativa ma liberamente associabili a un universo di significato. L’io parla confidenzialmente al suo destinatario (“amico mio”) portando a galla una comunanza, il sapere di esistere in un tempo particolare, che non lascia molte chance, fatalmente sfortunato: “A volte è solo / questione di fortuna / ma per traslocare due volte in un mese / c’è bisogno di tranquillità”. La canzone è immersa in un radicato senso di inadeguatezza, evocata nel paragone con la ricerca di un parcheggio mentre si è in ritardo: non c’è disperazione in questa descrizione, ma solo pallida amarezza, venata di rassegnazione e persino di una lieve ironia che ha lo scopo di far da collante nella sfiga.
C’è poi la riflessione sul tempo, sviluppata dall’evocativo titolo del brano: l’avvicinarsi alla soglia dei trenta costringe a riconoscere il proprio disallineamento rispetto al cronoprogramma che la società riterrebbe “normale”, così mentre le ombre si allungano, Motta canta il desiderio reiterato di una generica fuga verso orizzonti migliori, frenata però sempre da un gancio, un legame affettivo o familiare o persino una ragione più oscura che fa rimandare il momento: “Amico mio sono anni che ti dico andiamo via / ma abbiamo sempre qualcuno da salvare / o da baciare”. Impotenza, disillusione e tempo che resta incantato: una circolarità ipnotica e un po’ mesta resa ottimamente dalla progressione musicale, con reminiscenze dei R.E.M. di NEW ADVENTURES IN HI-FI (1996) e di Riccardo Sinigallia, produttore dell’album.
Finito il secondo ritornello, il giro armonico riparte da dove era cominciato. Compare qualche coro, una trama di archi, ma nient’altro di eccezionale, non un climax finale, non un assolo: solo strati di vita che si accumulano, tornano a ruotare attorno a un fulcro vuoto. Mentre gli anni sfumano alle spalle carichi di sogni nemmeno avviati, La fine dei vent’anni cristallizza l’eccezionale ordinario di un’era che si dissolve, il momento esatto in cui si inizia a prendere coscienza della dimensione ‘ordinaria’ del vivere, che il sogno a lungo termine della gioventù si sta assopendo di fronte all’esistere giorno per giorno. In mezzo resta ciò che conta: l’essere comunque due (o almeno due), esistere come “noi”, impegnati a raccontarci e a darci forza nel momento in cui, coscientemente, iniziamo a cercare di tenere il tempo di questo incedere ciclico nel vivere. Mentre l’ombra si allunga, amico mio.
(di Francesco Motta / © Ala Bianca)
La scheda è tratta, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, da “Unadimille – 1000 canzoni italiane dal 2000, raccontate”, edito da Arcana, al quale rimandiamo per le altre 980 schede.
(C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s.
