No, Vasco non è mai arrivato ultimo a Sanremo

Sfatiamo uno dei falsi miti della musica italiana, tra i più radicati nella coscienza collettiva del paese.
No, Vasco non è mai arrivato ultimo a Sanremo

È uno dei falsi miti della musica italiana, così radicato nella coscienza collettiva del paese: l’ultimo posto di Vasco Rossi al Festival di Sanremo. Una leggenda metropolitana che va sottobraccio con altre false credenze affini, su tutte l’ultimo posto di Zucchero. Intanto: di quale Festival di Sanremo stiamo parlando? Il rocker di Zocca ha partecipato alla kermesse come artista in gara due volte: nel 1982 e nel 1983. Esordì sul palco dell’Ariston con “Vado al massimo” (di cui a gennaio ha festeggiato il quarantennale), nella terza edizione condotta da Claudio Cecchetto (che a 29 anni non ancora compiuti aveva alle sue spalle già altre due edizioni del Festival, quella del 1980 e quella del 1981 – Amadeus di anni ne ha 59, trenta in più, e Cattelan a 41 anni prima di arrivare a Sanremo dovrà passare per il battesimo di fuoco dell’Eurovision), quell’anno affiancato da Patrizia Rossetti. Vasco tornò poi in gara l’anno successivo, con la canzone che consacrò la sua carriera dopo i primi album e lo consegnò tra le braccia del grande pubblico: “Vita spericolata”. In nessuna delle due edizioni arrivò ultimo: tutt’altro.

La prima partecipazione di Vasco al Festival di Sanremo

La prima partecipazione di Vasco in gara al Festival di Sanremo, quella dell’‘82, fu per il rocker emiliano un successo. Quando Rossi accettò di mettersi in gioco al Festival, accettando l’invito dell’allora patron e direttore artistico della kermesse Gianni Ravera, aveva all’attivo quattro album – “Ma cosa vuoi che sia una canzone”, “Non siamo mica gli americani”, “Colpa d’Alfredo” e “Siamo solo noi” – che gli avevano permesso di riscuotere, trent’anni prima dei social e dello streaming, un discreto seguito per lo più intorno all’Emilia-Romagna: “Andavo bene con i concerti, ma mi conoscevano per lo più a livello regionale, in Emilia, un po’ in Lombardia e un po’ in Piemonte”, avrebbe ricordato lui. L’obiettivo che Vasco si era posto non era certo quello di vincere, ma di conquistare la platea nazionale: “Mi serviva, certo. Ma quello che volevo io soprattutto era sbalordirli, provocarli, scuotere in loro un’emozione, dissacrare quel palco con ironia e provocazione. Ero certo che avrei colpito e, nel bene o nel male, affondato, chi dalla platea del teatro a quella della tv mi guardava (anche se pochi allora dichiaravano di guardare il Festival, in realtà tutti mi avevano visto)”. Rossi fu uno dei tanti esordienti di quell’edizione, insieme a – tra gli altri – Christian, Fiordaliso, Mario Castelnuovo, Milk and Coffee, Plastic Bertrand, Roberto Soffici, Viola Valentino e lo stesso Zucchero, che quell’anno, ben prima di diventare il bluesman amatissimo a livello internazionale, dopo aver collaborato come autore con Rinaldo Del Monte e Fred Bongusto e aver vinto il Festival di Castrocaro, si presentò al Festival di Sanremo con “Una notte che vola via”.

Cosa prevedeva il regolamento di Sanremo '82

I 30 partecipanti di quell’edizione erano divisi in due categorie: la “Squadra A”, composta da 16 cantanti, e la “Squadra B”, composta da 14 cantanti ammessi automaticamente alla finale. Della prima facevano parte per lo più emergenti, compreso lo stesso Vasco Rossi, sottoposti a giudizio delle giurie. Ma del girone faceva parte anche un’istituzione festivaliera come Claudio Villa, che a 56 anni decise di tornare in gara alla kermesse – che aveva già vinto quattro volte, nel ‘55, nel ‘57, nel ’62 e nel ’67 – a distanza di dodici dall’ultima partecipazione. Fu proprio il cantante a chiedere insistentemente a Ravera di poter partecipare al Festival con “Facciamo la pace”, nonostante la rosa dei partecipanti fosse stata già chiusa, avrebbe raccontato qualche anno più tardi Claudio Cecchetto. Fu il conduttore a suggerire al direttore artistico di inserire Villa nel girone dei giovani, dicendosi sicuro che non corresse alcun rischio di essere eliminato. Accadde invece che “Facciamo la pace”, una canzone con la quale il cantante provava a mischiare la classicità dei suoi successi degli Anni ‘50 con sonorità più aggiornate (e che suonava come un congedo: “Mi son creduto sempre un uomo vincitore / qualunque donna con un gesto è stata mia / un elegante primo attore”, cantava – Villa morì cinque anni più tardi), non convinse le giurie, che preferirono promuovere esordienti come Christian, Viola Valentino e lo stesso Vasco Rossi. Claudio Villa fu eliminato. Nella Città dei Fiori scoppiò un putiferio: la voce di "Buongiorno tristezza" chiese di indagare sulla composizione delle giurie e sui meccanismi di voto e arrivò a un passo dal chiedere la sospensione del Festival, che si concluse con la vittoria di Riccardo Fogli con “Storie di tutti i giorni”, il secondo posto di Al Bano e Romina Power con “Felicità” e il terzo posto di Drupi con “Soli”.

Come nasce la leggenda dell'ultimo posto

La posizione di Vasco Rossi in classifica non venne mai svelata (così come quella di Zucchero), poiché gli organizzatori proclamarono solamente il primo, il secondo e il terzo classificato: ma nella classifica le canzoni finaliste che non erano arrivate sul podio vennero scritte in ordine alfabetico e “Vado al massimo” finì in fondo all’elenco, subito dopo “Una notte che vola via” di Zucchero. Tra i non finalisti, oltre a Claudio Villa, anche Orietta Berti: “Alla finale del sabato sera ci sono arrivato e questo a me bastava e avanzava. Ad aprile uscì il mio quinto album ‘Vado al massimo’, con pezzi molto provocatori come ‘Sono ancora in coma’, ‘Cosa ti fai’ e brani del peso di ‘Ogni volta’ e ‘Canzone’ e il calendario di date live si infittiva”, avrebbe ricordato Rossi. Nel 1983 il rocker tornò dunque in gara al Festival “per riconoscenza nei confronti di Gianni Ravera, che mi aveva dato carta bianca, e solo perché avevo la canzone giusta”. “Vita spericolata” al Festival fu poco compresa. Inserito stavolta dagli organizzatori non più nel girone degli emergenti ma in quello dei big – insieme a, tra gli altri, Pupo, Dori Ghezzi, i Matia Bazar, Gianni Morandi e Toto Cutugno, quell’anno in gara con “L’italiano” – Vasco riuscì ad accedere direttamente alla finale, dove “Vita spericolata” ottenne appena 1.932 voti dalle giurie e si classificò al 25esimo posto su 26 finalisti – ultimo classificato fu Pupo con “Cieli azzurri” e 36 partecipanti totali. A vincere fu l’esordiente Tiziana Rivale con “Sarò quel che sarà”, seconda l’altrettanto esordiente Donatella Milani con “Volevo dirti”, terza Dori Ghezzi con “Margherita non lo sa”. Il brano si prese però la sua rivincita nelle classifiche di vendita dopo il Festival, insieme ad altri brani che non arrivarono sul podio, da “Vacanze romane” dei Matia Bazar a “L’italiano” di Toto Cutugno, passando per “1950” di Amedeo Minghi, che non arrivò neppure in finale.

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