Jethro Tull, 'The Prog Years Tour' finalmente in Italia: la recensione
Solcando l'ingresso del Colosseo dopo il controllo d'ordinanza del lasciapassare verde, la mente di chi scrive ritorna prepotentemente a quella sera del novembre 2016 in cui si esibirono qui in teatro gli altri luminari della scena progressive inglese, ovvero i King Crimson. La formazione a sette elementi (di questi tre erano batteristi) sospinta dalla presenza perfettamente statica di Robert Fripp fu ovviamente impeccabile nell'esecuzione, nonostante la troppa amplificazione degli strumenti avesse a tratti invalidato la resa complessiva dei brani del 'The Elements Of King Crimson Tour'. Quella volta capitò che, tra un accordo e l'altro, Fripp si dilettò a puntare un raggio laser su chiunque fosse stato da lui colto a filmare o fotografare il concerto, gesto che avrebbe provocato il pronto intervento degli addetti alla sicurezza (l'invito a non usare gli smartphone durante il concerto era stato raccomandato specificamente fino a un secondo prima dell'inizio).
Manco a farlo apposta, prendendo posto in platea in questa serata di quasi sei anni dopo, è proprio "21st Century Schizoid Man" a fuoriuscire dalla playlist scaldatimpani che anticipa la presa del palco dei Jethro Tull, in un Colosseo sorprendentemente ricolmo di umanità (in barba all'alienante fobia pandemica).
L'arrivo on stage dei musicisti che oggi formano il nucleo più moderno dei Jethro Tull è accolto da un plauso si può dire liberatorio, visto e considerato che il 'The Prog Years Tour' era stato rimandato più volte per i motivi più ovvi, tra quarantene e via discorrendo. Ad accompagnare Ian Anderson in questo viaggio esplorativo della storia della band, tra inevitabili classici e brani meno noti, ci sono il canuto David Goodier al basso, l'impeccabile, ma un po' troppo composto Scott Hammond alla batteria, il tastierista John O'Hara, ma soprattutto quel chitarrista estremamente capace che è il giovane Joe Parrish, classe 1995. La formazione apre brillantemente il set con la nota "Nothing Is Easy" (dal secondo album 'Stand Up'), il cui titolo si confà esaurientemente alla difficoltà di questi tempi straniti e sospesi. Malgrado qualche iniziale problemino tecnico riscontrato da Anderson col suo flauto, il primo aspetto a emergere con forza è la perfetta organizzazione dei suoni che scaturisce dal palco su cui Anderson intrattiene i presenti sfoggiando un'invidiabile agilità fisica (non è mancata la classica posa su una gamba sola), canzonando, di fatto, quei settantaquattro anni di età che sembrano non pesargli minimamente. Il dominio sulla sua performance si è sempre più rinvigorito attraverso le epoche che sono andate dissolvendosi a partire dal debutto 'This Was', uscito nell'ormai remoto 1968. Lo stesso anno, tanto per capirci, in cui i Beatles erano ancora assorti nel fermento compositivo incanalato nel 'White Album' e due band come Black Sabbath e Led Zeppelin dovevano ancora esordire discograficamente. Anderson e i Jethro Tull erano già lì.
Il concerto prende a scorrere al meglio tra una "Love Story", una "Thick As A Brick" e una "Living In The Past", ma qualcosa, tuttavia, comincia a puntellare i nervi del cantante. Proprio come Robert Fripp, nemmeno lui tollera (come dargli torto) i telefoni puntati addosso alla sua silhouette. Il sommo leader dei Tull comincia a sbracciare con sdegno verso alcuni spettatori ("Stop it!" lo si sente dire). La cosa continua senza alcun ritegno, tanto che il concerto viene interrotto per qualche minuto e Anderson perde le staffe, minacciando di andarsene se il pubblico non si darà una regolata. Con tutto ciò, la maestria esecutiva di "Hunt By Numbers" (dall'album del 1999 J-Tull Dot Com), la bachiana "Bourrée In E Minor", più "Black Sunday" e la toccante "My God", dal capolavoro 'Aqualung', portano a compimento il primo set. Dopo una pausa durata forse più del dovuto, si riprende con una magnifica versione di "Clasp", dal non troppo galvanizzante 'The Broadsword And The Beast' del 1982 (che Anderson considera nondimeno uno degli album migliori della storia del gruppo), cui fanno seguito "Wicked Windows" e la title track di 'The Zealot Gene', il nuovo album uscito in gennaio. Nel presentare il brano, Anderson muove una corretta critica nei confronti dei social network, cogliendo anche l'occasione per ironizzare su come 'Zealot...' abbia esordito con successo nella Top 10 di diversi Paesi, ma non in Italia. "Pavane in F-Sharp Minor" di Gabriel Fauré anticipa un'infuocata "Songs From The Wood", per l'occasione accompagnata da un visual che ritrae un Anderson degli anni Settanta mentre canta a sincrono la medesima traccia. Non desta però particolare clamore la versione rimaneggiata di "Aqualung", cosa che a "Locomotive Breath" riesce invece molto bene nel bis finale. Il Colosseo sussulta, seppur col fiato mozzato dalle obbligatorie maschere FFP2, ma ormai si è giunti alla fine, nello specifico alla fine di un grande concerto, chiuso magistralmente dalle note di "The Dam Busters March", tema principale de 'I Guastatori delle Dighe" (The Dam Busters nell'originale), pellicola bellica del 1955 diretta da Michael Anderson.
La band si inchina più volte nel salutare il pubblico con metodo teatrale, ma gli applausi, ampiamente meritati, se li prende tutti lui, Ian Anderson. Una statua vivente atta a raffigurare l'entità intangibile degli "anni del prog".