Suonando la California: It's A Beautiful Day, "It's a beautiful day"

Un viaggio di tre settimane fra gli album epocali del "San Francisco Sound", raccontati da Maurizio Galli e Aldo Pedron
Suonando la California: It's A Beautiful Day, "It's a beautiful day"

It’s a Beautiful Day – IT’S A BEAUTIFUL DAY (Columbia, CS 9768, Lp, 1969)

Lato A: White Bird / Hot Summer Day / Wasted Union Blues / Girl with No Eyes
Lato B:Bombay Calling / Bulgaria / Time Is 

Mitchell Holman (basso); Val Fuentes (batteria); Hal Wagenet (chitarra); Bruce Steinberg (armonica); Linda Laflamme (organo, piano, celeste, harpsichord); David Laflamme (voce, violino); Pattie Santos (voce, tamburino, percussioni)

Il primo album dei californiani It’s a Beautiful Day viene considerato a ragione un classico del San Francisco Sound – sia dal punto di vista tecnico che compositivo si tratta di un album decisamente ispirato. A ciò bisogna aggiungere che ci troviamo dinanzi a una formazione decisamente inconsueta per l’epoca in cui venne registrato. Quattro uomini e due donne, di cui una, Linda LaFlamme, polistrumentista nonché figura fondamentale per la definizione del caratteristico sound della band. La precisazione sul numero di componenti femminili nella band è dovuta in quanto non erano molte le band in quel periodo ad avere in organico due donne (a memoria vi erano Dan Hicks & His Hot Licks, Joy of Cooking e gli Sly & The Family Stone). A fianco della LaFlamme, nel ruolo di principale performer nonché fondatore del gruppo, troviamo il marito, il violinista David LaFlamme.

La storia della band merita di essere raccontata, seppur brevemente. Gli It’s a Beautiful Day nascono a San Francisco nel 1967 dalle ceneri della Electric Chamber Orkustra di Robert Kenneth “Bobby” Beausoleil, la cui produzione creativa nel corso della sua vita è stata in gran parte oscurata dal fatto di essere stato un collaboratore e complice di omicidi di Charles Manson alla fine degli anni Sessanta. La musica prodotta da questa band, ben in anticipo rispetto a una delle mode europee, è un’inedita miscela di stili di musica psichedelica rock, classica, jazz e mediorientale. 

La loro storia ha avuto una partenza a dir poco tribolata. Non riuscendo a trovare date a San Francisco si spostano nella lontana Seattle (all’Encore Ballroom). Come se non bastasse, il loro primo manager, Matthew Katz, non fu loro quasi mai d’aiuto a parte l’aver suggerito il nome della band. A inizio 1968 viene pubblicato il loro primo singolo, "Bulgaria"/"Aquarian Dream", che però non viene distribuito a San Francisco. Il vaso a questo punto trabocca e la band decide di chiudere la collaborazione con Katz. 
La strada sembra essere una sola: ritornare dove tutto ha avuto inizio, San Francisco. Una volta a casa trovano ad aspettarli la loro grande chance, Bill Graham, che gli offre di aprire il tour di addio dei Cream all’Oakland Coliseum. In quell’occasione ricevono recensioni entusiastiche della critica e ottengono un grande successo di pubblico, e finalmente anche un contratto discografico con la CBS.

Ma torniamo al disco. 
Vi ritroviamo "White Bird", composta ai tempi di Seattle, che diventa la canzone più famosa dell’album, quella in grado di rivelare la straordinaria creatività del violino di David LaFlamme e la voce armoniosa e grintosa di Pattie Santos.

Mai come ora l’uccellino bianco può dischiudere le ali verso un futuro colorato e ricco di aspettative: “White bird must fly/ Or she will die”. Dopo "White Bird" è la volta della suggestiva "Hot Summer Day" e a seguire un repentino cambio di stile; distorsioni, suoni duri e acidi aprono la strada a "Wasted Union Blues", brano che a suo modo strizza l’occhio all’hard rock. Qui oltre ai suoni distorti del violino e della chitarra entra in gioco l’armonica di Bruce Steinberg.
Si torna alle atmosfere oniriche e rarefatte tipiche degli hippie californiani con "Girl with No-Eyes", sottolineate dal clavicembalo di Linda Laflamme.

La seconda facciata del disco si apre con "Bombay Calling", senz’altro uno dei migliori strumentali usciti in quegli anni. Segue "Bulgaria", in cui psichedelia e influenze classiche si fondono nella lenta progressione circolare del brano. Ancora una volta è il violino di LaFlamme a toccare le vette del brano magistralmente coadiuvato dalle armonie dei cori e dal testo – “Set free all the love within you tonight/ Open up your mind / Go sleep on the moment you were born / And open up your mind / Go sleep on the moment time was born” – e dalle incalzanti percussioni.  Jazz che si mescola al prog, alla psichedelia e al rock, oltre nove minuti di jam, assolo di batteria, giri di basso ipnotico, accelerazioni e repentini rallentamenti per il brano di chiusura dell’album, "Time Is".

Un totale di sette tracce in cui la band dimostra di sapersi muovere con leggiadria, passione e creatività, attraversando generi differenti come musica classica, jazz, folk, musica indiana e prog. La band è in grado di creare arrangiamenti fantasiosi e affascinanti, come un colorato caleidoscopio.
L’album raggiunse la quarantasettesima posizione (21 giugno 1969) della classifica statunitense "Billboard 200". Inoltre la copertina dell’album, realizzata dalla Globe Propaganda di George Hunter e basata su un quadro di inizio Novecento del pittore Charles Courtney Curran, è stata inserita dalla rivista musicale specializzata «Rolling Stone» al numero 25, tra le migliori di sempre.

Il testo di questo articolo è tratto da "L'onda sulla baia", di Aldo Pedron e Maurizio Galli, Arcana edizioni.  (C) 2021 Lit edizioni S.a.s. per gentile concessione

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