Cristiano De André: la voce dolente di un figlio d’arte

Le canzoni del figlio di Fabrizio De André, professione musicista
Cristiano De André: la voce dolente di un figlio d’arte

Sentirsi continuamente in bilico, sul filo tirato della vita. Sempre lì lì per cadere, con la terra che si muove sotto i piedi, quando non sai come bilanciare il peso e cerchi in ogni modo di opporre resistenza. O come se fossi un cubo spigoloso a cui è stato chiesto di entrare, restare e adattarsi in uno spazio dalle pareti convesse. E ad ogni piccolo movimento ci sbatti contro, senza riuscire mai a trovare il tuo posto, accompagnato da un continuo e comune senso di inadeguatezza alle relazioni, alla quotidianità, alla società, alla vita, e a te stesso.

Dal 1990 al 2013 c’è una lunga traccia di tutto questo nelle canzoni di Cristiano De André: nel giorno del suo cinquantasettesimo compleanno, proviamo a passarci attraverso. 

Giulia Zichella (a cura di www.lisolachenoncera.it)

“In cosa credere” (“L’albero della cuccagna”, 1990)

Secondo album da solista per Cristiano De André con il meglio del meglio di allora ad accompagnarlo: alle tastiere e pianoforte Vince Tempera (che è anche produttore dell’album), Ares Tavolazzi al basso, Ellade Bandini alla batteria. "Non so più in cosa credere", ripete come una litania, e la soluzione, quella più immediata e facile, la prima a venire al pensiero, è la fuga. "Magari scappare via, magari solo io e te", e l’amore è quindi rifugio, comprensione, un alleato con cui allontanarsi da tutto il resto.

“Gabbia” (“L’albero della cuccagna”, 1990)

Il brano chiude il disco del 1990, testo e musica sono di Cristiano e di Carlo Fiacchini, fondatore dei Tempi Duri. Dalle stesse parole di Fiacchini, la gabbia in questione è la Berlino Est, e con lei il giardino di filo spinato, "la gabbia in cui sono nato senza un motivo", il grande mare di cemento (il muro), la condizione stessa di sopravvivenza di chi era dalla parte “sbagliata” del mondo di quegli anni. Non è difficile traslare l’immagine tangibile di muri e filo spinato verso quella più metaforica della condizione dell’esistenza umana, costretta spesso dentro sbarre per lo più invisibili, con recinzioni, fili e lacci a stringere e costringere.

“Invincibili” (“Canzoni con il naso lungo”, 1992)

Il testo è di Massimo Bubola e in un’intervista Cristiano raccontò le atmosfere che ci aveva voluto mettere dentro, figlie dei suoi sedici anni e degli amici della compagnia di teatro a Genova, gli stessi che lo allontanarono da "una storia sbagliata". Eppure, per uno strano gioco del destino, sembra parli solamente di loro due, il padre e il figlio, nel sentirlo in questa interpretazione al Teatro Brancaccio di Roma (febbraio ’98), solo un anno prima che Fabrizio morisse. I bar, il porto, la loro città, i silenzi, l’assassino senza nome (la morte?), "bevevi troppo, fumavi un po’…perso nella tua musica". Un testamento prematuro, così profondo e reale, scritto però dalle mani di qualcun altro.

“Ciò che ci resta” ("Sul confine", 1995)

Beppe Quirici, produttore del disco, al basso, Phil Palmer alle chitarre, Elio Rivagli alla batteria.

Un certo Eugenio Finardi a firmare il testo del brano. La condizione iniziale è quella di chi non rischia mai, segue il suo binario sempre diritto, osserva le pareti del suo acquario pensando che il mondo si fermi lì, senza una vera meta, “navigando a vista”, come se l’unica fatica vera da fare sia lasciarsi trasportare dalla corrente; e in questo accomodarsi nel percorso che la vita ha scelto per noi è la stessa Stella Polare a essere "un diamante di mare che non indica più dove andare". E poi arriva lui, il sentimento, l’anima inquieta di lei, e dietro i suoi occhi la vera meta, e tutto si riempie di senso, e cambia il vento.

“Cose che dimentico” (“Sul confine”, 1995)

Le parole sono di Fabrizio De André e Carlo Fiacchini, la musica di Cristiano. Che sia una malattia che debilita o una dipendenza che annienta, che siano le corsie vuote di un ospedale o i letti bui di luoghi lontani dal mondo dei “vivi”, sono i dimenticati ad essere raccontati dalle voci di padre e figlio, che si incastrano senza soluzione di continuità, come fossero la stessa. Prime strofe a Cristiano, seconde di Fabrizio, fino a quel “qui nel reparto intoccabili” dove si dà vita a un meraviglioso passaggio di voci che ci porta verso il finale: "Viviamo come destini / e tutti ne sentiamo il gelo". Come sempre nelle canzoni di De André, lo sguardo dal piccolo e vicino, da una storia unica e personale, si allarga e parla di noi tutti.

“Notti di Genova” (“Sul confine”, 1995)

"È la vita intera che grida dentro": un ritratto amaro, dolente ma appassionato, dove si mischiano gli amori per quei vicoli che sai a memoria e per una donna e la sua assenza. O forse quella figura femminile è proprio la città, le sue ciminiere che ansimano, il soffio caldo della macaia come se fosse una voce, l’anima naufragata, perché è del mare che Genova vive. E l’uomo che ci cammina dentro la conosce, la ama, la ricorda, e la soffre, come se fosse capace di vederla da lontano e, insieme, da vicinissimo.

“Lady Barcollando” ("Scaramante", 2001)

Quando è la stessa società a barcollare, a perdere l’equilibrio, a non sapere dove dirigere i propri passi, se ci vivi dentro hai due scelte: prendere il suo stesso ritmo, e perderti, o ritirare su le spalle e provare ad indicare una strada. "Mentre Lady barcollando distribuisce civiltà / civiltà fatta di menzogne, di eserciti, di carogne" è la più chiara e limpida espressione di quale fosse l’intenzione di De André all’epoca. È forse questa una delle canzoni più politiche e schierate della sua produzione discografica.

“Fragile scusa” (“Scaramante”, 2001)

Non si può non fermarsi a pensare che questo "Scaramante" è il primo disco di Cristiano dopo la morte, l’11 gennaio 1999, di Fabrizio. Non è un disco di dolore o catarsi, ma se ci sono (e ci sono) la gran parte è dentro questa canzone. "Mi sono perso e ritrovato / nelle vie che mi han cresciuto / perso nel buio, salvo per caso", perché non c’è altro che buio quando un padre ti abbandona, e perderti mille volte per le strade che hai percorso al suo fianco, per poi ritrovarsi, è il faticoso esercizio del cuore che sembra riuscirti meglio. Che sia un amore, un amico, o il caso a “salvarti” e riportarti alla luce, poco davvero importa. "Quanto tempo ci vuole per capire l’amore / e poi quanto dolore per capire me".

“Sempre anà” (“Scaramante”, 2001)

"Ma i miei castelli adesso non ci sono più / son scivolati via / e le mie dita inseguono gli accordi / di questa vita che non so dove mi porti".

 Gli echi della risacca di "Crêuza de mä" sono evidenti (testo e musica sono di Cristiano e Mauro Pagani), ma non stonano alle orecchie, non c’è imitazione o ricordo forzato: c’è il senso di smarrimento, la strada che non sai più qual è, il futuro che sembra non abbia giorni limpidi davanti; e gli accordi, la musica che prima era casa e rifugio, che ora va inseguita come se anche lei non fosse più la compagna fedele. "Ma ci vedremo nel mezzo del mare / sopra un’onda che non può tornare / sempre andare, andare andare".

“Vivere” (“Come in cielo così in guerra”, 2013)

Prodotto da Corrado Rustici, esce nell’aprile 2013 "Come in cielo così in guerra", dodici anni dopo l’ultimo album di inediti (in mezzo "De André canta De André", volume I e II). Un disco doloroso, per il declino sociale e morale della "Lady Barcollando" che qui diventa uno dei fulcri tematici; e per quella continua e faticosa lotta con i propri diavoli - "vivere, fosse stato più facile" -, un dolore che ha sull’altro piatto della bilancia sempre e comunque l’amore, che sia vicino o ricercato.

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