Il progressive dopo il 1974: Rick Wakeman 

Un estratto dal libro "Storia del progressive rock"
Il progressive dopo il 1974: Rick Wakeman 

Dopo aver lasciato gli Yes nel 1974, la vita di Rick Wakeman era stata a dir poco movimentata. A gennaio aveva eseguito in anteprima la sua extravaganza di rock orchestrale, "Journey to the Centre of the Earth", alla Royal Festival Hall. Ma sarebbe potuto andare in pensione anticipata e permanente, quando presentò "Journey" sul palco del Crystal Palace Bowl a luglio: alla fine dello spettacolo collassò, e il giorno dopo fu ricoverato al Wexham Park Hospital a seguito di un attacco di cuore - all’età di venticinque anni. Rimase in ospedale per alcune settimane, e mentre era in convalescenza scrisse "The Myths and Legends of King Arthur and the Knights of the Round Table", e una volta guarito portò avanti il progetto.

Wakeman ricorda di aver avuto conversazioni con David Bowie sul puro e semplice fatto che, se si hanno soldi, si hanno meno possibilità di scendere a compromessi, e l’unica ragione per cui "Journey" è stato realizzato è che Wakeman è stato in grado di metterci soldi di tasca propria: «La casa discografica non voleva che facessi "King Arthur", ma le parole di David Bowie continuavano a riecheggiarmi nelle orecchie – devi fare quello in cui credi», dice. E l’album era un altro miscuglio di fonti storiche e racconti, ma questa volta senza la parte narrata.

L’idea iniziale era quella di eseguire l’album dal vivo al castello di Tintagel in Cornovaglia, uno dei luoghi legati alle leggende arturiane, ma Wakeman ebbe problemi di carattere pratico: il castello in sé è arroccato su uno sperone roccioso ed è collegato alla terraferma da uno stretto ponte, il che lo rende un incubo per la salute e la sicurezza. Se il concerto si fosse tenuto in un campo attiguo, Wakeman avrebbe comunque avuto problemi a risolvere la faccenda con il ducato di Cornovaglia, che possedeva la terra.
«Credetemi, prima o poi accadrà, dovessi comprare la Cornovaglia per farlo», annunciò Wakeman a Chris Welch. «Sono convinto che possa funzionare a meraviglia anche senza irritare nessuno che abiti lì». Così, Wakeman scelse invece l’opzione più pratica rappresentata dai locali londinesi, pensando in particolare alla Wembley Arena. Quando era pronto a prenotarla, l’Arena si stava preparando per un evento di pattinaggio su ghiaccio, e la superficie della Empire Pool che normalmente avrebbe ospitato i posti a sedere era stata congelata. Di conseguenza, in modo pragmatico, Wakeman trasformò il concerto in uno spettacolo su ghiaccio.

"Journey to the Centre of the Earth" aveva toccato i tasti giusti, nel pubblico, e in maniera piuttosto cinematografica, e "King Arthur" volò al numero due delle classifiche degli album più venduti nel Regno Unito – ma rimane il fatto che è molto kitsch, non lo si può negare. Wakeman aveva preso elementi in prestito dall’arte “aulica”, usando una narrazione di stampo operistico che, come per l’opera, richiedeva grande sospensione dell’incredulità. Il modo migliore per approcciarsi al progetto era considerarlo semplicemente un intrattenimento di carattere leggero, anche se non venne presentato come tale. In fin dei conti era l’ennesimo esempio di un’orchestra che suonava come se fosse stata appiccicata sopra una performance rock, con un’evidente pretesa di grandeur e la storia ridotta a banali testi rock.

Guardando adesso le riprese, si nota che, mentre il gruppo, il coro e l’orchestra occupano un sacco di spazio, non era proprio uno spettacolo pensato per lo spettatore, con cavalieri che brandivano spade finte, pattinavano e di tanto in tanto si scontravano in duello, e Ginevra che si esibiva da sola in qualche piroetta sul ghiaccio: il tutto sembrava leggermente patetico. E se Wakeman si era visto obbligato a investire una grossa fetta di denaro nella realizzazione di "Journey to the Centre of the Earth", il costo della stramberia di "King Arthur" gli procurò debiti notevoli.

Il lavoro suddetto era lontano anni luce dalle concise e affascinanti cornici strumentali di "The Six Wives of Henry VIII". Per comporre quell’album, Wakeman aveva letto molto sulle mogli in questione, e aveva lasciato che la musica si formasse nel suo inconscio come reazione impressionista alle storie delle loro personalità, delle loro vite e le loro vicissitudini, e non come una banale allegoria musicale in cui ogni episodio musicale rappresentava qualcosa di specifico, sorta di versione rock della musica a programma. Con "King Arthur", invece, era diventato tutto troppo letterale. Nelle foto promozionali Wakeman sembrava spassarsela, ritratto accanto ai menestrelli in cotta di maglia del suo English Rock Ensemble, boccale di peltro in mano, e sfoggiando un cappello a punta come un odierno Merlino – incarnazione del Mago delle Tastiere anni Settanta.

L’album ricevette recensioni contrastanti. Ian MacDonald di "New Musical Express" era uno dei giornalisti che non ne rimase colpito: "Se la tua idea di divertimento è ascoltare un corposo coro di voci basse che cantano solennemente di essere la Dama del Lago... allora, giovanotto, questo fa per te" e continua: "Se Rick Wakeman ha qualcosa che lo salva, è che non prende questa merda troppo seriamente, il che è legittimo, con i gusti da bevitore di birra che ha. Di fronte a incongruenze come contrapporre le voci “giuste” del serissimo English Chamber Choir alle rauche pochezze dei rocker Ashley Holt e Gary Pickford Hopkins, il giovane Rick ordina un altro giro, abbassa la testa e si carica, giù, sopra e sotto ogni tastiera nelle vicinanze. (Salute.) Più che fare 'assoli' si limita a riempire gli spazi vuoti sulla partitura con quante più note diverse, nella tonalità di riferimento, che riesce a trovare in un certo lasso di tempo".

Wakeman aveva da poco interpretato Thor nel film di Ken Russell "Lisztomania", con Roger Daltrey nel ruolo di Franz Liszt. Forse ispirato dagli alti e bassi artistici del regista, Wakeman aveva pensato di realizzare "King Arthur" a guisa di film comico, con Tommy Cooper nei panni di Merlino e Harry Secombe in quelli di Sir Galahad: ma poi "Monty Python e il Sacro Graal" uscì pochi giorni dopo che Wakeman aveva accennato l’idea a Welch, e quel tipo di approccio non fu più un’opzione contemplabile. Benché MacDonald sostenesse che Wakeman non prendeva "King Arthur" sul serio, non c’era alcun elemento umoristico evidente, e di conseguenza difficilmente l’album avrebbe suscitato ilarità. Wakeman parlò a Chris Welch della prossima mossa che intendeva fare: "Se tutto va bene sarà qualcosa sugli dèi della mitologia – una Suite degli Dèi. L’idea mi è venuta da un pezzo che stavo per usare per 'Arthur'. Non so quanti dèi inserirò, quei bastardi sono migliaia e tendono ad andare un po’ in giro. Sarà bello inserire sia Thor che Zeus".


Il brano è tratto, per gentile concessione, da "Storia del Progressive Rock. Origini e leggende della musica inglese anni Settanta", edito da Odoya: 720 pagine imperdibili per gli appassionati del genere.

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