Ivan Graziani, la storia di "Scappo di casa"

Canzoni "che restano" di cantautori italiani scelte e raccontate da Federico Pistone
Ivan Graziani, la storia di "Scappo di casa"

IVAN GRAZIANI
Scappo di casa. 

È come assistere a uno di quei film poveri che partecipano al Sundance Festival, piccole strazianti storie di provincia raccontate senza l’ansia da prestazione e quindi sincere e maledette. Una canzone di formazione, “Scappo di casa”, a chiudere l’acclamato PIGRO che segna la consacrazione dell’ultratrentenne Ivan Graziani, facile scoperta di Battistimogol ingaggiato senza provini né esitazione per l’etichetta Numero Uno. Non è il solito cantautore, lui è prima di tutto chitarrista, rocker addirittura, ha una voce unica, un falsetto naturale da brividi paragonabile per tecnica a Rod Stewart, Jon Anderson e, su altri scenari, a Mika. 

E poi Graziani ha la capacità quasi letteraria di raccontare le persone e le loro solitudini, aprendo melodie sublimi così come durissimi riff elettrici. Dopo i due primi album imperfetti e stupefacenti, "Ballata per quattro stagioni" e soprattutto "I lupi", Graziani mette a fuoco la cinepresa e ci narra la fuga di un adolescente, restituendo lo smarrimento e perfino i suoi singhiozzi, attraverso il sax di Claudio Pascoli, la batteria di Walter Calloni, la tastiera di Claudio Maioli, il basso di Hugh Bullen e, naturalmente, la chitarra e la voce miracolose di Graziani.

Venti giorni di fuga 
E neanche un appello per radio 
Evidentemente mia madre 
Non è neanche una buona padrona
Perfino per i cani smarriti 
Si fanno appelli per radio 
Ma io no, non ho imparato 
A leccare bene la mano 
Di chi mi dà da mangiare

Ivan, eccellente disegnatore, è un maestro a colorare i dettagli e a riportarli a una dimensione psicanalitica.

Il dottore vicino di casa 
Ammassava quattrini
Nel suo cappotto di cammello 
Non c’era posto per la mia adolescenza
Il ragazzo deperisce, diceva 
Saranno gli esami di stato
Ma la mia mente volava ogni giorno 
Sulle gambe della segretaria di scuola

Più che onanista e ribelle, il ragazzo è semplicemente un ragazzo, incompreso e infelice, senza nemmeno l’ombra della figura di un padre e con una madre edipica e castrante. Il mondo dentro il quale si ritrova scaraventato è irriconoscibile.

Io sarò la tua unica donna 
Come un serpente che si morde la coda
L’ignoranza nel sesso 
È la base per vivere felici...
Quella rossa che continua a fissarmi 
Abbracciata al suo uomo
Sarà così che il diavolo le cova nel ventre

Con un finale da manuale di psicanalisi, che è il vero inizio della fuga.

E intanto il padrone del bar 
Vuole che paghi il mio cappuccino
Mi coprirò con le braccia la testa 
Come facevo da bambino

Il catalogo di Ivan Graziani trabocca di sofferenze precoci, di giovani anime “scappate di casa” e perdute troppo presto. “Gabriele D'Annunzio” è un altro incontro desolante con la solitudine di un giovane “schiavo dei pornolibretti” che finirà per sposare la sadomaso vedova Ricci “una donna di novantadue chili, lei lo picchia ogni sera con il nerbo di bue e gli mette il tacco sul collo, poi lo chiama tesoro, dolcezza mia bella, Gabriele D'Annunzio”. Una situazione tragicomica che riporta alla solitudine di partenza nel finale tormentato dall'elettricità della chitarra: “Poi si butta per terra piangendo la sua disperazione”.
Sono talmente letterari e chirurgici, vere sceneggiature, i testi di Ivan Graziani che a lui stesso nei concerti piace recitarli senza musica.

Succede per “Fango”, la microstoria di un ragazzo che finisce nel giro sbagliato e diventa assassino, morendo più dell'uomo ucciso.

Lui è immobile coi nervi tesi
Come un ragno che sputa il filo dal proprio addome
A ventun'anni è già assassino
Vibra piano un filo d'acciaio su quel balcone
La casa è buia, ha due finestre
Una guarda la strada, l'altra il vicolo dei rifiuti
Fango, metà della vita fango
Un fiore cresciuto male, bisogna strapparlo via

Peccato che Graziani, contrariamente a tanti suoi colleghi (soprattutto Guccini e Vecchioni) non si sia mai cimentato con la narrativa, perché è narrativa quella che canta.

Questo testo è tratto da "La musica che resta" di Federico Pistone, pubblicato da Arcana, per gentile concessione dell'autore e dell'editore. (C) 2020 Lit edizioni s.a.s.  

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