Canta&Autore, a colloquio con Fabio Ilacqua

Le canzoni di oggi, di ieri, lo sguardo sulle vite degli altri e la cultura come chiave per capire sé stessi e il mondo che ci circonda: a tu per tu, in studio, con una delle penne preferite da Vanoni, Mengoni, Berté, Gabbani e tanti altri...
Canta&Autore, a colloquio con Fabio Ilacqua

E’ Fabio Ilacqua il terzo ospite di Canta&Autore, format di BMG powered by Rockol incentrato sul mondo degli autori e della scrittura di canzoni.

L'intervento di Fabio Ilacqua a Canta&Autore è disponibile su Spotify, Apple Podcast e YouTube a questo indirizzo.

Nato nel 1975 a Varese, l’artista - dopo gli studi all’Accademia delle Belle Arti di Brera, a Milano - si mette in luce come cantautore nel 2007 vincendo Musicultura grazie al brano “La città giardino”, al quale seguirà l’album di debutto “Ballata del dopocena”. Il successo presso il grande pubblico arriverà nove anni dopo grazie ad “Amen”, brano scritto con Francesco Gabbani che varrà al cantante toscano la vittoria nella sezione Nuove Proposte del Festival di Sanremo del 2016. Bissato il successo all’Ariston l’anno successivo, sempre con Gabbani - ma nella sezione big - con “Occidentali's Karma”, Ilacqua avvia una serie di collaborazioni con - tra gli altri - Loredana Berté, Marco Mengoni e Ornella Vanoni, con la quale ha collaborato in veste non solo di autore ma anche di arrangiatore per l’album del 2021 “Unica”, prodotto da Mauro Pagani.

“La divisione tra cultura alta e cultura bassa esiste, ma io personalmente non ci credo”, dice Ilacqua, lettore estremamente appassionato: “Per me esistono grandi interpreti e grandi artisti: esistono grandi artisti che operano nel range che viene considerato ‘basso’, come per esempio la musica nazionalpopolare. Ma ci possono essere artisti ‘piccoli’ che fanno musica classica, che viene considerata ‘alta’. Ecco perché, per come la vedo, questa distinzione non significa nulla. A contare sono l’individuo e quello che si ha da dire. La cultura, in sé, conta, ma non solo per la musica: per tutto. E’ uno strumento che ti permette di leggere il mondo in maniera più approfondita, e - di conseguenza - capire meglio sé stessi. Non si tratta di dare un messaggio, nessuno deve stare dietro a una cattedra. Capire meglio sé stessi permette di capire meglio anche gli altri”.

“Lo si sente soprattutto in certi generi musicali, dove si usano giochi di parole e slogan, che in fin dei conti sono linguaggi mutuati dalla pubblicità”, riflette l’artista su cosa lo convince meno della musica mainstream attuale: “E’ un abbassamento della musica a prodotto commerciale, cosa che secondo me non dovrebbe accadere. La musica dovrebbe essere un elemento per capire meglio la vita, non per vendere”.

Lettore estremamente accanito, Ilacqua non è un grande appassionato di live show, soprattutto in veste di protagonista, ma anche in quella di spettatore. Fatte, ovviamente, le dovute eccezioni: “Uno dei concerti più belli che mi sia mai capitato di vedere è stato uno di Michel Petrucciani, uno show meraviglioso, tenuto in un bosco, dalle parti di Arona”, racconta, “Poi Paolo Conte, visto a Roma, e Fabrizio De André, a Vigevano. Viceversa, mi è capitato di andare a concerti - penso a quelli visti al Forum di Assago, a Milano - e di passare tutto il tempo al bar, perché mi rompevo le palle. E devo dire che la birra, al Forum di Assago, non era nemmeno un granché, perché piuttosto annacquata”.

“Trovo che la canzone di oggi abbia un difetto, in particolare: nel 90% dei casi è autoreferenziale”, conclude l’artista: “Manca uno sguardo sul sociale, sulla vita di tutti i giorni. Manca uno scandagliare il vissuto che non sia semplicemente il proprio, uno sguardo che vada anche verso l’esterno e non solo verso l’interno, che trovo di una noia impressionante. E’ per questa ragione che sono legato a un certo tipo di musica e a un certo tipo di canzoni: un tempo il cantautore era più un cantastorie, che raccontava le storie degli altri. Sono molto curioso riguardo le vite degli altri, è trovo che sia molto più interessante raccontare le vite degli altri che la propria. Almeno, della mia, che è di una noia…”.

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