Le reinvenzioni di St. Vincent

In occasione dell’uscita del nuovo album 'Daddy’s Home' una retrospettiva sulla carriera di Annie Clark.
Le reinvenzioni di St. Vincent

Alla Brixton Academy si spengono le luci. Siamo nell’autunno del 2017: “Masseduction” - quinto album di Annie Clark in arte St. Vincent - è uscito da pochi giorni. Lo show alla Brixton Academy segna il ritorno della musicista a Londra dopo tre anni dal tour del disco “St. Vincent”. Tra il pubblico c’è grande aspettativa.

Lei entra in scena e si posiziona al centro del palco. Non c’è band di supporto, ma soltanto una serie di backing tracks a farle da accompagnamento. Come in una performance teatrale lo spettacolo è diviso in atti: nel primo, St. Vincent reinterpreta i vecchi brani in una chiave vicina agli arrangiamenti pop di “Masseduction”, muovendosi sul palco seguendo una coreografia. Nel secondo, la musicista esegue per intero il nuovo album da un podio posto al centro della scena, mentre alle sue spalle vengono proiettati dei video che la ritraggono in situazioni bizzarre.

I presenti sono disorientati: questo tipo di performance, costruita su una coreografia sì minimale, ma studiata in ogni dettaglio, non è quello a cui ci ha abituati St.

Vincent, nota per concerti che si appoggiano sull’energia degli strumenti dal vivo. L’effetto potrebbe essere paragonato a quello che suscitò David Bowie, quando, una volta abbandonate le vesti di Ziggy Stardust, si ripresentò sulla scena come cantante soul. Alla provocazione della musicista, c’è chi reagisce uscendo dal locale; altri, spinti dalla curiosità, restano fino alla fine. Tra questi c’è Andrew Trendell che il giorno seguente, scrivendo su NME, identifica nel personaggio di St. Vincent quanto di più vicino a Bowie la nostra generazione possieda: “È l’artista di cui abbiamo bisogno”, sentenzia Trendell, “solo che non ce ne siamo ancora resi conto”.

A quattro anni di distanza da quello che è stato uno dei concerti più discussi della sua carriera, St. Vincent torna con un nuovo album, “Daddy’s Home”, in uscita per Loma Vista il prossimo 14 maggio. “Daddy’s Home” è il sesto capitolo di un percorso iniziato nel 2007 con la pubblicazione di “Marry Me”, esordio di impronta Art rock che scatenò paragoni con il David Bowie di “Lodger” e Kate Bush. In un ricercato tessuto di suoni ispirato dal free jazz e dalle composizioni di Stravinsky, a colpire in particolar modo è il brano “Your Lips Are Red”, costruito su un delirante dialogo tra piano, violini e chitarra.

Quella per la chitarra è una fascinazione che ebbe origine quando Annie, ancora dodicenne, ascoltò per la prima volta “All Along the Watchtower” nella versione di Jimi Hendrix. Da allora iniziò a suonare facendo parte, negli anni adolescenziali, di band rock e metal. Oggi il suo stile chitarristico è inconfondibile; Pitchfork lo ha definito “una via di mezzo tra il prog di Robert Fripp e i riff di Tom Morello”.

St. Vincent non è però una chitarrista che fa del virtuosismo la sua principale attrazione; ad interessarle sono le possibilità espressive dello strumento. Nel secondo album, “Actor” (2009) - influenzato dalle colonne sonore dei film Disney - le parti di chitarra assumono la stessa funzione narrativa che in un certo cinema degli anni Cinquanta ricopriva il Technicolor: lo strumento distorto diventa veicolo per esternare l’inquietudine che caratterizza i brani.

Il richiamo al cinema non è casuale. Nel 2017, St. Vincent debutta alla regia con il cortometraggio “The Birthday Party”, in cui mette in scena una festa di compleanno con uno sguardo vicino all’universo di David Lynch. Quella tra Annie Clark e il regista di “Eraserhead” è un’associazione più naturale di quanto si possa pensare.

Se uno dei tratti distintivi del cinema di Lynch è l’inserimento di elementi disturbanti nell’ordinario, St. Vincent compie un’operazione simile in musica. Nel terzo album, “Strange Mercy” (2011), l’apparente normalità è insidiata da agenti destabilizzanti che si manifestano sotto forma di assoli di chitarra. In “Surgeon” - basata su una frase estratta dal diario di Marilyn Monroe - ritroviamo lo stesso effetto disturbante prodotto dalla visione della sequenza di “Velluto blu” dove, tra l’erba di un prato, il protagonista scopre un orecchio in decomposizione. La forza dei grandi artisti sta nell’andare dove lo sguardo comune si ferma; ed è quello che fa St. Vincent in questo album e nella sua intera discografia.

La scrittura di “Strange Mercy” è frutto del disagio provato dalla musicista per l’imprigionamento del padre, condannato nel 2010 a 12 anni di detenzione per frode.

In questo periodo St. Vincent sembra liberarsi dal dolore attraverso performance estremamente fisiche; nel tour in supporto a “Strange Mercy”, Annie si lancia spesso sul pubblico, esternando così la sua desolazione.

Con il quarto album, intitolato semplicemente “St. Vincent” (2014), Annie Clark subisce una trasformazione: si tinge i capelli di un argento abbagliante, sfoggia un trucco pesante alla Norma Desmond, e indossa abiti che la fanno sembrare un alieno giunto sulla terra per ricordarci quanto questa esistenza sia assurda. In “St. Vincent”, la musicista prende di mira l’atrofizzata cultura digitale (“Digital Witness”); tra i brani c’è forse il migliore della sua carriera, “Huey Newton”, basato su un sogno che ha per protagonista il cofondatore delle Pantere Nere. Il pezzo si apre come una lullaby allucinata, scivola lentamente e distorce la percezione di chi ascolta. Sul finale, si avvia verso un crescendo, fino a concludersi con uno di quei riff di cui soltanto St. Vincent è capace, in cui la frenesia annienta il resto.

Anche se ancora dominati da una certa improvvisazione, i concerti del periodo iniziano a mostrare l’influenza della performance art.

L’introduzione di elementi coreografici nei live nasce dall’esperienza del tour per “Love This Giant”, l’album del 2012 realizzato insieme a David Byrne. In quella serie di concerti, Byrne e St. Vincent seguivano una coreografia di Annie-B Parson che li faceva spostare con movimenti volutamente meccanici sulla scena. L’elemento teatrale visto in questo tour diventa dominante nei live in supporto a Masseduction (2017), dove la metamorfosi che ha avuto origine in “St. Vincent” continua; questa volta Annie si trasforma in una sorta di dominatrice proveniente da un’era indeterminata. Le canzoni ci conducono attraverso storie di dipendenza (“Pills”), pulsioni sessuali (“Savior”), visioni apocalittiche (“Fear the Future”) e riflessioni sulla morte (“Smoking Section”)”. “Masseduction” è l’album più accessibile nella carriera di St. Vincent, ma i temi affrontati sono gli stessi che popolano l’immaginario della musicista fin dal suo debutto. C’è però un produttore, Jack Antonoff, a rivestire ogni canzone di un velluto pop.

“Masseduction” - di cui nel 2018 viene pubblicata una versione con i brani reinterpretati in chiave acustica - consolida la popolarità di St.

Vincent. Annie Clark si mantiene però distante dagli artisti che una volta raggiunto lo stardom realizzano dischi per compiacere il pubblico. Come dimostrano i primi singoli estratti da “Daddy’s Home”, “Pay Your Way In Pain” e “The Melting Of The Sun”, Annie continua a portare avanti l’idea di reinvenzione iniziata con “St. Vincent”. A partire da quell’album, Annie Clark ha usato il suo alter ego come una tela su cui dipingere, ad ogni produzione discografica, un personaggio diverso dal precedente. Certo, non è niente di nuovo; Bowie per primo aveva creato una serie di alter ego per dar vita alle sue visioni. In tempi recenti, Stefani Germanotta aveva raccolto questa tradizione e plasmato su di essa Lady Gaga. C’è però una differenza fondamentale tra St. Vincent e le altre popstar degli anni Duemila: se Lady Gaga potrebbe esistere indipendentemente dalla musica, lo stesso non è per St. Vincent; nel suo universo le canzoni e il personaggio sono indivisibili. E in una scena musicale decisamente poco ispirata, dominata da idoli nati su Instagram e brani che sembrano l’uno fotocopia dell’altro, non è qualcosa da sottovalutare. St. Vincent è la musicista di cui abbiamo bisogno; ed è la prova che una carriera scandita dalla sperimentazione e dall’anticonvenzionale, oggi sia ancora possibile.

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