"Collage", la rivoluzione delle Orme inizia il 1971

Tre ragazzi veneti cambiano la faccia e la forma del pop italiano, aprendo la strada alla prima ondata del prog tricolore
"Collage", la rivoluzione delle Orme inizia il 1971

Orme profonde sul pop italico

“Collage” è un vero terremoto per l'Italia del gennaio 1971, qualcosa che scuote nel profondo le radici del pop e lo porta verso un altro livello. 
Già dalla copertina si presagisce che sarà un disco diverso. Ci sono tre uomini a torso nudo davanti a un cimitero, ricoperti di qualcosa simile a vernice bianca, o calce. Hanno assunto le fattezze di statue. Più che statue però sembrano tre fantasmi, personaggi provenienti da altre ere, forse da una tragedia greca. 
Uno dei tre è sistemato in primo piano.

Porta lunghi capelli e barba, sul volto ha stampato un mezzo sorriso enigmatico. Tiene tra le braccia una croce di ferro. Poco dietro di lui un altro essere lungocrinuto e barbuto con le mani sui fianchi, accanto a questi il terzo: stessi capelli lunghi e un paio di baffi a manubrio. Il cimitero, le tre statue umane, il tutto sembra la rappresentazione di un incubo, l'incarnarsi di immagini mitologiche e archetipiche. .

In realtà i suddetti personaggi, sotto la vernice che li ricopre, sono dotati di carne e cuore. Hanno anche dei nomi. Quello in primo piano si chiama Giuseppe “Michi” Dei Rossi, quello con la folta barba Antonio “Toni” Pagliuca, quello con i baffi Aldo Tagliapietra. Sono tre ragazzi veneti che hanno rispettivamente 21, 24 e 25 anni. Insieme sono il complesso musicale Le Orme, e nonostante la giovane età sono in giro già da qualche anno. Per un breve periodo si sono chiamati Le Ombre, ma siccome in Veneto l'ombra è anche il bicchiere di vino e non gli va di essere presi in giro hanno deciso di mutare sigla. Michi suona la batteria, Toni le tastiere, Aldo il basso e la chitarra, ed è anche la voce solista. Ma questa formazione non è quella originale della band, che già è andata incontro a tutta una serie di rimpasti.

Gli inizi, a due passi da Venezia

La loro avventura musicale è iniziata nel 1966 a Marghera, quando si sono formati come quintetto con Nino Smeraldi e Tagliapietra alle chitarre, Claudio Galieti al basso e Marino Rebeschini alla batteria.

Sono un gruppo beat che però è già affascinato dalla nascente psichedelia inglese, quella dei primi Pink Floyd, dei Pretty Things e di mille altre formazioni floreali e colorate. Non a caso "Fiori e colori" è il titolo del primo singolo della neonata band, che poco tempo dopo l'uscita del 45 giri vede l'abbandono del batterista Rebeschini, prontamente sostituito dal giovanissimo Michi Dei Rossi, proveniente da un'altra band che si chiama Hopopi. Dagli Hopopi arriva anche Toni Pagliuca, assoldato per fornire nuove sfumature alla musica del gruppo con le sue tastiere e giunto in tempo per partecipare a “Un disco per l'estate”, edizione 1968 con il nuovo singolo "Senti l'estate che torna". Il tentativo de Le Orme è quello di unire la melodia tipicamente italiana con il beat e la psichedelia. Mix che troverà piena maturità nel primo album della formazione “Ad Gloriam”, ricordato ancora oggi come uno dei più riusciti tentativi di proporre una versione tutta made in Italy della moda psichedelica inglese. .

L'album non fa registrare grandi movimenti a livello di vendite e il gruppo comincia a sbandare, Galieti abbandona e non viene sostituito, a rimpiazzarlo al basso ci pensa Aldo Tagliapietra, Michi Dei Rossi parte per il servizio militare e al suo posto viene piazzato l'inglese Dave Baker.

Con Baker in formazione incidono il nuovo singolo "Irene" e due ulteriori pezzi che cominciano a mostrare quanto la band abbia voglia di esplorare nuovi territori. L'ascolto dei Nice di Keith Emerson, con le loro versioni rock di brani classici e jazz, ispira la riproposizione del Concerto brandeburghese n. 3 di Bach e di Blue Rondò à la Turk di Dave Brubeck. .
I pezzi vengono però reputati dalla casa discografica troppo alieni per il mercato italiano di quel momento, vengono così messi nel cassetto e si dovrà attendere un singolo del 1973 affinché possano saltare fuori. Nel frattempo i rimpasti all'interno della band non sono terminati: Nino Smeraldi è scontento della nuova direzione che i suoi compari sono decisi a percorrere, imperniando il suono sulle tastiere piuttosto che sulla chitarra. Da lì a poco abbandona. Nel frattempo Michi Dei Rossi ha portato a termine i suoi doveri all'interno dell'esercito italiano ed è pronto a riappropriarsi del suo posto, con buona pace di Dave Baker.

Un rinnovamento che viene da oltremanica e oltreoceano

Nel frattempo in Italia cominciano a essere tempi duri per chi propone musica leggera. Sono i nuovi suoni provenienti dall'Inghilterra e dagli Stati Uniti che stanno interessando sempre più il giovane pubblico italiano. Al Bano, Gianni Morandi, Adriano Celentano, Caterina Caselli e altri similari sono visti come roba vecchia, non se ne può più nemmeno dell'edulcorato beat che ha furoreggiato nella parte finale degli anni '60. Ora è a qualcosa di completamente nuovo che si guarda. Ai Pink Floyd, che stanno diventando sempre più avventurosi, ai King Crimson, che hanno tirato fuori un album incredibile, con dentro cose mai sentite prima, ai già citati Nice e al loro connubio rock/jazz/classica...
In tale contesto Toni Pagliuca fiuta l'aria e decide che non c'è tempo da perdere: si imbarca in un viaggio in Inghilterra alla ricerca di stimoli, va a vedere concerti, conosce star come Keith Emerson, compra una marea di dischi e si dà da fare per acquistare uno dei primi sintetizzatori elettronici che con i loro suoni inauditi stanno facendo esplodere la testa a molti.

Alla fine Toni tornerà in patria senza sintetizzatore, ma con uno straordinario bagaglio di esperienze e idee.

Non perde tempo e si riunisce con i sue due colleghi. Prima se ne vanno insieme a vedere il festival all'isola di Wight dell'agosto 1970, e poi cominciano a buttare giù spunti. La tensione creativa nell'aria è fortissima, i tre sono lanciati come una palla di cannone, sentono che possono farcela a tirare fuori qualcosa che per l'Italia di quel periodo possa connotarsi come rivoluzionaria. Il terzetto si ritrova a proseguire sulla linea dei Nice, un bassista/cantante dalla voce particolare, alta, quasi un falsetto, dalla timbrica unica, melodica e sognante, in grado di narrare storie come un menestrello d'altri tempi, ancorata alla tradizione italica ma vicina ai nuovi cantori provenienti dal Regno Unito, come Jon Anderson (Yes). Poi un batterista che non segue solo il ritmo ma diventa una vera macchina da guerra, con tempi e controtempi che colorano ed enfatizzano i passaggi musicali. E infine un tastierista sulle cui spalle poggia la quasi totalità del suono. Per quanto volenteroso Toni non è però Keith Emerson, la sua tecnica non gli permette di fare le capriole sull'organo Hammond. Pagliuca ha la particolarità di suonare in maniera non virtuosa ma perfettamente funzionale a quello che Le Orme stanno facendo. All'occorrenza sa lanciarsi in momenti solisti ma è sullo studio delle possibilità armoniche, sulle atmosfere, sui passaggi melodici che il nostro vince. .

Ed eccoli Michi, Aldo e Toni ancora imbiancati che abbandonano il set fotografico allestito da Mario Convertino (uno che farà la storia della grafica musicale in Italia) e se ne vanno in giro nei dintorni del cimitero che per combinazione si trova vicino a un'autostrada. Racconterà Tagliapietra che per poco non provocarono una serie di incidenti, conciati com'erano alla vista degli ignari automobilisti. Ma quella mise che destabilizza chi li guarda è lo specchio esatto della loro nuova musica, quella che sarà contenuta nell'album che vede la luce nel gennaio 1971 e che è destinato a cambiare per sempre le sorti del pop italiano: “Collage”. 

Il seme del progressive è gettato

Intendiamoci, non è che prima di “Collage” non ci fossero stati tentativi di traghettare il rock autoctono verso altri lidi.

C'erano stati Le Stelle di Mario Schifano, il primo Balletto di Bronzo, i Trip, con dischi nei quali trovavano posto frangenti classicheggianti, sperimentali, jazz. Ma con il secondo parto de Le Orme si compie un passo in più. È come se il discorso del prog, già attivo in Inghilterra da almeno un paio di anni, avesse finalmente attecchito in maniera matura e convincente anche nel nostro paese. “Collage” si muove in maniera fresca e assai meno convulsa rispetto agli ispiratori inglesi Nice, riuscendo a gettare i semi di quella che sarà la scuola del progressive italiano, seconda nel mondo solo a quella inglese. Con una grande attenzione alle melodie, spunti mutati dalla lirica, momenti ariosi misti a immersioni nella sperimentazione che però non perdono mai di vista il calore, la voglia di comunicare col pubblico. .
E il pubblico se ne accorge, entra in sintonia con la proposta della band e manda “Collage” in cima alle classifiche. Nell'aria c'è voglia di nuovo, di stimolante, e quelle tre statue fanno furore, bucano da subito lo schermo in un'era nella quale internet è ben lungi dal venire e la tv non offre grandi spazi alle giovani formazioni. Quell'immagine si stampa immediatamente nella mente dei giovani fruitori di musica: il mix di antico (le statue, il cimitero, le citazioni classiche) e moderno (il rock) creano una fascinazione dalla quale il pubblico sarà sempre più attratto. 

Ma Le Orme non sono solo musica, e un discorso a parte lo meritano i testi del disco (curiosamente firmati per la maggior parte da Pagliuca, mentre Tagliapietra si occupa del versante musicale), che non mancheranno mai l'ancoraggio con la realtà, pur se mutata sotto il filtro poetico e metaforico. Nel tempo i testi de Le Orme affronteranno argomenti scomodi ma di grande attualità e modernità: prostituzione, inquinamento, droga, stupro, aborto... 

Il George Martin delle Orme

Non dimentichiamo infine il grande apporto di quello che almeno fino al 1974 sarà una sorta di quarto componente de Le Orme: Gian Piero Reverberi, arrangiatore e compositore di lungo corso con la crema della musica Italiana. Reverberi aiuta la band ad arrivare oltre i suoi limiti tecnici, la guida, la aiuta ad inserire ed arrangiare i momenti classicheggianti, a costruire la struttura dei brani, a prendere i momenti migliori quando si lanciano in furiose improvvisazioni. È il George Martin de Le Orme.

"Collage" risulterà, alla fine del 1971, al numero 26 della classifica degli album più venduti, e Le Orme saranno quell'anno uno dei pochissimi gruppi italiani - insieme ai New Trolls di "Concerto grosso", agli Osanna, ai Pooh e alla Formula Tre - a ottenere significativi risultati di vendita. Replicheranno il successo con "Uomo di pezza", 1972, e "Felona e Sorona", nel 1973; da "Contrappunti" (1974) in poi la loro fortuna commerciale declinerà, almeno nel campo del prog rock, mentre avranno qualche buon risultato con brani più "facili" - "Canzone d'amore", 1976 - e attraverseranno gli inevitabili cambi di formazione, mantenendo comunque il loro nome (nel 2021 l'unico componente della formazione a trio di "Collage" è Michi Dei Rossi) e continuando ancora oggi a pubblicare album.

I brani di “Collage”

"Collage"    

Il senso del disco, e in special modo del brano che lo apre, è appunto il collage tra il pop-rock e la musica classica.

Senso perfettamente rispettato in questa sorta di sigla d'apertura che introduce al nuovo mondo musicale de Le Orme con una fanfara condotta dall'organo Hammond. Da subito si capisce quanto la band veneta sia legata a un modo tutto italiano di costruire melodie forti, che colpiscano immediatamente. Da questo punto di vista l'inciso di "Collage" è perfetto, si stampa irrimediabilmente in testa, esattamente allo stesso modo di un brano pop di successo. La batteria di Dei Rossi tira come un treno, il basso di Tagliapietra è ritmico e melodico come quello di Paul McCartney mentre l'organo di Pagliuca conduce il gioco, accompagnato dal pianoforte suonato da Gian Piero Reverberi. A metà brano poi le cose cambiano, il tessuto sonoro si placa lasciando il solo Reverberi al clavicembalo alle prese con la riproposizione della Sonata K 380 di Domenico Scarlatti. La citazione entra benissimo nel contesto del brano, senza appesantirlo ma accentuandone la componente sinfonica e melodica. Lasciata da parte questa sezione il pezzo si avvia alla conclusione con la ripresa del tema principale questa volta  arricchito dall'ingresso di una vera sezione fiati. .
Una partenza trionfale che mette subito in chiaro quanto la nuova musica rock proveniente da oltremanica sappia contaminarsi con quelle che sono le radici classicheggianti del nostro paese: con questo pezzo nasce il progressive italiano.

"Era inverno"

Cambio di scena con l'ingresso della chitarra acustica e della voce di Aldo Tagliapietra, accompagnate dalla batteria e dall'organo che si inserisce tra le prime due strofe con un tema melodico. "Era inverno" parla di prostituzione, nella fattispecie è la storia di un uomo (presumibilmente molto giovane) che una sera d'inverno fa la sua prima esperienza con una prostituta della quale finisce per innamorarsi. Nella parte centrale il protagonista ricorda il momento dell'incontro, il suo timore (mentre ripete “è la prima volta”) e la timidezza di lei, evidentemente alle prime armi. Il tutto nell'atmosfera di neve e gelo che li circonda, salvo poi evocare il calore dell'unione. L'amplesso è simboleggiato da un momento in cui la batteria (suonata sui tom a ricordare "Set The Controls From The Heart Of The Sun" dei Pink Floyd) e l'organo si lanciano in un frangente tribale. Il duro risveglio (dal sapore quasi bandistico, con la cassa della batteria a picchiare insistente) avviene al termine di questa sezione, quando il protagonista si rende conto che la prostituta ha scelto di non ricambiare le attenzioni e preferisce rimanere nel suo mondo. Lui - che avrebbe fatto di tutto per tenerla con sé, anche a scapito del “pensiero della gente” - è costretto a rendersi conto che lei non ha il coraggio di fare questo salto, preferisce rimanere “un'attrice che non cambia scena”. 

"Cemento armato"

La voce di Tagliapietra, senza alcun accompagnamento, è protagonista del brano più intenso di “Collage”. Forse ispirato dal paesaggio industriale di Marghera, il gruppo mette in scena una dura invettiva contro l'inquinamento e il senso di oppressione di una grande città colma di fabbriche, ciminiere e smog. Nella prima parte del pezzo il protagonista descrive questo paesaggio allucinato con dovizia di particolari (“Vicino a casa non si respira / È sempre buio ci si dispera / Ci son più sirene nell'aria / Che canti di usignoli”). La voce di Aldo a un certo punto trova l'accompagnamento del pianoforte di Reverberi, la tensione cresce e sfocia in un lungo momento strumentale, presumibilmente un'improvvisazione in studio. La batteria di Dei Rossi si lancia in un grasso ritmo funkeggiante, il basso tiene il ritmo in maniera ossessiva e Pagliuca all'Hammond spazia in un assolo sempre attento a non travalicare i confini del buon gusto, tra note in libertà, accordi staccati e duetti con il basso (che si ricava anche alcuni momenti solisti). La batteria nel frattempo smette con il ritmo funky e segue gli altri due in un crescendo che non perde l'opportunità di accentuare con colpi e stacchi ciò che i due colleghi stanno facendo, in un perfetto interplay. A 5:33 viene collegata  la sezione finale, evidentemente registrata a parte. Torna la voce di Tagliapietra, questa volta accompagnata dal resto della band, che riprendendo la melodia iniziale racconta della fuga del protagonista dall'inferno cittadino verso un luogo di pace e armonia, con “le note di una chitarra” nell'aria. Non si capisce quanto questa fuga sia vera e quanto sognata, visto che alla fine torna comunque il refrain di “Cemento armato / la grande città / Senti la vita / che se ne va.”. Il tutto mentre una scatenata coda rimette in pista il concitato ritmo della parte centrale e le sfuriate all'organo.

"Sguardo verso il cielo"

Il singolo estratto da “Collage” ottiene un buon risultato di vendite che però non è nulla davanti al successo dell'album, segno questo di un cambio di mentalità nell'Italia 1971. I 45 giri cominciano a essere visti come qualcosa di poco conto rispetto al discorso unitario di un album intero; esattamente il contrario di oggi, quando il concetto di album sta lentamente andando a farsi benedire. 
"Sguardo verso il cielo" ha un ritmo bello cadenzato e incalzante, sostenuto come sempre dai compattissimi basso e batteria. Il canto di Tagliapietra si muove tra gli stacchi degli altri in una descrizione della vita quotidiana, quella fatta di “un altro giorno come ieri”, nel quale si aspetta “il mattino per ricominciare”. A 2:00 le cose cambiano, l'Hammond rimane solo in un riff veloce con decisi stacchi, subito raggiunto dagli altri in una cavalcata dettata dalla melodia dell'organo e da una serie di crescendo. A 2:51 una nuova sezione più rarefatta con colpi di basso e batteria introduce una parte cantata dal sapore onirico e surreale, prova ne  sono gli evocativi versi “La maschera di un clown / in mezzo a un gran deserto”. La voce è sostenuta da un incedere di cassa e basso inframezzati dagli accordi dell'organo che riprendono la sezione veloce. L'elegiaca apertura successiva, sottolineata dall'ingresso della chitarra acustica, porta direttamente al messaggio del brano, quello di non accontentarsi ma cercare sempre di lottare, sorridere, andare oltre, mantenere uno sguardo fisso “verso il cielo / dove il sole è meraviglia / Dove il nulla si fa mondo / dove brilla la tua luce”. Da lì una nuova ripresa della sezione veloce conduce al termine.

"Evasione totale"

Strumentale dal sapore decisamente pinkfloydiano, "Evasione totale" è divisa in sei sezioni: la prima è un crescendo di organo e piatti tra "A Saucerful Of Secrets" e la già citata "Set The Controls...". A 1:23 parte la seconda sezione con l'ingresso di basso e batteria, un momento ossessivo e psichedelico, sottilmente lounge, che sarebbe potuto essere impiegato in qualche poliziottesco dell'epoca. L'Hammond effettato tramite un eco a nastro Binson prima si lancia in una serie di accordi e poi accenna un assolo. A 2:54 il basso rimane da solo, con un nuovo riff ripetitivo e velocizzato, comincia la terza sezione, le atmosfere sono ancora perfettamente in linea con certo cinema anni '70, l'organo è sempre padrone del campo, raggiunto presto da una serie di accordi di pianoforte. A 3:52 ancora un cambio, quarta sezione, immersione nella psichedelia più astratta, a tratti sembra di sentire i Genesis di "The Waiting Room" tre anni prima. La quinta sezione è un movimento per solo Hammond, nel suo registro più liturgico, che sfocia nella sesta e ultima parte che altro non è se non la ripresa della seconda sezione. 
Sei frammenti per sei minuti di densa e immaginifica creatività così deliziosamente anni '70 che più non si potrebbe.

Immagini

Il pezzo più rarefatto di “Collage”, nel quale viene fuori tutta quella poetica al confine col sogno che un anno dopo caratterizzerà la hit "Gioco di bimba". Sogno, sì, ma con precisi appigli al reale, tante immagini fiabesche (“Un ruscello sulla luna / Un giardino in mezzo al sole / Un cipresso nel deserto / Tutti i prati color viola”) ma poi un'amara realtà: “Lei non c'è”. Per quanto abbia intorno tutte le meraviglie del mondo, il protagonista non vede nulla perché gli è venuto a mancare l'amore. In tutto ciò la voce di Tagliapietra si muove delicata su un tappeto di organo che poi a 0:20 si vivacizza su una sequenza di basso che già rimanda a certa musica elettronica tedesca che poi avrà ripercussioni sulla scena techno/dance. A contribuire a ciò l'uso di un generatore di frequenze che fa le veci del Moog. Ai momenti più concitati seguono nuove strofe sospese tra immaginazione e realtà: “Un bel sole / un bel giorno / Tante stelle in una notte / Dei sorrisi sulle labbra / Delle labbra sulle labbra”. Ma ancora l'amara realtà: “Lei non c'è”, con la voce passata dentro un effetto di phaser. Si giunge a un'evocazione dell'immagine di copertina “Una statua che si muove / Della gente che le parla” e poi il momento più movimentato si fa di nuovo vivo per introdurre la parte finale: “Nasce un bimbo per amore / Per amore un uomo muore”, quello che segna il suicidio del protagonista dopo la nascita di un bambino e la fine della sua storia d'amore. In tre minuti il quadro delicato e doloroso di una vita spezzata, con una musica che è allo stesso tempo antica e modernissima.

Morte di un fiore

“Collage” si conclude con un'altra storia triste, quella di una ragazza che viene trovata senza vita “nel mezzo di un prato” a causa di un'overdose di eroina. "Morte di un fiore" ha un andamento leggero, evoca (anche vocalmente) certi momenti battistiani, mentre le parole riprendono quelle dei discorsi dei passanti e di un articolo giornalistico (“Hanno detto che / Sembravi addormentata / Stringendo il tuo cappello nero”, “Hanno scritto che per te / La musica è finita / Tra le quattro e le cinque del mattino.”). A 0:51 un interludio di organo e pianoforte lancia una serie di stacchi, poi la ritmica in breve si velocizza. Il testo è sempre più addentro la tragedia: “Come l'acqua chiara del ruscello / Che correva verso il mare / Correva via così in un pallido mattino / L'ultima tua breve ora.”. Terminata la sezione cantata nuovi stacchi e un passaggio di organo conducono alla coda, caratterizzata, come l'inizio di "Collage", da una poderosa sezione di fiati, oltre che da una serie di vocalizzi femminili. Un finale positivo pur nel contesto narrato fino a quel momento. 

Fabio Zuffanti

 

TRACKLIST:

Collage - 4:49

Era inverno - 5:05 

Cemento armato - 7:13 

Sguardo verso il cielo - 4:19 

Evasione totale - 7:01 

Immagini - 3:03 

Morte di un fiore - 3:05 

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