U2, "The Joshua tree": la storia dell'album

Uscì il 9 marzo del 1987: oggi lo raccontiamo, da domani tutte le canzoni una per una
U2, "The Joshua tree": la storia dell'album

Smantellare la mitologia americana è l’intento di Bono, e per fare questo bisogna esplorare la bellezza selvaggia, la ricchezza culturale e lo spirito violento tipici dell’America. Inizialmente intitolato "The Desert Songs", il quinto album in studio degli U2 viene ribattezzato "The Joshua Tree", traendo spunto dallo Yucca Brevifolia, albero tipico della California meridionale, dove appunto si trova il Joshua Tree National Park.


Lo spirito del deserto, della sabbia, del sole infuocato, è presente sin dalla copertina, dove la band posa tra le dune in uno scatto, come al solito, in bianco e nero, ricco di poesia e di simboli. Il deserto richiama a sé il sound americano delle origini, ma non solo, perché nei suoi vasti spazi riecheggiano la rabbia per l’amministrazione del governo Regan, il fascino della provincia, la fierezza del popolo nero, l’umiltà delle persone tutelate da Amnesty International.


"The Joshua Tree" è dunque un tributo ai simboli e agli ideali dell’America, un disco profondo e che sprofonda nel cuore della musica, ritrovando le radici blues e gli inni gospel.

Gli U2 si reinventano ancora una volta, allontanandosi dall’atteggiamento post-punk, fin troppo europeo, per abbracciare altri miti artistici. In questo disco si fondono tradizione e modernità, vecchi suoni ma adattati a un contesto sociale attuale: il blues dà voce al popolo nero, il country descrive le comunità del Sud, il gospel è pura liturgia.


Paul Du Noyer di «Q», nel suo articolo, sottolinea che in un disco del genere si avverte “una sorta di frustrazione spirituale, un senso di fame e di tensione che vaga in ogni traccia”.


Nel febbraio 1987 è in programma l’uscita del singolo "Red Hill Mining Town", ma alla fine la produzione rinuncia a girarne il videoclip, optando per quello di "With or Without You", il quale sin dal primo giorno si piazza in classifica e non va più via per un anno intero.

"The Joshua Tree" esce il mese seguente; in Uk debutta direttamente al primo posto, vendendo solo nel primo weekend quasi 300.000 copie. Tutti, a questo punto, hanno il sentore che stia per accadere qualcosa di assurdo, destinato a scrivere la storia della musica.

I mesi che seguono sono frenetici. Negli Usa il disco diventa un culto, tanto che gli U2 organizzano un’apparizione speciale sul tetto di un negozio, tra le strade di Los Angeles, replicando la performance dei Beatles di quasi venti anni prima, mandando in tilt il traffico. In una data, invece, è Bob Dylan a salire sul palco, ospite della band irlandese, con la quale suona "I Shall Be Released" e "Knockin on Heaven’s Door". Poche settimane dopo sono gli stessi U2 a presentarsi a sorpresa a un concerto
del mitico Roy Orbison, al quale Bono regala una canzone.

E intanto il disco arriva a vendere quasi 30 milioni di copie, 10 solo negli Stati Uniti; i singoli "With or Without You", "I Still Heaven’t Found What I’m Looking For" e "Where the Streets Have No Name" sono capolavori che entrano nell’immaginario collettivo. Ma tra i solchi di questo splendido album, tra i più grandi della storia del rock, troviamo numerosi brani da capogiro: "Bullet the Blue Sky", scritta durante il viaggio a El Salvador, dove terrore e paura sono realtà quotidiane per colpa della
guerra civile; "Mothers of the Disappeared" e "Red Hill Mining Town" sono inni all’impegno civile; "In God’s Country" e "One Tree Hill" sono perle desertiche, quest’ultima dedicata al povero rodie Greg Carroll, proveniente da Aukland, Nuova Zelanda, nella contea di One Tree Hill, morto per un incidente in moto. Infine "Exit", urgente pezzo rock, cupissimo, vertice del disco.


“Gli U2 sono diventati ciò che i Rolling Stones hanno cessato di essere, ossia la più grande rock band del mondo” scrive Robert Hilburn del "Los Angeles Times".


Un album sincero, che qualcuno definisce come “il suono di persone che continuano a provare e a cercare”, lontano da ostentate ricercatezze sonore, dove la band punta alla chiarezza assoluta, riuscendo a veicolare il proprio messaggio in modo netto. Ma si tratta anche di un lavoro sabbioso, caldo, che rievoca paesaggi spettrali, luoghi sacri e atmosfere liberatorie. Tra cimeli di guerra, macerie di antiche civiltà, canti di ribellione e silenzi ingombranti, la band crea un immaginario importante, definito da Bono come “arido e primitivo”, emblema stesso della Death Valley. Nel disco si percepisce dolore, il dolore di tutti i popoli sottomessi, di tutte le persone sfruttate, di tutti gli indifesi.

"The Joshua Tree" si impone al mondo come un’opera mastodontica che definisce gli anni Ottanta. Da qui in poi gli U2 non sono più una semplice rock band, ma un culto, una religione, tanto che alla fine del 1987 figurano sulla copertina del "Time", onore concesso, prima di loro, ad altre leggende della musica quali Who, Beatles e Bruce Springsteen.


Il testo di questo articolo è tratto da "Il fuoco indimenticabile - 40 anni di U2: gli album, le canzoni, la storia", di Andrea Cerasi,  (C) 2020 Lit Edizioni s.a.s. Per gentile concessione.

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