David Bowie, le testimonianze della redazione di Rockol (1)

Opinioni, ricordi, considerazioni dei componenti dello staff del giornale
David Bowie, le testimonianze della redazione di Rockol (1)

Giampiero Di Carlo

 

Quella degli artisti che hanno forgiato il rock e il pop tra gli anni '60 e '70 è una generazione la cui musica è parte del nostro arredamento. Pur longevi oltre qualsiasi previsione, queste signore e questi signori, alla loro età, tendono inevitabilmente ad abbandonarci e, ad ogni loro scomparsa, proviamo shock e tristezza. In qualche caso torniamo a renderci conto di una grandezza che davamo per scontata.
Quando morì David Bowie, che non ha mai fatto parte della mia personale top 10 dei preferiti, io non ero pronto. Avvertii in anticipo tutto il vuoto che avrebbe lasciato dietro di sé e provai un senso di smarrimento sconcertante, figlio dell'ammirazione e del rispetto che travalicano le preferenze personali. Quella mattina se n'era andato un genio, un personaggio che aggregava una quantità di talento musicale spropositata abbinata ad un'intelligenza fuori dalla norma e a una smisurata quantità di coraggio umano ed artistico.

Rileggendo a ritroso la sua parabola, trovo che la sua trasfigurazione (ancora in vita) da musicista a celebrità fino a icona abbia rasentato la perfezione. 
Un misfit escluso dal boom dei protagonisti della British Invasion, capì ed usò la fine dei Sessanta per impadronirsi dei Settanta, durante i quali fu - indossando molte maschere di scena - innovatore, manipolatore dei media e patetico tossico, passando dalla culla di Londra alla follia di Los Angeles per rifugiarsi nella sobrietà di Berlino, scegliendo ora la compagnia di altri giganti espatriati come John Lennon, ora il talento autodistruttivo di Lou Reed e Iggy Pop, ora il tocco geniale di Brian Eno, un altro che come lui era troppo oltre il glam per restarvi invischiato.

Ed alla fine per sé, per David Jones l'uomo, per la persona che aveva innata consapevolezza e pudore nell'interpretare (ancora una volta) il ruolo adatto alla sua età e alla sua vicenda, scelse l'humus, la cultura e l'energia di New York - che gli regalò in cambio ciò che aveva combattuto per decenni: l'anonimato.

E' singolare come dopo un mix mediaticamente letale fatto di androginia, bisessualità, scandali, ragni da Marte, oblio e droghe, quando parli di Bowie, però, alla fine parli di stile. 
Quello che dettava, si intende, quella qualità impalpabile di cui l'eleganza è solo la traccia esteriore, quell'attitudine che, se sei saggio, è meglio cercare di non imitare ma di limitarsi ad ammirare, preparandosi a capirla anni dopo.
Come quando, dopo l'attentato alle Torri Gemelle, salì sul palco della sua New York e seppe dare un senso alla celebrazione con "Heroes" mettendola al centro di uno spettacolo impareggiabile, senza difetti, interpretando una selezione dei suoi greatst hits come se fossero i classici di qualcun altro, tanto erano oltre sia lui che le sue canzoni: rilassato e intenso, solenne e sorridente, totalmente in controllo e, quella sera, il migliore cantante del mondo.
Aveva cucita addosso un'etichetta che recitava "Changes". La sua filosofia? No, la sua innata comprensione di come vanno le vicende umane.

Giampiero Di Carlo


Davide Poliani

Il lavoro mi ha portato ad associare David Bowie all’alba.

L’8 gennaio del 2013 intorno alle 6 e mezza, prendendo servizio, appresi della pubblicazione di “The Next Day”, il suo primo disco di inediti dopo dieci anni di silenzio. Era l’album del ritorno dopo il malore all’Hurricane Festival in Germania e l’operazione al cuore, che fece temere il peggio. Qualcosa che i fan avevano quasi paura di aspettare, nel timore che non arrivasse mai. Era senza dubbio l’evento discografico dell’anno, e lui lo annunciò con un semplice messaggio sul suo sito. Si concesse solo il vezzo di annunciarlo il giorno del suo compleanno.

La stessa cosa successe due anni dopo, con “Blackstar”: di prima mattina arrivò una sua stringatissima nota di precisazioni in merito a un articolo del "Times", che con uno scoop gli aveva rovinato la sorpresa.

L’ultima (bruttissima) sorpresa, però, non permise a nessuno di rovinarla: della sua malattia erano al corrente giusto la sua famiglia e pochi e fidatissimi amici e collaboratori come Tony Visconti. “Cazzo, è morto Bowie”, mi scrisse via SMS un collega poco dopo le 7 e mezza della mattina di cinque anni fa. Ancora una volta all’alba o giù di lì. Ancora una volta ai primi di gennaio.

Ripercorrendo a ritroso la sua carriera, è chiaro come Bowie, tra le sue tantissime doti, abbia sempre avuto quella di mettere il suoi fan e il mondo davanti al fatto compiuto: dalla nascita dei suoi tanti alter ego alle brusche sterzate impresse alla gestione del suo lavoro, a David Robert Jones non sono mai piaciuti ammiccamenti o concessioni. La sua eredità, oggi rivendicata anche da insospettabili, è la dimostrazione di come l’essere rivoluzionari - o game changer, come direbbero inglesi e americani - prescinde dal tempo, dalle epoche e dalle mode. Questa è l’unica lezione che si possa imparare: il suo talento e la sua classe, che non si possono apprendere, possiamo solo ricordarli.

Davide Poliani

 

Claudio Cabona


Diversi anni fa due buttafuori grandi come montagne mi fermarono all’ingresso dell’S036 di Berlino e mi chiesero gentilmente di pagare cinque euro per entrare. Risposi un po’ scocciato che i due ragazzi tedeschi naif davanti a me, appena passati, non avevano neppure tirato fuori il portafoglio. “Com’è possibile?”, ribattei polemico. I due gorilla mi risposero senza battere ciglio: “È vero, ma tu sei vestito bene. Devi pagare”. Mi squadrai allibito, versando arrendevole l’obolo alla cassa poco più avanti. Quando entrai nel club, con i miei jeans e la mia semplice camicia a quadri, finalmente capii: c’erano persone con gli anfibi e il pigiama, altri con indosso cappelli assurdi, altri ancora con il kilt, uomini vestiti da donne, donne vestiti da uomini. Chi si vestiva in modo bizzarro poteva accedere gratis.

Ero a Kreuzberg, in uno dei club più frequentati e amati da David Bowie fin dalla sua inaugurazione.

Uno spazio magico di libertà, rimasto intatto nello spirito, nonostante fossero passati più di trent’anni da quanto l’artista lo bazzicava. Sopra il banco del bar c’era una sua foto con gli occhi che calamitavano i miei. In quegli stessi giorni, sulle orme di Bowie, visitai i leggendari Hansa Studio, percorsi la Hauptstrasse e al 155 mi fermai emozionato ad ammirare la targa in cui c’è scritto “dal 1976 al 1978, nell’appartamento al primo piano dell’edificio, abitò David Bowie”. Iggy Pop abitava al quarto. Girai intorno allo zoo ascoltando la voce di quell’uomo delle stelle in cuffietta. E sì, apprezzavo anche quella difficile, misteriosa e affascinante “trilogia berlinese” che piano piano mi entrava sotto pelle, spesso inquietandomi. Scoprivo la sua musica, scoprivo la sua storia che avrei sempre di più approfondito, scoprivo una città unica, che torno a visitare, ancora oggi, ogni che volta che mi è possibile. Chiudevo gli occhi e mi sentivo leggero e perfino libero.

In uno di quei giorni mi ritrovai sull'Oberbaumbrücke, un ponte a due livelli sul fiume Sprea. Unisce i quartieri di Friedrichshain e Kreuzberg. Un artista di strada stava cantando e suonando in modo goffo “Heroes”, aiutato da una diavoleria elettronica. Era la colonna sonora perfetta. Il blu dello Sprea si stava divorando il sole, regalando al cielo quella tonalità che solo Paul Kalkbrenner ha saputo trasformare in musica. Rimasi a guardare quella immensa tavolozza di colori, con la ragazza con cui oggi convivo. Ero felice. E quando si è felici, mi hanno sempre insegnato, bisogna farci caso. 

Claudio Cabona


Paolo Panzeri

 

Non ricordo il momento esatto in cui David Bowie e le sue canzoni entrarono nella mia vita. Ricordo, però, che mi piacquero molto sin da subito. Ricordo che di lui mi incuriosiva molto che c'erano periodi musicali diversi, che spesso cambiava pelle artistica, pareva avesse vissuto più di una vita. Mi incuriosivano molto le storie che si raccontavano su di lui. Aveva gli occhi di colore diverso, la sessualità sfumata, una bellezza innegabile.


Mi piacque parecchio, quando uscì, l'album "Let's Dance". Un amico mi prestò il doppio dal vivo "Stage" e lo ascoltai alla nausea. Ricordo che, proprio per la presenza di David Bowie, andai al cinema a vedere il film "Furyo". In quel film con Bowie recitava Ryuichi Sakamoto. Poi, qualche anno dopo, ricordo di avere visto "Il gioco del falco", Bowie insieme a Pat Metheny aveva composto il tema principale del film "This is not America".


David Bowie l'ho visto in concerto una sola volta: allo stadio di San Siro a Milano il 10 giugno 1987, il 'Glass Spider Tour'. Il suo primo tour italiano di sempre. Ero davvero molto felice di andare a vedere un concerto di David Bowie, ma quel concerto, in tutta onestà, non mi piacque molto. Ancora oggi non ho capito se quella sera fossi io oppure lui ad essere poco in forma. Quella stessa sera - scherzi dei promoter - nel vicino PalaTrussardi, in concerto c'era Peter Gabriel, il tour di "So". Gli amici che andarono a vederlo mi parlarono di un concerto indimenticabile e ricordo che rosicai non poco. Da quel 1987 Bowie tornò in concerto in Italia altre volte ma, i casi della vita, non ci fu per me occasione di andarci. E non ci andrò più.

Paolo Panzeri

 

Mattia Marzi

 

Un ragazzino di quattordici anni è incollato davanti alla tv a seguire l’ultima puntata di “X Factor”. Tra bizzarri gruppi vocali e over all’ultima spiaggia, arriva il turno di Marco Mengoni, talentuoso cantante laziale con una personalità intrigante e indubbie doti vocali che in molti danno come favorito alla vittoria. È il pupillo di Morgan, che prova a modellarlo a propria immagine e somiglianza. Dopo avergli assegnato canzoni di Michel Jackson, Duran Duran, Talking Heads e Nina Simone, quella sera gli fa cantare una canzone di David Bowie. Quel quattordicenne non la conosce affatto, così come non conosce affatto la discografia della rockstar britannica. Ma ne rimane affascinato e stregato. La canzone è “Ashes to ashes” e il testo è un rebus tutto da risolvere: “I never done good things / I never done bad things / I never did anything out of the blue / Want an axe to break the ice / Wanna come down right now”.

Il giorno dopo il ragazzino, totalmente ipnotizzato da quel pezzo, cercherà su YouTube la versione originale. Troverà un video un po’ disturbante un po’ stupefacente, in cui il protagonista indossa gli abiti di un Pierrot triste, in uno spazio che non è spazio e in un tempo che non è tempo, circondato da personaggi misteriosi. È così che gli si spalancano le porte dell’universo di David Bowie, dal quale viene progressivamente risucchiato, canzone dopo canzone, disco dopo disco. Crescendo scoprirà essere uno dei singoli contenuti in un album pazzesco, “Scary monsters and super creeps”, miscela di art rock e new wave che fece seguito alla trilogia berlinese, il più delle volte snobbato quando si parla delle produzioni di Bowie: lo troverà su una bancarella di vinili usati e diventerà uno dei suoi preferiti in assoluto.

Mattia Marzi

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.