Clash, 40 anni di “Sandinista!”: la storia e le provocazioni del disco

“London Calling” esce il 14 dicembre del 1979. Per molti rimane il vero capolavoro dei Clash. Era possibile osare ancora? 363 giorni dopo la band inglese offre la sua risposta.
Clash, 40 anni di “Sandinista!”: la storia e le provocazioni del disco

“London Calling” esce il 14 dicembre del 1979. Per molti rimane il vero capolavoro dei Clash. Un disco spartiacque, tra decenni e tra ere musicali. L’album con cui il punk diventa adulto. Mantiene l’energia degli esordi, riconoscendo le sue origini: Paul Simonon spacca il basso in copertina, rievocando la grafica del primo album di Elvis. Come andare oltre una pietra miliare? Era possibile osare ancora? Il 12 dicembre del 1980, 363 giorni dopo un doppio album leggendario, i Clash pubblicano un altro album storico, per di più triplo. E lo fanno andando oltre il “no future, no past”: recuperano il rock ’n’ roll, il reggae, virano verso l’hip hop e il funk, tutto senza perdere l’iconoclastia che li ha sempre caratterizzati.

“Sandinista!” porta avanti una scelta in maniera ancora più decisa e coraggiosa: parlare a tutti, non solo ai figli del punk, senza abbandonare il contatto con le proprie radici. Un mix di suoni e generi destinato a cambiare la storia della musica.

Problemi nella lavorazione e ospiti

L’album, uscito il 12 dicembre 1980, arriva dopo la diffusione di “Rude boy”, un film metà racconto e metà documentario sulla storia di un fan dei Clash che diventa loro roadie.

Nel frattempo la band disconosce la pellicola, producendo appositamente delle spillette “I don’t want Rude Boy Clash Film”, diventate famose. Il gruppo propone alla propria etichetta di passare l’anno pubblicando un singolo al mese, ma l’unico a uscire è “Bankrobber”, ad agosto. La canzone, e il lato b, vengono prodotte da Mikey Dread, che la band ha chiamato dalla Giamaica in tour, e che finisce per lavorare anche a diverse canzoni di “Sandinista!”, aiutando i Clash a sviluppare il proprio lato reggae, che sarà uno dei pilastri dell’album. .Ovviamente anche l’influenza di Bob Marley, trasferitosi a Londra in quel periodo, ha un ruolo importante. La lavorazione di “Sandinista!”, avvenuta tra Londra, New York e la Giamaica, fa pensare ad una band in trance agonistica. Ma non è tutto oro. Inizialmente Simonon, l’anima più reggae del gruppo, non partecipa perché impegnato nella lavorazione di un film, e viene temporaneamente sostituito dal bassista dei Blockheads di Ian Dury, il che causerà una polemica sulla paternità di “The magnificient seven”. E anche Dread, di fatto produttore dell’album, responsabile dei dub e del “toasting”, se la prenderà perché secondo lui il suo lavoro non viene riconosciuto come avrebbe meritato. Tra gli ospiti dell'album possiamo citare oltre a Mikey Dread, anche Ellen Foley, al tempo fidanzata di Mick Jones, e Tymon Dogg, che compone e suona il violino nel pezzo “Lose this Skin”. Dogg farà parte successivamente dei Mescaleros di Joe Strummer. Il disco è disseminato di contributi che forgiano lo stile multiforme e internazionale del progetto.

Le provocazioni

Con “Sandinista!” la band adotta uno slogan che gli viene attribuito da una campagna pubblicitaria della CBS: “The only band that matters”. Il titolo fa riferimento al movimento rivoluzionario del Nicaragua ispirato ad Augusto César Sandino (1895–1934). Una provocazione: il primo ministro Margaret Thatcher, lo stesso anno, prova a bandire per legge la parola. I Clash non pubblicano un singolo al mese come previsto, ma fanno di meglio, ribaltando gli standard discografici del tempo: un triplo cd, “36 canzoni in cui perdersi”, come scritto da Rolling Stone: “Tre dischi che si pongono e rispondono alle giuste domande su violenza e non violenza, storia e futuro, crimine e legge, rivoluzione e dittature, rabbia mondiale e speranza”.

Una delle critiche che, a distanza di anni, qualcuno fa al progetto è che sarebbe stato un disco perfetto se singolo e più compatto. Inoltre lo si considera più un disco reggae che punk. .Ma la verità è che “Sandinista!” è un album perfetto nella sua eterogeneità e dispersività, dall’inizio travolgente di “The magnificent seven”, al finale reggae acustico e strumentale di “Shepherds delight”, versione dub di “Police & Thieves”, la cover inclusa dalla band nel primo album, una di quelle da cui era iniziato tutto. Eccole, ancora una volta, le radici che si affacciano sul mondo con suoni che vanno oltre la sola dimensione del rock, guardando al futuro e diventando immortali.

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