Rolling Stones: la storia di "Paint it black"

"Aftermath" ha compiuto 55 anni: lo ripercorriamo canzone per canzone
Rolling Stones: la storia di "Paint it black"

"Paint it black" è inclusa solo nella versione statunitense di "Aftermath", dalla quale mancano "Out of Time", "Take It or Leave It", "What to Do" e Mother's Little Helper. Eppure è il pezzo forte fra quelli completati a marzo del 1966, destinato a raggiungere la vetta delle classifiche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. La struttura musicale è interamente di Richards e il testo è tutto di Jagger, mentre l’idea cruciale per risolvere l’arrangiamento è arrivata più o meno fortuitamente.

All’inizio gli Stones provano a suonare il pezzo in stile soul, senza risultati soddisfacenti. Il momento di stallo viene superato grazie a un’improvvisa variante pensata da Wyman o da Nitzsche o da entrambi, a seconda delle diverse dichiarazioni dei presenti. Il racconto più diffuso attribuisce a Wyman il colpo di genio fortuito. Per rendere più incisivo il suono del suo basso, Wyman decide di doppiarlo con i pedali dell’organo Hammond, suonandoli coi pugni. Armeggiando con i pedali, suona una frase che a Oldham sembra la parodia di una melodia zingaresca. Oldham lo incoraggia a risuonarla, Richards e Watts lo seguono e il pezzo prende quota. Secondo il racconto del manager, è possibile che anche
Nitzsche fosse intento a pasticciare con l’Hammond insieme a Wyman. Il bassista invece si attribuisce il merito in toto, osservando anche: “Stranamente, chissà perché, quella composizione non venne mai accreditata a Nanker Phelge”. Il ricordo di Nitzsche è un po’ diverso: “Non sapevano cosa suonare come accompagnamento, io ho cominciato a suonare il piano in stile gypsy e mi hanno seguito. Pensavo che fosse solo uno scherzo”.

Comunque, è evidente che l’andamento della strofa non era nei piani iniziali di Jagger e Richards, così come non era previsto l’altro elemento distintivo dell’arrangiamento, il sitar suonato da Jones. Non è chiaro come lo strumento sia finito nelle mani del chitarrista: Richards ha dichiarato che lui e Jones si erano comprati dei sitar durante un soggiorno alle Figi, mentre Jagger ha indicato come fonte di ispirazione un anonimo jazzista che suonava il sitar, incontrato in studio a Los Angeles.
C’è anche la possibilità che l’idea sia arrivata dalla fonte più vicina e più ovvia: George Harrison dei Beatles.

Harrison ha raccontato: “Incontravo sempre Brian nei club e passavo il tempo con lui. A metà degli anni ’60 veniva spesso a casa mia, in particolare quando lo prendeva ‘la paura’, cioè quando aveva mischiato troppe sostanze strane. Sentivo i suoi urli dal giardino: ‘George, George…’. Lo facevo.
entrare, era un buon amico. Veniva sempre a casa mia nel periodo del sitar. Parlammo di 'Paint It Black' e cercò di suonarla sul mio sitar: subito dopo ha registrato il pezzo”.

Il confronto con il chitarrista dei Beatles è stato subito sollevato dalla stampa: Harrison aveva portato il sitar alla ribalta pop suonandolo in "Norwegian Wood", uscita su "Rubber Soul" a dicembre del 1965, e l’uso dello stesso strumento da parte di Jones era un facile argomento per riproporre la vecchia accusa secondo cui gli Stones seguivano regolarmente le orme dei Beatles. In questo caso, Jones ha risposto direttamente: “Una scemenza totale. Allora si potrebbe dire che copiamo tutti gli altri gruppi che suonano la chitarra. Inoltre, tutti chiedono se diventerà il nuovo strumento di moda. Be’, personalmente spero di no. Non è obbligatorio cavare dal sitar uno strano suono indiano. Prendi 'Norwegian Wood'. Come atmosfera è il mio pezzo preferito dei Beatles: George ha usato il sitar in modo semplice e molto efficace”.

L’unico che solleva qualche dubbio è Richards, innanzitutto per la decisione di far uscire il brano con il titolo "Paint It, Black": “Non chiedetemi che ci fa la virgola nel titolo.

L’idea è stata della Decca”. In effetti questa strana aggiunta non ha senso e trasforma il titolo in una specie di intimazione razzista che nulla a che fare con il testo di Jagger, che parla fondamentalmente di tristezza e di morte: “È già stato fatto prima. Non è affatto un pensiero originale. Dipende tutto da come lo fai”. La virgola inopportuna comunque sarebbe sparita col tempo e la canzone ha ormai recuperato da tempo il titolo corretto.
La seconda obiezione di Richards riguarda l’incisione: “È troppo alta sul finale. La chitarra elettrica che ho usato non suona nel modo giusto. Avrei dovuto usarne una diversa, o almeno usare un suono diverso. E penso che suoni come una cosa fatta di fretta. Come se avessimo detto, e in effetti lo abbiamo fatto: ‘Grande. Se la rifacessimo ancora, perderemmo il feel’. Abbiamo detto così, e penso che se avessimo registrato qualche altra take sarebbe stato un disco migliore. Però è una questione tecnica; probabilmente quello che mi sarebbe piaciuto ascoltare non sarebbe stato diverso da come suonano migliaia di altre persone”.


Nonostante le perplessità di Richards, "Paint It Black" è diventata una delle canzoni più importanti del catalogo degli Stones, che riaffiora regolarmente attraverso versioni di altri artisti, colonne sonore cinematografiche e televisive e perfino videogiochi. In Olanda ha addirittura riconquistato la vetta della classifica dei singoli nel 1990, grazie alla colonna sonora della serie televisiva "Tour Of Duty", ambientata durante la guerra in Vietnam. Anche se il testo non ha riferimenti diretti alla guerra, l’uso della canzone nel film di Stanley Kubrick "Full Metal Jacket" del 1987 ha in qualche modo legato la disperazione espressa da "Paint It Black" con la rappresentazione delle esperienze vissute dai soldati americani in Vietnam.


Nella discografia del gruppo "Paint It Black" è stata inserita nella versione americana di "Aftermath" e ripresa in numerose antologie. Versioni live compaiono in "Flashpoint" (registrata a Barcellona il 13 giugno 1990), "Live Licks" (Londra, 24 agosto 2003, la stessa versione è nel DVD "Four Flicks"), "Shine A Light" (New York, 29 ottobre 2006), "Hyde Park Live" (Londra, 13 luglio 2013) con il relativo
DVD/CD "Sweet Summer Sun", nonché in "Live At The Tokyo Dome", registrazione del concerto di Tokyo del 26 febbraio 1990, disponibile solo in download, e nel DVD "The Biggest Bang" (Buenos Aires, 21 febbraio 2006) .


Nonostante la canzone sia rientrata periodicamente nelle scalette dei concerti, Richards avrebbe ancora qualche difficoltà a ricordarla, secondo quanto rivelato da Ron Wood: “Abbiamo sempre un attimo di esitazione in cui non sappiamo se Keith riuscirà ad azzeccare l’intro”.

Paolo Giovanazzi


Il testo è tratto, per gentile concessione dell'autore e dell'editore, da "Il Libro Nero dei Rolling Stones", di Paolo Giovanazzi, pubblicato da Giunti, al quale rimandiamo per la storia di tutte le canzoni di tutti gli album dei Rolling Stones.


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