“La voce di Chester Bennington è un dono”. L'intervista ai Grey Daze.

In “Amends” le canzoni della prima band dell’ex voce dei Linkin Park vengono riscoperte e risuonate, mantenendo intatto il timbro unico di Bennington, scomparso tre anni fa. Parla Sean Dowdell
“La voce di Chester Bennington è un dono”. L'intervista ai Grey Daze.
Credits: Anjella at Sakiphotography

Sean Dowdell, nel raccontare “Amends”, non lascia mai che le emozioni lo vincano. È lucido, preciso, attento alle risposte, vuole spiegare il perché di questo album nel modo più cristallino. Solo alla fine dell’intervista, alla domanda “Chi era davvero Chester Bennington?”, risponde con la voce strozzata e dopo alcuni secondi di silenzio: “Un grande amico”, riportando la figura della rockstar mancata 3 anni fa (leggi qui) a una dimensione famigliare e umana, spogliandola da forme di mitizzazione e restituendone, nella sua semplicità, la fotografia più vera. È la risposta che forse illustra al meglio le undici canzoni di questo progetto, risuonate e rimasterizzate, tratte da registrazioni sconosciute di inizio carriera, quando Bennington militava nei Grey Daze. “Amends”, in uscita il 26 giugno, restituisce la potenza e la bellezza della voce dell’ex cantante dei Linkin Park che, prima di togliersi la vita, ha cullato il sogno di riunire la sua prima band fondata insieme a Dowdell, batterista del gruppo. Nell’album sono presenti in veste di ospiti il figlio Jaime Bennington, Brian “Head” Welch e James “Munky” Shaffer dei Korn, Marcos Curiel dei P.O.D., Chris Traynor dei Bush, LP, Ryan Shuck dei Dead By Sunrise e altri.

Sean, la storia dei Grey Daze?
La band nacque a inizio anni ’90 e si sciolse nel 1998 quando Chester ha poi intrapreso il percorso con quelli che sarebbero diventati i Linkin Park. È stata la sua prima band, la nostra band. Nel 2016 Chester mi chiamò e mi disse: “Sarebbe bello riunire i Grey Daze”. E infatti poco tempo dopo annunciammo questa idea, che avrebbe portato i membri superstiti del gruppo originale (Mace Beyers al basso e Cristin Davis alla chitarra) a rielaborare e incidere una serie di canzoni iniziate decenni prima. Un progetto spezzato. Nel 2017 successe quello che tutti sappiamo, Chester se ne andò proprio poco prima di riunirci. Subito non mi è neanche passato per la testa di rimettere mano sulle canzoni dei Grey Daze. Ero disperato. Avevo perso uno dei miei migliori amici e pensavo al dolore della famiglia.

Cosa ti ha fatto cambiare idea?
Ho pensato, con il tempo, che fosse un giusto tributo. Chiudere il cerchio di quello che lui aveva voluto iniziare era un modo, per noi amici, di salutarlo. Non abbiamo avuto il tempo per dirgli addio. Le canzoni su cui stavamo mettendo le mani, attraverso alcune mail che ci mandavamo, erano straordinarie (alcune erano nate solo qualche anno prima dell’album di esordio dei Linkin Park “Hybrid Theory”, Bennington aveva vent’anni, ndr). La sua voce, in quelle vecchie registrazioni, era incredibile, un dono che non poteva essere abbandonato. L’idea era di rielaborare i brani, mantenendone intatta l’emotività.

Hai chiesto la “benedizione” della moglie Talinda Bennington.
L’ho trovato giusto e necessario. Mi ha detto di andare avanti, che anche lui lo avrebbe voluto. È stato molto emozionante. Si è solo raccomandata di “non cambiare la voce di Chester, di farla arrivare al meglio”. Non avremmo mai potuto accettare risultati mediocri, il lavoro che stavamo immaginando doveva essere perfetto. Era il modo più giusto per ricordare il nostro amico. Poi intorno al progetto si sono radunati altri artisti, che mi hanno spinto a fare tutto in grande, anche sul fronte della distribuzione, in modo che in tanti potessero poi ascoltare l’album.

Hai messo mano su vecchie registrazioni. Che cosa hai provato?
Non è stato facile sul fronte emotivo. Mi sono tornati davanti tanti ricordi di me e Chester al lavoro, del nostro rapporto, degli inizi. Era molto divertente passare del tempo con lui, era aperto alle idee degli altri, non voleva comandare. Scriveva testi pazzeschi e suonava molto bene anche la chitarra. In un primo momento riascoltare la sua voce, così pura, dopo la sua morte, mi ha destabilizzato.

Che cosa ti scuoteva?
Sentivo profondità, rabbia, emozioni, ma mai paura, mai paura.

In “Amends” come hai portato avanti la fase di interazione fra la musica e la sua voce?
Prendi un brano come “B12” (il video è una celebrazione del progetto, ndr). Siamo riusciti nell’intento di mantenere vivo il testo, il suo significato, e se ascolti la voce di Chester sembra ancora lì con noi, mentre suoniamo e diamo nuova energia alla canzone. Abbiamo curato tutto nel dettaglio.

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Ascoltando “Morei Sky” è impossibile non pensare alla sua morte.
Mi ricordo quando la scrisse, eravamo giovani, quel giorno andammo in spiaggia. Parla di seconde chance. Il titolo dell’album, “Amends”, viene proprio da questa canzone. È vero, è impossibile non pensare alla sua morte e a quello che c’è dopo, l’aldilà. Non è facile parlarne, Chester era in primis un grande uomo, uno che si interessava agli altri…Non è stato semplice lavorare su una canzone così. Un altro momento toccante è legato a “Soul Song”: il figlio di Chester, Jaime Bennington, partecipò alle registrazioni (ha diretto il video della canzone, ndr).

“Sickness” racconta un pezzo di gioventù di Chester.
Sì, è un episodio realmente accaduto quando Chester non era neppure maggiorenne. Era vittima di bullismo a scuola e una volta gliele avevano date. È stato allora che ho assunto una sorta di ruolo di protettore, quasi di fratello maggiore, un rapporto strano e magico che è durato per sempre e che, in qualche modo, dura ancora oggi, lo sento. Per me è difficile pensare a Chester come lo fanno tutti gli altri.

Chi era davvero Chester Bennington?
…un grande amico.  

(Claudio Cabona)

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