Lil Peep, che cosa ci ha lasciato il “Kurt Cobain del rap”?

Nel 2017 Post Malone, alla notizia della morte dell’amico e artista cresciuto a Long Island, scrisse sui social: “La tua musica ha cambiato il mondo e nulla sarà più come prima”
Lil Peep, che cosa ci ha lasciato il “Kurt Cobain del rap”?

La musica è “panta rei”, scorre e muta nel tempo. Vive nel presente, si ciba anche del passato e, nel migliore dei casi, tende al futuro, non rimanendo ferma. Guardando “Everybody’s Everything”, il documentario uscito su Netflix dedicato a Lil Peep, rapper statunitense morto nel 2017 (leggi qui), pioniere di una fusione fra suoni hip hop e punk-rock, in primis non ci si dovrebbe domandare se la sua morte poteva essere evitata o meno, tuffandosi in un tema spinoso che ha tutt’ora strascichi legali, ma piuttosto che cosa abbia davvero lasciato al mondo della musica quel ragazzo tanto fragile quanto poetico. Il critico musicale Jon Caramanica del New York Times ha ribattezzato Peep il “Kurt Cobain del rap”: un’anima dolce e dannata, volata via per un'overdose di farmaci, lo stesso mix letale che ha stroncato la vita e la carriera di altri rapper, mancati negli ultimi anni, come Mac Miller e Juice WRLD, altro giovane che ha fatto propria l’eredità musicale dell’artista newyorchese.

Il documentario prodotto da Terrence Malick, diretto da Sebastian Jones e Ramez Silyan, con il supporto della famiglia e in particolare della madre Liza Womack, racconta l’ascesa e la caduta di un artista innovativo e vulnerabile, sempre a un passo dal tracollo fisico ed emotivo, come quando durante uno showcase nel maggio 2017 a Los Angeles non si reggeva più in piedi a causa di un abuso di sostanze illecite. Ma poi ecco un lampo negli occhi, la ripresa del live, le urla del pubblico, le canzoni sparate in faccia, il pogo. Quasi una metafora: morte e resurrezione di un artista su un palco.

Una “rockstar” fragile
A soli vent’anni Gustav Ahr, questo il vero nome di Lil Peep, fu in grado di raggiungere, con il supporto del web e della piattaforma SoundCloud, milioni di fan innamorati dei suoi testi cupi, disperati e nichilisti, capaci di far abbracciare un immaginario trap a un’attitudine punk, in un vortice di suoni suggellati da una presenza scenica potente. Post Malone, l’artista odierno che di più ha saputo cogliere la lezione di Peep (si è anche tatuato il suo volto sul braccio), al momento della morte dell’amico e collega, nel novembre del 2017, scrisse sui social: “La tua musica ha cambiato il mondo e nulla sarà più come prima”. Due mesi prima, il 15 settembre, l’artista di Syracuse, con 21 Savage, aveva fatto uscire “rockstar”, il brano che lo ha consacrato al pubblico mondiale. Una canzone oscura nei suoni e nel testo, figlia dell’universo creato da Peep.

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Il documentario su Netflix, intriso dei ricordi del nonno, figura centrale per “Peep”, nome affettuoso con cui lo chiamava la madre, dà voce ad amici, collaboratori, componenti del collettivo GothBoiClique, produttori e offre una visione più introspettiva e umana dell’artista. Peep, che nell’hip hop underground aveva trovato la sua vera ragione di vita, condivideva tutto come in una comune: dai soldi alle case, perfino sul palco si portava amici e colleghi. Per poi chiudersi in un armadio a piangere da solo quando i nervi non reggevano più. Si sviscerano i suoi problemi famigliari, come la mancanza di una figura paterna, e si arriva a immagini molto crude sul vagabondaggio e sulla sua dipendenza dalle droghe, una gabbia da cui non riusciva a evadere. Tutto serve a delineare la sua figura da outsider, in costante equilibrio fra la felicità per i concerti con migliaia di persone e la difficoltà a godere con serenità di quel successo. Uno dei suoi ultimi post su Instagram, schiacciato da quel dualismo e da una depressione ormai incontenibile, recitava: “vorrei poter essere tutto per tutti”. Da qui il titolo del documentario. Come nei copioni delle rockstar maledette, arriverà alla morte giovanissimo, poco prima di quella che sarebbe potuta essere la consacrazione definitiva. Un addio che ancora oggi vede battaglie legali fra la famiglia e il management.

Rap e pogo: una “subcultura bastarda”
Quello che però manca davvero nel documentario, che rimane comunque un buon prodotto, è il Lil Peep artista. In che cosa è stato innovativo? Che cosa ha lasciato? Perché nel mondo rap viene divinizzato? Peep, seppur per pochi anni, è stato uno stregone: è riuscito, con diversi mixtape e con gli album “Come Over When You’re Sober” parte 1 e 2 (quest’ultimo è uscito postumo), a mischiare nel suo pentolone musicale mondi e generi. La subcultura emo e punk-rock degli anni novanta si è ritrovata intrisa dei suoni e dei linguaggi della trap, generando produzioni e testi che, nella malinconia e nella cupezza, avevano trovato un ponte di collegamento. Chitarre e sintetizzatori, parti rappate e ritornelli veloci, braccia molleggiate al cielo e pogo. Peep ha preso dal passato, ha fuso con il presente e ha guardato al domani, creando un suo personale pianeta. Ne è nato, dal 2014 in poi, un movimento underground compatto, prima in America e poi in Europa, che, in quell’immaginario e in quelle canzoni su droga, amori infranti e ansia per il futuro, si è da subito rispecchiato. Una piccola grande innovazione, una fusione di subculture immediatamente riconoscibile nell’immagine e nei suoni. Non è un caso che lo stile emo-trap-punk rimaneggiato da Peep abbia acceso anche l’interesse del settore moda, che lo ha voluto in passerella e su copertine di riviste patinate. Il tutto generando un cortocircuito affascinante fra l’anti-materialismo di quella inedita “subcultura bastarda” e il nuovo business che stava generando. Peep, in una delle sue ultime interviste dichiarò: “Compro le collane e poi le regalo agli amici, a chi capita, non ne ho mai per me, non me ne frega niente di quella roba”.

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Non è certo la prima volta che il mondo rock e quello hip hop si incontrano: le produzioni di Rick Rubin (Run DMC, Beastie Boys, Red Hot Chili Peppers, System of a Down, Rage Against The Machine, Linkin Park, Eminem) hanno segnato la storia della musica, nel segno della contaminazione. Il background di Peep è proprio questo, ampliato dalla passione per il post hardcore e dal rap più contemporaneo come quello di Future, Lil Wayne, Drake e Gucci Mane. Ma non basta questo per capire la forza di Peep: analizzando i campionamenti dei suoi brani, si apre il vaso di Pandora delle sue influenze, e si scopre una profonda cultura musicale, intergenerazionale. Smontando le produzioni, non quelle originali ovviamente, ma quelle “tributo”, si palesano i variegati riferimenti del rapper con la “A” di anarchia tatuata sulla guancia: in “Yesterday” vengono campionati gli Oasis, in “Move on, be strong” gli Avenged Sevenfold, in “Skyscrapers” i Death Cab for Cutie, in “Hollywood Dreaming” i Mineral, in “Coke” i Red Hot Chili Peppers, in “Flannel” i Cure, in “2008” Marilyn Manson e si potrebbe andare ancora avanti.

Post Malone e l’evoluzione mainstream
Che cosa resta oggi dell’universo musicale creato da Peep? Il genere emo-trap è pieno di suoi “cloni”, in America come in Europa: ma non basta tatuarsi in faccia e realizzare canzoni rap tristi, con qualche riff di chitarra, per essere uguali a quel mingherlino che sul palco si incendiava. La musica scorre e muta, si diceva. Nelle visioni di Peep c’erano i prodomi di un’ulteriore trasformazione. Per capirlo basta ascoltare “Falling Down”, brano uscito postumo e realizzato con XXX Tentacion (un altro innovatore del rap, mancato nel 2018): una canzone rock amara, ma anche custode un’anima più pop.

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Fra tutti gli artisti di nuova generazione, Post Malone è quello che, maggiormente, ha premuto sull’acceleratore di quella mutazione, frantumando record e classifiche. I suoi tre album (“Stoney”, “Beerbongs & Bentleys”, “Hollywood's Bleeding”) sono segnati da una certa inquietudine, fanno flirtare il rock e il rap (“Take What You Want” vede la partecipazione di Ozzy Osbourne), giocano con i generi e hanno anche una devastante forza mainstream. Sul palco il cantante di “White Iverson” ha un’attitudine da rockstar, è massiccio, suona la chitarra acustica e rompe i cliché del classico rapper. Austin Richard Post, questo il suo vero nome, ha dato una mano di vernice dorata al manifesto di Peep, rimuovendone alcuni degli aspetti più autodistruttivi e underground, ma mantenendone l’idea di “liquidità” dei suoni e alcune fondamenta a cui si sente ancora di appartenere. Lo ha fatto in modo genuino. È un’evoluzione che ha portato una parte di quel mondo fuori dai sotterranei, rimodellando gusti, temi e visioni della trap. In un podcast di H3 del 2017, Malone, intervistato, alla domanda sulla morte di Peep, ha lasciato trasparire commozione: “Quando è morto in tanti lo hanno attaccato sui social per la sua vita sregolata. Lo hanno giudicato. Era un buono. Sul palco era fantastico e in poco tempo ha cambiato un’intera cultura. Non c’è stato nessuno come lui”. Mai più quel ventenne problematico, che in “Crybaby” cantava di sentirsi solo al mondo, avrebbe pensato, nel suo piccolo, di cambiarlo.

(Claudio Cabona)

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