“Decamerock”: la storia di John Bonham

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”

“Decamerock”: la storia di John Bonham

l ritratto di John Bonham dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto

Lo chiamavano “la Bestia”. Non per le intemperanze, per gli eccessi e le follie. La Bestia perché era il martello degli dei, l’uomo che garantiva il suono del Dirigibile, che lo faceva volare senza appesantirlo. Lo chiamavano anche “Bonzo”, dal nome di un cane tranquillo e gentile, protagonista di un cartone animato britannico, perché così era quando non ingurgitava ettolitri di alcol: pacato e silenzioso.

John Bonham è diventato il più grande batterista nella storia del rock senza aver mai preso una sola lezione di batteria. Ha imparato percuotendo come un ossesso qualsiasi oggetto che abitava la cucina di casa, dalle pentole ai coperchi, dai piatti ai tavolini. Con un rudimentale rullante che suo padre aveva costruito con una scatola di metallo, imparava l’arte e la metteva da parte. Aveva una straordinaria potenza nelle mani e nella testa (perché tutto parte dalla testa). Foderava l’interno della batteria con carta stagnola per far scaturire l’effetto speciale di una mitragliatrice.

Si comincia a parlare di lui prima ancora che incida un solo disco o che entri a far parte di una band.

Il problema è proprio questo: nessuno lo vuole. Non perché non sia bravo, perdio se lo è. È semplicemente troppo. Troppo rumoroso. I locali lo ascoltano e lo rimandano a casa. Lui, allora, decide di suonare la batteria a mani nude. Fa meno rumore.

Entra a far parte dei Band of Joy di Robert Plant, ma la band ha vita breve. Le strade si separano: Bonzo va a suonare con Tim Rose, Plant resta in attesa fino a quando incontra Jimmy Page. Nascono i New Yardbirds. Manca un batterista. Plant sorride: “Ne ho uno io, ma non è uno qualunque. È il migliore”. Va a parlare con Bonzo, che non ne vuole sapere. Guadagna 40 sterline a settimana e cambiare band è sempre un’incognita.

Plant non si perde d’animo. Convince Page ad andare a sentire Bonzo al Country Club di Londra. È l’estate del 1968, mese di luglio. Page ascolta e impazzisce. Tempesta Bonzo di telegrammi. Se pensate che sarebbe stato più semplice e diretto fare una telefonata, dovete sapere che il futuro batterista dei Led Zeppelin non aveva telefono. Page manda ogni giorno un telegramma al Three Men in a Boat, il pub dove sa che Bonzo ama rifugiarsi a bere. Alla fine, Bonzo cede. È l’inizio della più incredibile avventura che si possa raccontare.

Gli Zeppelin salgono sul tetto del mondo. Sono inarrestabili. Nessuno può fermarli. Nessuno può fermare Robert Plant, la voce di Dio. Nessuno può fermare Jimmy Page, la chitarra del demonio. Nessuno può fermare John Bonham, la Bestia. Nessuno se non lui.

Beve sempre di più, non riesce a controllarsi. Le follie diventano quotidiane, spesso divertenti, a volte tristi o, semplicemente, pericolose. Alla consegna dei Melody Maker Awards arriva così ubriaco e ingestibile da proclamare i Police band dell’anno, nonostante stiano consegnando il premio proprio a lui e ai Led Zeppelin. Per convincere tutti canta a squarciagola il ritornello di “Message in a Bottle”.

E arriviamo al 24 settembre 1980. Rex King, assistente del Dirigibile, va a prendere Bonzo nella sua casa di campagna, la Old Hyde Farm. Bonzo pretende di fermarsi a un pub per fare colazione. Butta giù due panini al prosciutto e quattro vodka all’arancia quadrupli. Come a dire sedici bicchieri di vodka. Bonzo riesce a reggerli, nonostante stia assumendo un medicinale per combattere l’ansia, il Motival.

Arriva in studio, continua a bere, smodatamente, al punto di crollare. Non è in grado di suonare. La band interrompe le prove. Si spostano tutti all’Old Mill House, per un party. Bonzo non rinuncia a bere altri tre vodka doppi. Lo portano di peso in camera e aspettano che smaltisca l’effetto dell’alcol. Non succederà mai. Bonzo muore soffocato dal suo vomito. In quel momento dalla casa di Jimmy Page, appartenuta un tempo al satanista Alistair Crowley, si alza un denso fumo nero. Qualcuno pensa che Bonzo sia morto a causa di pratiche di magia nera. Ovviamente non è così. Almeno credo.

I Led Zeppelin sciolgono la band. La più grande rock’n’roll band del mondo. Non si può andare avanti senza Bonzo, dicono Page e Plant. Non ci sara mai più nessuno come lui. Come disse una volta Jimi Hendrix, il piede destro di Bonzo era più veloce di quello di un coniglio. E veloce come un coniglio, John “Bonzo” Bonham ha bruciato la sua parabola, tra i rimpianti di chi l’ha conosciuto e di chi, anche solo da lontano, ne ha amato il talento e la follia.

 

Domani racconteremo la storia di Amy Winehouse

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Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

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