“Decamerock”: la storia di Brian Jones

Un estratto dal nuovo libro di Massimo Cotto, “sulle tracce di vite maledette e affascinanti, centouno storie di fortune e sconfitte, tragedie e amori, rovinose cadute e incredibili resurrezioni, passioni sregolate e altri eccessi”
“Decamerock”: la storia di Brian Jones

Il ritratto di Brian Jones dal libro “Decamerock” di Massimo Cotto

Brian Jones è sempre stato, in fondo, solo una farfalla impazzita. Come diceva John Lennon, “Soffriva davvero tanto. Era una di quelle persone che si disintegrano davanti ai tuoi occhi”. Non era sempre stato così. All’inizio sembrava tutto bello. E senza di lui gli Stones non sarebbero mai diventati gli Stones. Era lui il cattivo, il maledetto, l’uomo che, molto prima di Mick Jagger, aveva simpatie per il demonio. Almeno nell’immaginario. Nella vita, chissà. Brian Jones aveva l’immagine giusta, quando gli altri sembravano ancora dei ragazzini. Quando Gered Mankowitz, il giovane fotografo chiamato a realizzare gli scatti per “Out of Our Heads”, vide per la prima volta le Pietre al completo, non ebbe dubbi su chi dovesse essere posizionato in primo piano in copertina. Brian Jones era già rockstar prima ancora di diventarlo.

Non era solo il più carismatico e pronto a incarnare l’idea di ribellione degli anni Sessanta: era anche il più preparato musicalmente, il più talentuoso (Mick Jones dei Clash disse di lui che gli bastava prendere in mano per la prima volta uno strumento appena scoperto e, d’incanto, sapeva già come suonarlo), il più geniale nell’inserire nuovi elementi nel corpo musicale della band: il sitar in “Paint It, Black”, il dulcimer in “Lady Jane”, il flauto in “Ruby Tuesday”.

Poi, tutto cominciò a precipitare. All’inizio, lentamente; quindi, a valanga. Tutti concordano sul momento del primo attrito: quando, il 6 maggio 1963, Brian chiese e ottenne cinque sterline alla settimana in più rispetto agli altri membri del gruppo, a loro insaputa. Cifre che oggi fanno sorridere, ma che in quella prima metà degli anni Sessanta facevano la differenza per una band che ancora non aveva ottenuto niente.

Nel 1963, Brian Jones era già diventato tre volte padre. La prima volta fu nel 1959, quando aveva diciassette anni. Aveva messo incinta una diciassettenne della Pate’s Grammar School di Cheltenham, la sua città natale. Brian cercò in tutti i modi di convincerla ad abortire, invano. Il bambino, Simon, venne alla luce e fu dato subito in adozione. L’anno dopo fu la volta di una donna sposata. Brian era ribelle, iconoclasta, irresistibile, scomodo. Troppo. Fu costretto a lasciare la città. Per qualche tempo visse di autostop tra la Germania e la Scandinavia, suonando per strada. Nel 1960 Brian era tornato in Inghilterra, aveva conosciuto Alexis Korner e iniziato a muovere i primi passi nell’ambiente. Nel 1961, la terza paternità. Questa volta era diverso. Lui era innamorato di Pat Andrews. Per comprare i fiori alla neomamma dovette vendere i quattro album a cui teneva di più. E lo fece senza esitazioni. Poi arrivarono i successi, i soldi, la fama. E cominciarono le liti. Da una parte Mick e Keith, stranamente uniti, dall’altra Brian. Una volta Keith lo prese a pugni perché, a suo dire, aveva mangiato la sua razione di pollo. Un’altra volta, gli Stones avevano un concerto a Portsmouth. Brian partì in grande anticipo per arrivare all’appuntamento nel luogo convenuto per la partenza. La sua macchina ebbe un guasto. Si fermò in un punto dove gli Stones, passando, potessero vederlo. Gli Stones lo videro, sghignazzarono il giusto e l’ingiusto e lo lasciarono lì, ai bordi della strada. Andarono al concerto senza di lui, convinti che ormai potessero farne a meno.

Ma a raccontare gli episodi si rischia di perdere terreno. Perché tutto era pretesto. Mick e Keith erano cresciuti in tutto (carisma, consapevolezza, songwriting – Brian non componeva), mentre Jones era cresciuto solo nell’uso delle droghe. Ci sono scatti e video, ad esempio quelli del promo di “We Love You”, che lo ritraggono curvo e con gli occhi spenti, divorati dall’acido, lontano chilometri dal punto in cui si trovava.

Si arriva a un punto di non ritorno. Keith Richards gli soffia la fidanzata, Anita Pallenberg. Gli Stones lo allontanano dalla band, anche se fanno sembrare al pubblico che sia stato lui a gettare la spugna. Poco dopo, arriva la morte, in circostanze mai chiarite, annegato, nella piscina di casa sua. Arriva a 27 anni, un’età che vale l’iscrizione al Club dei 27 e all’immortalità. La morte arriva nella notte tra il 2 e il 3 luglio del 1969.

La notizia esplode. Gli Stones sono stravolti, nonostante le tensioni con Brian. La sera della morte del loro amico si esibiscono, stralunati e incerti, a “Top of the Pops”. Il problema è che due giorni dopo, il 5 luglio, è previsto un grande concerto a Hyde Park. Esitano. Pensano che forse sarebbe meglio annullarlo. Charlie Watts propone di trasformarlo in un grande omaggio a Brian Jones. Gli altri accettano. Forse non avevano mai avuto davvero l’intenzione di annullarlo.

Poche ore prima dell’inizio, Mick è vittima di un attacco di panico. Non è sicuro di riuscire a fronteggiare la situazione, ma è troppo tardi per annullare lo show. Sale sul palco vestito di bianco e truccato, sul petto ha un crocifisso in legno.

Dice: “Ascoltate. Fate silenzio per un minuto. Vorrei dire qualcosa su Brian. Su come ci sentiamo, dopo che lui se n’è andato, in un momento inatteso”. Poi legge la strofa 39 e la strofa 52 del poema “Adonais” di Shelley. Legge male, forse pentito di quella scelta. Alla fine, ecco l’omaggio plateale. Sul palco ci sono scatoloni di cartone pieni di farfalle. Centinaia di farfalle. Era previsto che si levassero in volo in modo maestoso, sopra il palco, per salutare il vecchio amico.

In realtà, per uno di quei goffi scherzi del destino, non andò così. O meglio: non andò esattamente così. Perché le farfalle erano rimaste troppo a lungo negli scatoloni e molte di loro erano morte soffocate. L’omaggio fu monco. Qualche farfalla si alzò in aria, altre finirono sul palco, e gli Stones costretti a calpestarle mentre si muovevano per cantare. Non fu, nonostante quello che si dice, un grande omaggio. Non fu nemmeno una cosa terribile.

In fondo, sono solo farfalle.

 

Domani racconteremo la storia di Serge Gainsbourg

Le storie già pubblicate:

“Decamerock”: la storia di Keith Moon

“Decamerock”: la storia di Stu Sutcliffe

“Decamerock”: la storia di Ian Curtis

“Decamerock”: la storia di Richey Edwards

“Decamerock”: la storia di Janis Joplin

“Decamerock”: la storia di Nick Drake

Tratto, per gentile concessione dell’autore e dell’editore Marsilio, dal libro “Decamerock”, sul quale potrete leggere altre 100 storie di vite rock.

https://a6p8a2b3.stackpathcdn.com/TZqmQaZFqCt_8oPUzEWEVKbCgFc=/700x0/smart/rockol-img/img/foto/upload/decamerock.2020-02-17-11-31-13.jpg
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.