Black Crowes dal vivo a Londra: la recensione del concerto

Il ritorno dei fratelli Robinson, che a novembre si esibiranno al Forum di Assago, in una performance acustica all Omeara

Black Crowes dal vivo a Londra: la recensione del concerto

L'Omeara è la copia più sexy del Tunnel di Milano: vicino al London Bridge, può accogliere pochissime centinaia di persone stipate. Quando con pochi minuti di ritardo sull'orario previsto (le 21 del 12 febbraio) i fratelli Robinson prendono il palco, i fans tirano un sospiro di sollievo perchè il loro linguaggio del corpo suggerisce: Armonia.

In cartellone, in effetti, sono annunciati i Brothers Of A Feather, un alias che indica il loro duo spiumato dal resto dei corvi. I Black Crowes, in versione nuova di zecca per celebrare il trentennale di "Shake your moneymaker", rivisiteranno quel gioello di album anche in Italia il prossimo 10 novembre suonando dal vivo al Forum di Assago. Quello di stasera a Londra, dunque, è più un warm-up tra fratelli che una prova tra musicisti o il numero zero di un tour. E di riscaldamento ne hanno certamente bisogno Chris e Rich, che non si sono parlati per 6 anni prima di ricongiungersi alla fine del 2019 e mettere in cantiere 46 date dal vivo. Chitarra e voce, entrambi in jeans, giacca e barba, fanno subito sul serio: la versione acustica di "Jealous again" è ottima e, per non lasciare nulla di intentato, il secondo brano in scaletta è "Twice as hard", un altro classico energetico. Non occorre rodaggio stasera. Questo unplugged rivelerà soprattutto una veste meno nota di Rich, chitarrista di livello e convinto fan di Peter Green, che con una serie di chitarre acustiche mostrerà solo le ossa del suo rhythm and blues di serie, regalando invece ai Black Crowes una più inconsueta versione folk di sè stessi (come confermerà anche la scelta della prima cover).

Sono complementari, i due. Chris cerca l'interazione con il pubblico, è un battutaro provetto, scherza tra un brano e l'altro e dice che in questa modalità gli pare di essere al cabaret - ma puntualizza che hanno provato per tre settimane solo per questa serata e che si sente nervoso. Rich parla solo con l'addetto al mixer: "Aggiusta i bassi, sistema gli alti". 

"Thorn in my pride" è un altro piccolo tuffo al cuore per chi nel '90 c'era. "Good Friday" è molto intensa. Le canzoni escono bene, e gli ammiccamenti e le pacche tra fratelli al termine di quasi ogni pezzo lasciano ben sperare che ora siano rimasti solo i loro vecchi amici Gallagher a dover sistemare la propria brotherhood. Quando gli accordi poderosi si quietano e gli lasciano spazio, Chris Robinson si reimpossessa della scena con quella sua voce meravigliosamente imperfetta, irregolare e ineducata: gioca con country e blues con la sua armonica, e poi torna a ululare come il soul singer che è sempre stato da quando la sua band decise di diventare famosa con una cover al fulmicotone di "Hard to handle" di Otis Redding.

E' il turno di un altro classico dei Crowes, "Hotel illness", pezzo sontuoso. Concentrato ed energetico, misurato nello sparare pennate sincopate, sembra che Rich di chitarre ne stia suonando almeno due simultaneamente. Dopo "Whoa mule" (questo tratto da "Warpaint") tocca alla prima delle due cover in scaletta, "So many times" di Stephen Stills, molto sentita e riuscitissima in uno stile quasi confessionale. Il finale è un crescendo continuo, con una tripletta composta da "Soul singing", "She talks to angels" e "Remedy" che, pure unplugged, è puro rock and roll. Siamo al top, e i fratelli salutano e lasciano la scena. Torneranno per un solo bis, "Willin’" dei Little Feat. Simbolicamente, come se muovessero un piccolo passo in direzione del blues. Che, ri-elettrificato e con la formazione completa, a novembre sarà spettacolare.

(Giampiero Di Carlo)

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