Verdena, 20 anni di “Valvonauta”, l’inizio del sogno

IL 21 giugno del '99 usciva una canzone che cambiò il rock italiano. Alberto Ferrari ricorda:“una canzone che va difesa, per sempre”. E quel rifiuto a Gabriele Salvatores...

Verdena, 20 anni di “Valvonauta”, l’inizio del sogno

Il 21 giugno del 1999 tre ragazzi bergamaschi di vent’anni, incastrati fra una sala prove vissuta come una casa e le bottiglie di birra consumate al bancone del bar, cambiarono inconsapevolmente il loro destino. Vent’anni fa usciva “Valvonauta”, il primo singolo estratto dall’album d’esordio dei Verdena, che poi sarebbe stato pubblicato a settembre dello stesso anno. Più di una canzone, più di un video, quello diretto da Francesco Fei, l’urlo di un rock italiano capace di parlare alle viscere di una generazione stroncata dalla morte di Kurt Cobain, avvenuta cinque anni prima, e che se ne fregava di ballare in discoteca sulle note di “Blue” degli Eiffel 65. Un brano simbolo, “da difendere” nella sua cristallina essenza, tanto da rifiutare l’offerta di Gabriele Salvatores che lo voleva come colonna sonora di un suo film. 

“Erano tempi strani - racconta Alberto Ferrari, voce dei Verdena - quello che interessava a me, a mio fratello Luca e a Roberta (Sammarelli) era solo suonare. Suonare e basta. Avremmo suonato perfino dentro il container di un camion se ce lo avessero chiesto. Passavamo giorno e notte in saletta, praticamente ci vivevamo. Lo facevamo per rompere la noia. Poi improvvisamente è successo un casino, siamo esplosi. E questa cosa non ci piaceva per nulla perché ci sembrava troppo veloce. Era da un po’ che lavoravamo sulla nostra musica, ma ci immaginavamo una gavetta più lunga, avevamo paura di bruciarci”. 

Festival giganteschi e passaggi continui in televisione. “In quell’anno, ancora prima di far uscire il disco che poi ci avrebbe prodotto Giorgio Canali, suonammo al Jammin’Festival e al Gods of Metal davanti a migliaia di persone – ricorda Alberto – all’Heineken successe qualche cosa di pazzesco: salimmo sul palco, nessuno inizialmente ci considerava. Finito il live, come se nulla fosse, siamo scesi fra la gente per ascoltare i gruppi successivi e siamo stati circondati da tanti ragazzi che ci chiedevano gli autografi. Li avevamo colpiti. Stava cambiando tutto. Quando andavamo al solito bar con gli amici, a berci birre, trasmettevano il video di “Valvonauta” (il nome della canzone è una specie di citazione legata agli amplificatori) e ci sembrava assurdo. Una sera, su Tmc2, l’hanno trasmesso in loop per ore. Mi sono addormentato guardandolo a ripetizione”. Un video che ancora oggi è una piccola gemma capace di fotografare il primo mondo dei Verdena. “Eravamo noi, in tutto e per tutto – sorride Alberto – nel video suoniamo dal vivo in un locale minuscolo, c’è il motorino con cui giravamo, ci sono i nostri amici. La canzone ha un testo un po’ stupido, parla di amore e di suicidio, di un tipo che si vuole affogare. Gabriele Salavatores se ne innamorò. Ci contattò, la voleva usare come colonna sonora di un suo film. Gli dicemmo di no. Non era una questione di soldi, rifiutammo più proposte. Tutte le canzoni, ma non quella. “Valvonauta” è nata in modo genuino, senza pensare. Per questo andava e va difesa. Tanta roba dei vecchi dischi per me oggi è inascoltabile, ma “Valvonauta” siamo ancora noi in qualche modo. Tutto è partito da lì. Per questo non la togliamo dalle scalette dei concerti”. In che cosa vi rispecchia ancora oggi? “Vivo ancora qui, fra le mie montagne e i miei amici – confessa Alberto – ho una famiglia e dei figli adesso, ma non ho cambiato idea. Non mi pesa stare distante dai riflettori continui, mi peserebbe invece esserci sotto”. Poi i saluti: i Verdena devono provare. “Il disco nuovo vogliamo farlo uscire entro il 2020, sono passati quasi cinque anni dall’ultimo, le famiglie e i progetti paralleli ci hanno portato via un po’ di tempo, dobbiamo recuperare – conclude - pensa: sto entrando nel nostro “pollaio”, che da tempo oltre a sala prove è diventato anche studio di registrazione. A proposito di questi vent’anni, fu qui che scrivemmo “Valvonauta”. Ed è da qui che ripartiamo ancora”. 

(Claudio Cabona)

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