Una comunità inclusiva: Alessandra Amoroso e il suo pubblico in concerto al Forum di Assago – RECENSIONE, SOUNDCHECK, INTERVISTA, SCALETTA

Una comunità inclusiva: Alessandra Amoroso e il suo pubblico in concerto al Forum di Assago – RECENSIONE, SOUNDCHECK, INTERVISTA, SCALETTA

Alessandra Amoroso scende dal palco annunciando con voce squillante: «Bimbi, a me!». Cammina tra i fan d’ogni età. Dispensa sorrisi, strette di mano, abbracci. Lo fa senza freddezza, senza alcun impaccio. I selfie sono riservati a «bambini, mamme, nonni e ai miei special guest». Quando dice special guest intende i disabili, «il mio pubblico preferito». Abbraccia una ragazza che piange a dirotto. Si fa raccontare cose, la consola, le dice che non c’è niente di male nello sfogarsi. Un ragazzo le spiega che vedrà altri quattro suoi concerti in giro per l’Italia. Lo guarda con aria lievemente preoccupata: «Lo sapete, mi spiace che spendiate i vostri soldi».

Non è il concerto che Alessandra Amoroso ha tenuto ieri sera al Forum di Assago. È il soundcheck del pomeriggio che la cantante trasforma in un’occasione d’incontro con i membri del fan club. Lo fa da molti anni prima di ogni esibizione. È un po’ mini concerto, un po’ festicciola fra amici, un po’ abbraccio fra cantante e pubblico. È il rapporto con la Big Family in purezza ed è una cosa che si vede raramente. Comincia in un Forum gigantesco e vuoto con Alessandra che saltella sulla passerella che s’allunga in platea e col suo gruppo intona per 200 fan “La stessa”, “Dalla tua parte” e “Il mio stato di felicità”. I ragazzi ne vogliono sentire un’altra, urlano richieste, viene scelta “Sul ciglio senza far rumore” che Alessandra canta seduta a terra, a gambe incrociate.

Quando Alessandra scende dal palco, uno dei primi ad avvicinarsi è Filippo, 6 anni: «Lo sai che oggi è il mio compleanno?». Lei allora lo fa salire in piedi su una sedia e fa intonare a tutti quanti un «tanti auguri a te». Un’altra bambina le porge un disegno. C’è la cantante, ci sono tanti colori, c’è la scritta: «Ti voglio bene, sono una tua fan, Emma». Alessandra passa fra le sedie e raccoglie quel che i ragazzi le donano: tanti fiori, regali, un braccialetto, persino un quadro. A un’altra ragazza spiega: «Vi ho fatti entrare nella mia vita per farvi capire». Più tardi, in camerino, mi dirà che «voglio far comprendere ai miei fan che non sono cambiata, che mi sento fortunata e che la mia fortuna la voglio dividere con loro. Perché io sono come loro. Uso il palco giusto per farmi vedere da chi è in fondo».

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Alessandra Amoroso ha un modo naturale, inclusivo e tutto suo d’annullare la distanza col pubblico e al tempo stesso di comportarsi da sorella maggiore. Trasmette calore, spontaneità, vitalità, gioia. Resta con i fan tre quarti d’ora. Tutti vorrebbero un contatto, un sorriso. Lei cerca di non lasciare indietro nessuno e dispensa carezze e saluti. Nessuno abusa della sua disponibilità, tutti sembrano appagati dalla sua presenza. C’è un’aria di strana familiarità e assieme d’emozione. Una ragazza a cui Alessandra ha autografato la pancia resta per un bel po’ con la bocca aperta e la mano tremante. È una scena piccina che irradia felicità.

La voglia di contatto, anche fisico, nasce in un’epoca pre-social, fra il 2010 e il 2011. «A ogni firmacopie i fan mi preparavano qualcosa da mangiare, mi compravano pensierini, mi consegnavano lettere», spiega Alessandra nel backstage. «In una di queste lettere si raccontava di un bambino, Francesco, con gravi problemi di salute. Aveva bisogno di cure, di cellule staminali, di andare negli Stati Uniti. Il fan club è nato così, per beneficenza. Ogni anno, grazie alle tessere, raccogliamo soldi che diamo alla famiglia di Francesco, che è un po’ il fratello di tutti». La comunicazione empatica di cui è capace Alessandra, invece, sembrerebbe innata. «Sono sempre stata così, forse è per via dei miei genitori. Sono sempre stata estroversa, mi è sempre piaciuto far qualcosa per la gente. Mi fa stare bene».

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Tre ore dopo, il Forum s’è riempito nonostante siano previste altre due date a Milano, in aprile, che viaggiano verso il sold out. Alessandra appare scendendo una breve rampa di scale in plexiglas. Sotto ai suoi piedi, il pavimento in led è lo sviluppo dei cinque schemi quadrati semoventi che trasmettono immagini e riferimenti al suo mondo – la continuazione con altri mezzi del cumulo caotico di segni della copertina dell’album “10”. A destra e sinistra, altri due schermi mostrano a chi è lontano quel che accade sul palco. È un po’ come l’incontro pomeridiano, senza la fisicità, senza la possibilità di toccarsi e guardarsi negli occhi, ma con grida e canti moltiplicati per cento. Quest’idea di scambio sta alla base del tour che porterà Amoroso a esibirsi da qui a metà maggio in tutte le regioni d’Italia, un fatto raro e simbolico di quanto seriamente prenda l’idea di andare a incontrare e ringraziare il suo pubblico nel decimo anniversario della carriera.

Intanto le canzoni scorrono esprimendo un nucleo di valori tradizionali: condivisione, fiducia, sincerità, amicizia, rispetto, ovviamente amore. Non le ha scritte lei, ma riflettono l’educazione cattolica ricevuta da Alessandra che s’è tatuata su un polpaccio la massima «Chi canta prega due volte» e che ricorda con un sorriso malinconico gli insegnamenti della nonna scomparsa di recente, la cui foto appare a un certo punto sullo schermo. «È bello essere d’esempio», dice. «I genitori, che come sai possono essere molto critici, mi dicono che sono felici di portare ai miei concerti le figlie perché vedono in me una donna sana».

Ci ha messo un po’ Alessandra Amoroso a capire che questa era la sua strada, che a questo serviva la popolarità. Dieci anni fa non era che una ragazza uscita da un talent che stentava a comprendere quel che le stava accadendo e a gestire un livello di notorietà a cui non era preparata. A un certo punto, però, ha cominciato a caricare di senso il rapporto col pubblico, a diventare una sorta di capobanda schierata dalla parte dell’amore, un po’ materna e un po’ clownesca.

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«All’inizio», spiega, «ero molto spaventata dal successo. Non lo desideravo. Volevo semplicemente che qualcuno mi ascoltasse perché avevo cose da dire. Ma il successo è arrivato e tutto d’un botto. Ho cominciato a vedere persone che mi aspettavano per ore e ore, ragazzine giovanissime andar via di casa per venire da me, altre che vendevano gli ori pur di comprare i biglietti dei miei concerti. Mi sono detta: io per questa gente devo far qualcosa. Sapere che la mia musica dà coraggio a chi deve affrontare un’operazione difficile o una violenza in famiglia è una grande vittoria. Vederli sorridere, cantare, godersela e scordarsi di tutto mi rende felice. Io credo nelle seconde possibilità».

La seconda parte del concerto, che si apre con una versione per sola voce del primissimo successo “Immobile”, è dedicata ai medley, coppie di canzoni tratti dai vecchi album cantate in ordine cronologico, un viaggio nel passato che serve da enorme karaoke e da promemoria di un tempo in cui Amoroso non era testimonial di un’ostinata e gioiosa voglia di vivere. Ogni coppia di canzoni è presentata come il capitolo d’un libro i cui titoli – da “Le mie paure, il mio sogno” fino a “Voi, il mio coraggio” – disegnano una traiettoria che va dalle insicurezze alla liberazione, dal personale al collettivo, da un “io” a un “noi”. È la storia di un cambiamento. Lentamente, Alessandra ha fatto a meno dei consigli di chi la circondava, ha cambiato repertorio, è riuscita a diventare quella che è. «Ho trovato autori in grado di raccontarmi in tutte le mie sfumature. La musica smuove delle cose dentro di me che non ho mai detto e mai dirò a nessuno».

La terza parte del concerto è la più festosa e incentrata sul pop colorato degli ultimi due dischi. Ascoltate una dietro l’altra, in questo contesto, le canzoni sembrano inni motivazionali. La gente le canta sotto una pioggia di coriandoli, mentre Alessandra balla e gira su sé stessa e chiude il concerto con “Forza e coraggio”, titolo programmatico e arrangiamento virato gospel-pop. Dal soul che ascoltava da ragazza ha preso istintivamente l’aspetto salvifico e l’ha racchiuso in canzoni electro-pop che stasera, con una band di sei elementi e due coriste guidata da Davide Aru, assumono qualche sfumatura in più. E alla fine del concerto, con i musicisti oramai dietro le quinte e i crediti che scorrono sugli schermi, Amoroso sta ancora lì, sul palco, per un paio di minuti. Non smette di ringraziare, saltella di gioia, sembra non voler più scendere.

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E pensare che, fino a poco tempo fa, Alessandra Amoroso odiava il suo timbro vocale lievemente nasale, graffiato e struggente, detestava quel che i fan riconoscevano come famigliare, il suono da cui traevano gioia e conforto. «Ero entrata ad ‘Amici’ cantando Aretha Franklin, Alicia Keys, Gloria Gaynor. Quando ho cominciato a cantare in italiano ho odiato la mia voce. Non la tolleravo. Ho cominciato ad apprezzarla quando mi sono operata alle corde vocali», ovvero nel 2015. «Sai come si dice, no? Una cosa l’apprezzi quando rischi di perderla. Ho avuto paura di non riconoscermi. Mi sentivo vulnerabile, fragile. Mi sono chiesta: e se non riuscissi più a trasmettere le stesse emozioni con quel mio maledetto timbro? Lì mi sono spaventata e mi sono detta: Ale, tu sei anche questa e la gente ti apprezza per quel che sei. Forse la mia voce non mi piaceva per mancanza di autostima».

Le prime cose che vengono in mente assistendo al concerto e al soundcheck non sono insicurezza e mancanza di stima. «È che io sono brava con gli altri. È con me stessa che faccio schifo. È sempre stata così la mia vita». Alessandra dice poi una cosa che l’avvicina a quella che chiama «il filo» della sua emotività: «Solo quando faccio musica sono sicura di me, solo quando sono sul palco le paure, le insicurezze, le ansie, le angosce e i problemi spariscono. Divento un’altra. Sono sempre la stessa, ma con dentro qualcosa di diverso. Sono l’altra me che vorrei essere più spesso».

Uscendo dal Forum, cerco d’indovinare sui volti delle persone se anche loro, per due ore, si sono sentiti diversi e magari migliori. Penso che a molti questa grande festa popolare sembrerà naïf e sdolcinata. Può sembrarlo ancor di più pensando al paese che c’è là fuori, a una nazione pronta ad accapigliarsi su qualunque cosa, trasformandola nel pretesto di una rissa fra tifoserie. Queste ragazze e questi ragazzi che cantano a squarciagola che vogliono «resistere agli inganni, alla follia di questi anni», quelli che scrivono all’Amoroso per dirle che le sue canzoni li hanno aiutati a superare la chemioterapia o un lutto, e i fan che piangevano nel pomeriggio reggendo mazzi di fiori e che mettono da parte i soldi per comprare ad Alessandra un braccialetto che finirà chissà dove, tutta questa gente forse ci sta dicendo in modo candido e semplice una cosa. E cioè che se siamo finiti in quest’insopportabile pantano non è perché abbiamo cercato di creare comunità inclusive, ma perché abbiamo deciso di dividerle con rabbia, paura e cinismo. Ci dicono che anche l’amore può essere un grido di protesta.

(Claudio Todesco)


SET LIST

La stessa
Fidati ancora di me
Avrò cura di tutto
Sul ciglio senza far rumore
Dalla tua parte
La gente non sei tu
Cadere piano
Comunque andare

Immobile
Stupida / Stella Incantevole
Estranei a partire da ieri / Senza nuvole
Urlo e non mi senti / Niente
Ti aspetto / È vero che vuoi restare
Amore puro / Difendimi per sempre
Stupendo fino a qui
Parlare perdonare baciare / In me il tuo ricordo

Trova un modo
La vita in un anno
Buongiorno
Declinami l’amore
Simmetria dei desideri
Se il mondo ha il nostro volto
Il mio stato di felicità
Vivere a colori

Ogni santissimo giorno
Forza e coraggio

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