NEWS   |   Italia / 11/01/2019

Colapesce a Genova per omaggiare Fabrizio De André con la cover di “Canzone dell’amore perduto” – INTERVISTA/VIDEO

Colapesce a Genova per omaggiare Fabrizio De André con la cover di “Canzone dell’amore perduto” – INTERVISTA/VIDEO

In un carruggio del centro storico di Genova, Colapesce ritocca con una bomboletta spray un graffito raffigurante il viso di Fabrizio De André. Il cantautore siciliano è a Genova per presentare la sua nuova cover di “Canzone dell’amore perduto” pubblicata nel giorno del ventesimo anniversario della morte di De André. “L’ho fatta contravvenendo una delle mie regole fondamentali di vita: mai fare cover di De André”, dice. È stata la Sony a chiedergli di omaggiare De André nel ventennale della morte. “E allora, per affrontare per la prima volta il ‘mostro’, ho scelto un pezzo della sua prima produzione dove ancora c’era un utilizzo della melodia legata agli anni ’60, più facile da reinterpretare. Lui aveva un modo di cantare unico. Lo si ricorda sempre per i testi e per la sua poetica, e invece era anche un grandissimo cantante”.

Al graffito di De André, Rockol ci arriva con altri giornalisti dopo una sorta di giro turistico a tema: il Teatro Carlo Felice, dove De André tenne il suo ultimo concerto in città, dove si tenne l’evento tributo “Faber, amico fragile”, presentato da Fabio Fazio, dove il figlio Cristiano (in gennaio) e la Pfm (in marzo) porteranno le sue canzoni; Palazzo Ducale, dov’è in corso l’evento “Il mio Fabrizio”; i vicoli citati nelle canzoni, animati da immigrati e prostitute; naturalmente Via del Campo, dove un negozio di dischi è stato trasformato in un piccolo museo dedicato al cantautore e dove una targa ricorda che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Della “Canzone dell’amore perduto” (1966) è celebre l’arpeggio di chitarra iniziale. Colapesce lo trasforma in coppie di note suonate al pianoforte. “Volevo un arrangiamento moderno per dare una sensazione, come dire, di tridimensionalità. E perciò ho tradito l’originale che è un terzinato molto legato agli anni ’60. Ho usato una tastiera anni ’80 per replicare suoni di spinetta. Anche la linea di basso è sintetica. Ho anche provato a rifare ‘Il sogno di Maria’, dal mio disco preferito di De André ‘La buona novella’, ma la versione originale era perfetta, impossibile cambiarla”. E l’ultimo De André? “Mi piace meno musicalmente, l’ho più letto che ascoltato”.

La melodia di “Canzone dell’amore perduto” era bastata sull’adagio introduttivo del “Concerto in Re maggiore per tromba, archi e continuo” del compositore settecentesco G. F. Telemann. Non è l’unico “prestito” che De André e altri grandi cantautori hanno fatto. “All’epoca c’era quasi uno sfoggio di cultura nel riprendere da un madrigale o da Leonard Cohen”, commenta Colapesce. “Oggi, invece, si fanno canzoni con ‘reference’ precise. Ho visto gente scrivere grandissimi successi sullo scheletro midi di un brano di sei mesi prima. Ma è possibile che questa roba sia considerata normale?”. E che ne pensa Colapesce dello stato della musica d’autore in Italia? Ha la sensazione che la stagione migliore – De André, Fossati, De Gregori, Guccini, Conte, Dalla e compagnia – sia alle spalle? “Non bisogna cercare i nuovi De André o De Gregori, perché quei modelli sono legati a un periodo storico preciso. Oggi, viviamo in un paese che non ha più niente da dire. Inviterei, poi, a riflettere su come le modalità di distribuzione e fruizione hanno cambiato la musica. E comunque, meglio la trap che è lo specchio di una realtà, per quanto questa realtà sia il nulla assoluto, del cantautore che nel 2019 canta di Pasolini”.

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