NEWS   |   Pop/Rock / 07/12/2018

“Springsteen on Broadway”, il DNA e i demoni di Bruce: da New York, la recensione dello show

 “Springsteen on Broadway”, il DNA e i demoni di Bruce: da New York, la recensione dello show

New York, NY. Quarantottesima Ovest, Walter Kerr Theatre. 29 novembre 2018. Ore 20. 
Fuori: vento forte, 4 gradi, traffico impazzito, otto milioni e mezzo di persone. Dentro: tepore, stucchi, balconata, poltrone rosse di velluto imbottito, solo 975 persone sedute e composte. Sul palco: un pianoforte Yamaha, uno sgabello, una chitarra acustica e due bicchieroni d’acqua arredano una scena altrimenti deserta - assi di legno scuro, mura di mattoni a vista, lampade industriali. E un uomo, in compagnia di alcuni fantasmi e molti demoni. 
I fantasmi e i demoni non si vedono, ma si sentono. L’uomo si vede, invece: è in nero come Johnny Cash, ma lo stile è working class come al solito - t-shirt, jeans, scarponi da lavoro, niente gilet, niente orecchini, niente cuoio; solo pochi bracciali di argento al polso sinistro. Ha 69 anni e, per la prima volta in vita sua, ha un lavoro regolare dal lunedì al venerdì (“e non mi piace”). E la prima parola che pronuncia stasera è “DNA”, perché il DNA è la ragione stessa di “Springsteen on Broadway”, uno spettacolo di rara intensità composto da una sola, lunga canzone: quella di Bruce che diventa adulto sfidando i suoi geni e mettendo in piazza i suoi demoni.

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E dunque io non sto per assistere alla consueta messa cantata insieme ai fan, ma ad una confessione - la sua. Troppo cattolico? Allora diciamo che saranno due ore e quaranta minuti di terapia, un’altra seduta dentro una routine che continua da oltre trent’anni – ma stavolta il divanetto ha la forma di un palco e lo strizza siamo noi, il pubblico. E, a proposito di DNA, Springsteen chiarirà in pochissimi minuti quali sono i tre fili che si intrecciano a formare il suo: la famiglia, l’America e il rock and roll.

Questa è Broadway e Bruce è in versione teatrale: il suo monologo segue un rigoroso copione, un altro inedito per lo spettatore. Lo interpreta come un attore consumato che ha i tempi nel sangue e la capacità di alternare commedia e tragedia in modo naturale. Per esempio: “Vengo da Freehold, una piccola città attorno alla quale aleggia un certo senso di frode. Come attorno a me”. Oppure: “In questo business se non odi la scuola è meglio se ti tieni il tuo cazzo di lavoro, perché nella musica non andrai da nessuna parte. Devi proprio avvertire l’odio profondo nel tuo cuore”. Il pubblico è avvertito: Bruce ha preparato un “magic trick”, e la sua vena comica sarà orientata quasi sempre a demolire il mito di sé stesso. Working class hero? “Non ho mai visitato l’interno di una fabbrica come quelle su cui ho scritto molte canzoni. Non ho alcuna esperienza personale di lavoro. Ho inventato tutto – capite quanto sono bravo?”.
E Freehold, NJ? “A lifeless sucking black hole”, per quel fanciullino di padre irlandese e madre italiana una cupa monotonia fatta di compiti casa chiesa e fagiolini fagiolini fagiolini fottuti fagiolini. Un destino, quasi una trappola che sembrava ineluttabile ma che invece fu cambiato per sempre in soli tre minuti la sera di una tranquilla domenica estiva del 1956. Tutto cambiò davanti alla TV, quando un nuovo genere di uomo comparve e “spaccò il mondo in due. All’improvviso esisteva anche un altro mondo completamente nuovo, il mondo che sta sotto la tua cintura e sopra il tuo cuore”. L’episodio di Presley all’Ed Sullivan Show era stato immortalato e celebrato nell’autobiografia “Born to run” (‘the revolution had been televised’) e stasera Bruce rincara la dose sulla centralità culturale della figura di Elvis, e va dritto al punto: “Ci ha mostrato che tutto ciò che occorreva fare era rischiare di mostrarti come il vero te stesso”. Poi, per un attimo, il commediante che è in lui prevale nuovamente: “Dopo quella sera pensai che dopo tutto non aveva nulla più di me: due gambe, due braccia, belle movenze e… vabbè, era un Adone mentre io… Io ci avrei lavorato su, tranquilli (risate). Però una differenza c’era ed era la chitarra che portava a tracolla!”. La chitarra l’avrebbe presa in affitto (comprarla costava troppo) e in due settimane si sarebbe stufato delle lezioni, ma prima di restituirla un sabato pomeriggio, a sette anni, inscenò il suo primo show davanti a casa a beneficio degli amichetti del circondario: “Mi misi in posa (perché è quella l’unica cosa che conta), feci di tutto tranne che suonarla. E risero di me. Ma io alla fine, prima di tornare in negozio con mia madre, già sentivo l’odore del sangue…”. La chitarra. O, se preferiamo, The Fucking Guitar, come fu ribattezzata da Douglas Springsteen – alias: il fantasma-capo. “Growing up”, che finora era restata in sottofondo accennata da un paio di accordi sommessi e ripetuti all’infinito, finalmente decolla e dà al lungo monologo iniziale un senso musicale, così come il monologo restituisce le radici a questo e ai brani successivi, tutti spogliati e rivisitati profondamente. 

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Bruce si siede al piano ma resta su Freehold, la sua città natale. “My hometown”, anche in questa versione, resta la grande ballad che conosciamo ma l’essenzialità dei soli piano e voce riflette meglio quella relazione di amore-odio che ciascuno di noi, secondo Springsteen, ha con la propria città di origine. Com’era Freehold? “Ma ascoltate le canzoni! A death trap, a suicide rap. E io? Io -  nato per correre, non per restare - avrei corso corso corso per non tornare mai più indietro. Ma alla fine guardatemi: vivo a dieci minuti da dove ero scappato. Ma non potevo certamente scrivere “Born to come back”, chi l’avrebbe comprata? Nessuno”.  Freehold è quel buco nero di cui sopra in cui onesti redneck combattevano contro i demoni che cercavano di distruggere loro, le loro case e la loro città. E come tutti gli altri combatteva a fatica anche Doug, protagonista silenzioso e ingombrante dell’intera carriera e della psiche del figlio Bruce ed al centro di “My father’s house”, eseguita subito dopo con l’acustica e l’armonica. 
Mentre sono a quattro metri dal palco immerso nella magia di “Springsteen on Broadway”, mi sorprendo a dare ulteriori interpretazioni dello spettacolo. Per esempio questa: lo show è un esercizio al contrario in cui l’artista mette in poesia la sua gigantesca prosa e, dopo avere impiegato anni a contestualizzare la sua musica in un tomo autobiografico, è il concerto teatrale a restituire al libro-“Born to run” la sua dimensione musicale. Ma penso anche che sono dentro al migliore podcast rock dell’ultimo decennio, dove la struttura di una canzone, che ha il respiro di 4 minuti e vive di raffigurazioni a presa rapida, viene espansa a capitolo. Non più immagini e istantanee, ma un racconto articolato, con spazio per approfondire e recitare. Bruce è da sempre il re delle gag sul palco, ma qui ci sono momenti di stand-up comedy spessi ed esilaranti. E se è vero che la migliore comicità attinge da tragedia e tristezza, diventa normale che la presenza immanente di Douglas Springsteen sia alla base di alcuni degli aneddoti che fanno piegare dal ridere e scorrere lacrime.

La situazione era semplice. La casa di suo padre era composta da due sole stanze: quella pubblica, aperta a tutti ma dove regnava un silenzio intimidatorio e carico di tensione: la cucina; e quella privata ma rumorosissima, eppure sacra e nella quale quindi non si era ammessi: il bar. Là Adele Zirilli in Springsteen, donna solare ed energetica, si recava in auto a recuperare il marito, mandando dentro il bambino Bruce: “Go in and get your dad!”. E il bambino Bruce familiarizzava così con il mondo degli uomini adulti, con l’ambiente-simbolo della virilità così come un fanciullo era in grado di interpretarla, un luogo in cui l’odore era a metà tra quelli della colonia Old Spice e della birra Schlitz. Il luogo lo elettrizzava ma lo terrorizzava, perché era risaputo che là il padre non doveva essere disturbato. Tuttavia forte dell’autorità materna (“the law”), a capo chino guadagnava il bancone tra gli sguardi divertiti di quegli omoni che lo popolavano e finalmente trovava il coraggio di guardare verso l’alto, in un ideale piano sequenza in cui la camera parte dagli scarponi e si arrampica sui pantaloni e fino alla casacca verde da lavoro per incontrare finalmente lo sguardo torvo in quel viso bianco reso paonazzo dall’alcol (“era pallido di carnagione come un irlandese e tutto quello che beveva gli finiva direttamente in faccia – non poteva nascondere nulla”). E fu là, in quelle ripetute occasioni, che cominciò quel pericoloso processo di emulazione che lo avrebbe inconsciamente condotto a vestire i panni da lavoro del padre e a parlare con la sua voce per riempire quel silenzio insopportabile. Il loro dialogo era confinato all’immaginazione e alla telepatia, eventualmente. “Emuliamo coloro il cui amore desideriamo ma non otteniamo. Scelsi la voce di mio padre perché alle mie orecchie aveva qualcosa di sacro. Mio padre, il mio eroe e il mio peggior nemico. Vedi quell’uomo sul palco, papà? Sei tu, quello è come ti vedo io!”.

L’altra metà della famiglia e dell’infanzia ha il suono squillante della voce di Adele, precisa e tosta segretaria, l’ottimista che non avrebbe mai perso il lavoro, orgogliosa su quei suoi tacchi alti ticchettanti che erano la cifra dell’eleganza di provincia negli anni Cinquanta e rassicurante nel suo sorriso pieno d’amore verso il figlio. “Lo sguardo di mia madre su di me era come la grazia della Madonna”. E, da allora fino ad oggi che ha 93 anni e da 7 è preda dell’Atzheimer, è sempre stata una ballerina provetta. “Ha sempre ballato e continua a farlo. Lei e le sue sorelle, donne che uscivano dagli anni Quaranta cariche di preoccupazioni, erano vere “dancing machines” e conoscevano il trucco: il ballo, per loro, è sempre stato sopravvivenza, un gesto e una manifestazione che – insegna oggi la vicenda di Adele – “è più potente della memoria”. E “The wish” è per lei, eseguita al piano, gioiosa e malinconica insieme: “troveremo un piccolo rock and roll bar e ci metteremo a ballare”.

Flash forward, dal fanciullo al giovane adulto. 1971. “Ero rimasto solo a casa: i miei e mia sorella piccola, Pam, si erano trasferiti in California, e io a 22 anni mi godevo appieno quel senso di libertà. Era come avere una pagina bianca ancora da scrivere che generava eccitazione – ed è quello che oggi, con l’età, mi manca di più”. Ma, continua il comico Bruce, “avevo già fatto tutto quello che si poteva fare nel New Jersey come musicista: suonato ai matrimoni, nei licei, nelle palestre, ai battesimi, ai bar mitzvah, all’ospedale psichiatrico. Avevo la sensazione di essere la cosa migliore che si fosse mai vista. Ero là, pieno di fiducia in me stesso, in attesa di essere scoperto. Poi magari sentivo questo tizio alla radio e, frustrato, mi chiedevo: “Ma perchè lui e non io?!?”. La risposta? Nessuno si sarebbe accorto di me, perché nessuno veniva mai in New Jersey, perché non c’era nulla in New Jersey. La Jersey Shore? Non esiste, l’ho inventata io! Prima di me c’era il Jerseykistan. A 22  anni non sapevo nemmeno guidare un’auto e dopo poco avrei scritto “Racing in the street” - capite quanto sono bravo?”. Poi smette di sembrare DeNiro in una commedia mainstream, imbraccia la chitarra, si sistema l’armonica, ed ecco “Thunder road”, e lo show sale di un altro livello anche grazie a una versione di “The promised land” cantata addirittura senza microfono, come a volere ripristinare la catarsi dopo una pur splendida porzione di spettacolo a senso unico, perché confessionale. 

Come in un documentario sull’America contemporanea, Elvis lascia il posto al Vietnam, quello descritto da Ron Kovic in “Born on the 4th of July” – un libro comprato per caso in edizione economica durante un viaggio e divorato giusto una settimana o due prima che, a bordo piscina in un hotel per “rockstar decadenti” (il Sunset Marquis Hotel di Los Angeles), Bruce fosse avvicinato da un uomo in sedia a rotelle: Ron Kovic, appunto. Kovic gli chiese – e Bruce accettò – di andare a trovare i veterani a Venice Beach, e quella si rivelò un’esperienza traumatica per lui: riusciva solo ad ascoltare e non potette articolare alcunchè di sensato, perché parlare di sé sarebbe stato frivolo a confronto dei seri problemi fisici e psichici di quei ragazzi suoi coetanei. Di fronte a quelli eroi negletti era sopraffatto. Bruce, che aveva ricevuto la cartolina e si era recato alla visita di leva insieme a Vini “Mad Dog” Lopez “entrambi convinti che stessimo praticamente recandoci al nostro funerale”, per poi riuscire a scampare la guerra, sulle assi del palco del Walter Kerr Theatre fa una pausa e confessa: “Mi chiedo sempre chi sia morto al mio posto, perché sono sicuro che sia successo così”. E’ l’anticamera di “Born in the U.S.A.” in una versione stravolta e di devastante bellezza: la chitarra a dodici corde viene tormentata dal collo di bottiglia in uno stile slide molto acido, allucinogeno, e la voce interviene solo quando la chitarra tace. E’ un reading drammatico, intenso, interrotto e supportato da assoli dissonanti ad alto volume. Ci sono echi da sitar ma, soprattutto, aleggia un’atmosfera cupa e sinistra intorno a tutto il pezzo, rivisitato in una versione quasi blues-metal, con molti riverberi. Il tono di voce della dodici corde e quello di Bruce esprimono la rabbia viscerale contro i poteri forti che sapevano che il Vietnam era una causa persa  ma mandarono comunque al macello decine di migliaia di giovani. 
Beh, dopo averlo visto in decine di concerti, non credevo che sarebbe mai arrivato per me il momento di dire: “Born in the U.S.A.” è il miglior pezzo della serata.

“Tenth Avenue freeze out” è, da sempre, la colonna sonora della E Street Band. Springsteen, pianista e crooner per l’occasione, torna così nel suo elemento, anche perché c’è un altro enorme fantasma da accogliere. Lo storyteller che è in Bruce ora è al top, così come la sua voce, forse mai così inspirata in tutto il concerto. E’ la parte in cui spiega una verità inspiegabile: l’equazione del rock, quella per cui 1 + 1 = 3 quando tutto funziona come deve. “E’ la ragione per la quale la bellezza e il successo di “Louie Louie” non saranno mai veramente comprensibili”, chiosa lui. La grandezza del rock dipende dalla grandezza della band: “Una rock and roll band è una comunione di anime, è una fratellanza. Non deve essere composta dai migliori musicisti, ma dai musicisti giusti. 1 + 1 =2 è l’ordinario, 1 + 1 = 3 è quando la tua vita cambia, quando sei visitato da una visione e ti senti benedetto”. Ed è anche la parte dove il fantasma numero due si prende la scena. “Io e Clarence abbiamo scritto insieme una storia più grande di qualunque altra io abbia mai scritto per una mia canzone”. La storia della loro amicizia, raccontata mille volte in modo epico e mitizzata dai biografi e dai fans, qui è qualcosa di breve e toccante: un legame forte, un amore indissolubile. “Se fossi mistico, direi che Clarence e io siamo stati legati in altre vite precedenti. Ci vediamo nella prossima vita, Big Man!”.

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Solo carne ed ossa spazzano via i fantasmi, almeno per lo spazio di due brani. E sono quelle di Patti Scialfa, la donna e l’amore di una vita, certo, ma soprattutto l’essere umano che ha tutta la gratitudine di Bruce Springsteen. La fiducia è l’unico elemento utile per gestire la fragilità delle nostre relazioni e vivere quella fragilità serve a toglierci le molte maschere che indossiamo. Patti è stato il modo per tenere a bada la depressione, vivere una vita piena di significato e respingere le tenebre che lo attanagliavano. Se nel 1984 fu folgorato dalle sue gambe e dalla sua voce mentre cantava allo Stone Pony il classico soul “Tell him” degli Exciters, poi fu ne fu redento e guidato dalla sua dolcezza e dalla sua determinazione. Il Boss, seduto al piano, chiama sul palco la sua rossa anch’ella di nero vestita, che prima imbastisce un controcanto di gran classe per “Tougher than the rest” e poi, imbracciando la chitarra come il marito, suona e canta insieme a lui “Brilliant disguise”, arricchendola con il suo vibrato e un non so che di country. La sua presenza e il suo congedo attivano per un attimo il mio flusso di coscienza rock e penso si debba concedere al Boss di avere sempre gestito questa faccenda della moglie nella band molto meglio di quanto John riuscì mai a fare con Yoko.

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Ma a proposito di tenebre, ecco stagliarsi uno dei peggiori demoni, mai menzionato eppure ingombrante e dannoso come l’elefante in cristalleria. Ispirato da “March for our lives” che gli ha ricordato “la fede nell’America e il vero significato della democrazia”, con voce sommessa e determinazione inaudita, come un pugno di ferro in un guanto di velluto, Springsteen depreca chi “si rivolge ai nostri angeli più oscuri e ai fantasmi più divisivi”, scandalizzato per la “demonizzazione quotidiana della stampa libera” e sbigottito dal dovere assistere a scene e situazioni “che credevo morte e sepolte e pensavo che non avrei mai più rivisto in vita mia: sono un’offesa per i molti sacrifici fatti in passato”. Donald Trump non è degno della citazione ma “The ghost of Tom Joad” è per lui. E’ struggente e bellissima, sì, con quella percussione sul dorso della cassa della chitarra, eppure perde il confronto con una delle versioni più intense di “The rising”, forse perché – come dopo l’11 settembre di 17 anni fa – c’è bisogno di redenzione, di rivalsa, di rinascita e di resurrezione. Anche se acustica, riesce in questa versione a conservare quel bellissimo crescendo dell’originale, e la potenza elettrica è qui surrogata dal coro che Springsteen canta al sé stesso solista ripetendo ad libitum “a dream of life, a dream of life”.

Mi piace immaginare che il seme di “Springsteen on Broadway” sia stato gettato nel 2012, quando il suo keynote al SXSW di Austin rivelò al pubblico e all’industria un professore che aveva sempre vestito i panni del “semplice” performer: il suo intervento fu una school of rock colta e divertente condensata in una lectio magistralis di un’ora, un racconto di sé in cui 40 anni di influenze e di “ancestors” (parola sua) musicali confluirono naturalmente in una visione semplice e grandiosa insieme. Poi nel 2016 arrivò “Born to run”: per la prima volta gli ordinary Joe lasciarono la scena al suo privato, narrato in dettaglio, con arguzia, con buon ritmo e la profondità che ti aspetti e tuttavia ti stupisce ugualmente un po’. Ed infine ecco questo show, dove la rivelazione è servita in una puntata unica, in forma quasi privata ed in n repliche. Se è vero che Broadway ha fornito a Bruce Springsteen il contesto per fare, a quasi settant’anni, una cosa inedita e straordinaria (in parte piece, in parte concerto, in parte stand-up comedy, in parte monologo, in parte confessione, in parte seduta terapeutica), è altrettanto vero che Bruce Springsteen ha fornito a Broadway la materia prima – contenuti di eccelsa qualità e una grande sceneggiatura originale, la sua vita. 
Ci avviciniamo all’epilogo, è il momento – forse – di rivelare anche il suo magic trick? Inizia a farlo a mezza voce, cominciando per tempo a ringraziare il suo pubblico “perché mi avete fornito uno scopo e dato un significato e per l’immensa gioia che mi avete dato in tutti questi anni e che io spero di restituirvi – spero di essere stato un buon compagno di viaggio”. E ci incoraggia: “Ricordate che il futuro non è affatto già scritto! Fate come la mia potentissima mamma, quando i tempi sono bui mettetevi a ballare!”. E così anche “Dancing in the dark” ricompare in una dimensione nuova, soprattutto quando si fonde in un medley con “Land of hope and dreams”. La nuova dimensione attribuita ai suoi classici è una delle sfide vinte con coraggio in questo spettacolo, e sarà una sfida ancora più intrigante quella che raccoglierà l’album in uscita tra poco con lo stesso titolo dello show: più della produzione e della selezione dei pezzi qui contano la loro ri-contestualizzazione in chiave personale e la conseguente rivisitazione stilistica per fini narrativi. I brani rivelano un’essenza sconosciuta -  potere del significato personale, così più importante del racconto in sé.

Giusto il tempo per una battuta sulla sua ineludibile dipendenza dalla cultura e religione cattolica (“come dicono nel Padrino, with Catholics there’s no getting out”), quando arriva il turno di una breve preghiera vera, recitata seriamente. Amen. La magia era puro illusionismo, un trucco visibile a tutti, eseguito allo scoperto: una promessa onorata ogni sera dal vivo e ogni volta in studio, quella del giovane Bruce che aveva giurato che avrebbe sempre raccontato la sua storia al meglio per impegnarsi a cullare le nostre anime (“I really wanted to rock your souls”). E prima di congedarci, riaccoglie sul palco Douglas e Clarence per un ultimo saluto: “Viviamo tra i fantasmi che tornano da noi da un altro mondo. Non passa un giorno senza che avverta l’impronta di mio padre – ed è il benvenuto, è una visita la sua – vorrei che potesse vedere tutto questo. E anche Clarence lo incontro ogni sera. Le persone vanno ma l’anima è ostinata, e resta”. 

Segue un breve silenzio. Bruce stasera non ha sudato. Ha sussurrato, chiesto e ottenuto compostezza e attenzione, e si è confessato. Ha recensito il concerto per me, credo. Ora si asciuga un paio di lacrime. E con gli occhi lucidi e arrossati, proprio quando sembra che la storia del padre al bar stia per riprendere, parte “Born to run”.

(gdc)

SCALETTA:
Growin' Up
My Hometown
My Father's House
The Wish
Thunder Road
The Promised Land
Born in the U.S.A.
Tenth Avenue Freeze-Out
Tougher Than the Rest
Brilliant Disguise
The Ghost of Tom Joad
The Rising
Dancing in the Dark
Land of Hope and Dreams
Born to Run

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