Tre anni fa i Muse protestavano per la presenza invasiva e opprimente della tecnologia nelle nostre vite. Oggi la usano come strumento per cambiare identità ed esplorare opportunità e pericoli della realtà virtuale. In “Simulation theory” il trio inglese cambia ancora pelle e costruisce le canzoni seguendo un approccio più fluido e collaborativo. Chiama a raccolta vari produttori e riempie le canzoni di suoni elettronici fra pop contemporaneo e anni ’80. Ma dov’è la tensione che uno s’aspetta da un album dei Muse?
Magari il ciclo di “Drones” ti ha convinto che i Muse sono uno degli ultimi difensori del vecchio rock elettrico, quello fatto di grandi riff e assoli, enfatico e carico, suonato a massimo volume. Se ti sei fatto quest’idea, “Simulation theory” potrebbe spiazzarti. Se ti sei fatto quest’idea e ti piace perché detesti il pop contemporaneo, sappi che i Muse sono passati al nemico.