La morte di un vecchio amico. La nostalgia per le bravate giovanili. Il discorso di un padre alla figlia. Il tempo che passa, tu che diventi vecchio e le ragazze che sembrano sempre più giovani. “Blood red roses” poteva essere un disco di confessioni di un seduttore ultrasettantenne. E invece Rod Stewart e il produttore Kevin Savigar ci spalmano sopra una patina digitale che rischia di rovinare tutto.
Un ritmo programmato, archi sintetizzati, una produzione digitale piena di riverberi, un testo sull’incontro in discoteca fra un Johnny di Brooklyn e una Marion del Queens a cui basta uno sguardo per piacerci. È Rod Stewart o sono i Coldplay? Quattro canzoni più tardi, ecco spuntare un electro-folk celtico che riscrive un vecchio canto marinaresco del cantautore e attivista Ewan MacColl, mostro sacro del folk britannico. Confusi? Il trentesimo album di Sir Rod è un miscuglio di stili che metterebbe alla prova anche il fan più devoto.