Lenny Kravitz al Lucca Summer Festival: la recensione del concerto. VIDEO, FOTO, SETLIST

Lenny Kravitz al Lucca Summer Festival: la recensione del concerto. VIDEO, FOTO, SETLIST

Lenny Kravitz è sempre stato un artista un po' “fuori dal tempo”. Quando arrivò sulle scena, negli anni 90, proponeva un mix di soul, funk e rock che arrivava dritto dritto dagli anni 70; quando poi più avanti si è dato a sonorità più pop, il suo mondo iconografico di riferimento è stato quello fashion degli anni 80. Tuttavia Kravitz, grazie a una buona scrittura e a ottime performance dal vivo, non ha mai calcato troppo sul tema della retromania o del revival.

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Questa sera inizia prima dell'entrata sul palco di Piazza Napoleone del Lucca Summer Festival, il riferimento sonoro è l'hard bop della sublime “A love Supreme” di John Coltrane (1965), come per dirci che non solo l'amore sarà la protagonista assoluta della serata, ma anche i fiati.

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Kravitz - 54 anni splendidamente portati, giubbotto di pelle, pantaloni slim, capelli rasta e occhiali Ray-ban (che durante il concerto si toglierà più volte per avere un contatto visivo con il pubblico) - in questo tour propone il suo ricchissimo e vario canzoniere del passato e un paio di brani tratti da “Raise Vibration”. I singoli “It's Enough” e sopratutto “Low” (che vanta un cameo ai cori di Michael Jackson a cui il cantante newyorkese dedica la canzone) sono due eccellenti esempi di soul pop: il primo con ficcante giro di basso che ricorda “Innercity Blues” di Marvin Gaye, mentre il secondo ha quel groove che ti si appiccica addosso e non si stacca più.

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Kravitz è preso bene e rispetto al precedente tour visto sempre qui a Lucca, dove si voleva sdoganare esclusivamente come chitarrista rock in un concerto che era una lunga jam, questa volta vuole divertirsi e far divertire la gente mettendo insieme i suoi più grandi successi, e magari  provando anche a fare delle variazioni con le sue hit più popolari. Così “American Woman” si trasforma in un reggae sfociando in “Get up, stand up” di Bob Marley che in epoca di #MeToo è sempre un messaggio ben accolto, mentre “It ain't over 'till it's over” inizia come un soul ballad per poi trasformarsi in quel capolavoro à la Curtis Mayfield che tutti conosciamo.

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Kravitz si alterna con il fido Craig Ross, tra chitarra ritmica e solista, ma è tutta la band ad avere una marcia in più, a partire dalla sezione ritmica con la precisione e il fascino zen di Gail Ann Dorsey, a suo agio sia su riff funky sia su linee dei pezzi più rock, e che piaceva tanto a David Bowie, e il batterista Franklin Vanderbilt, già con Stevie Wonder, entrambi eccellenti coristi. Ma come già detto è la sezione fiati (Harold Todd, Michael Sherman e Ludovic Louis) che in questo tour è la carta vincente, grazie anche ad arrangiamenti tra Muscle Shoals e Prince (la lunga suite di “Let Love rule” sembrava quella di “I could never take the place on your man” del tour “Sign O the times”). La beatlesiana “Believe”, il rock di “Always on the run”, il funkrock stile Blondie di “The Chamber” scorrono veloci, uniti anche dai tappeti di tastiera di George Laks. Immersione nel bagno di folla e “Are you Gonna go my way” concludono le 2 ore di concerto.   


Prima di Kravitz ha suonato Gary Clark Jr , eterna promessa del rock blues, virtuoso chitarrista e buon cantante, ma che tra dischi troppo pop o troppo roots non ha ancora trovato la sua strada.

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Kravitz tornerà in Italia il prossimo 28 luglio, a Barolo. Il concerto è consigliatissimo.
(Michele Boroni)

SETLIST
 Fly away
 Dig in
 Bring it on
 American woman
 It’s enough
 Low
 It ain’t over til it’s over
 Can’t get you off my mind
 Believe
 I belong to you
 The Chamber
 Always on the run
 Where are we running
 Again
Bis:
 Let love rule
 Are you gonna go my way

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