Stylophonic, il nuovo album “We are”, il funk e la classe operaia dei club – INTERVISTA

Stylophonic, il nuovo album “We are”, il funk e la classe operaia dei club – INTERVISTA

Le pareti dello studio di registrazione milanese di Stefano Fontana sono tappezzate da vecchi vinili di musica funk, Parliament, Brothers Johnson, Zapp & Roger. È esattamente il mondo a cui è ispirato il nuovo album del suo progetto Stylophonic. S’intitola “We are” e fonde l’house con la musica di quell’epoca. “Quando anni fa ho sentito il disco dei Daft Punk, che rileggeva la disco in chiave moderna, mi sono chiesto: con quale altra musica si potrebbe fare un progetto simile? Non poteva che essere il funk che è la madre della techno, dell’house, dell’hip-hop, la parte cool della musica nera. Funk significa muovere il culo. Per me il funk è come il sesso. Mi piacciono le donne di colore e mi piace la musica di colore”.

Una dozzina d’anni fa, Stefano Fontana ha cambiato metodo produttivo. “Mi sono voluto mettere in difficoltà per stimolare la parte istintiva”. Ha messo da parte i synth analogici per lavorare totalmente in digitale con il software Ableton Live. “Ho poi capito che quel che faceva per me era una via di mezzo fra questi due approcci”. Dopo aver fatto le basi del nuovo album a Milano, Fontana è andato a New York per alcune session con autori di canzoni per altri, su invito della Sony Publishing. Lì ha incontrato Kena Anae, un giovane cantante innamorato di Michael Jackson. “È il prototipo dell’afroamericano di Harlem, immagina un Bruno Mars alto”.

I due hanno cominciato a collaborare partendo dalla cover di “Dancing machine” dei Jackson 5, che è inclusa in “We are”. Hanno finito per fare una bona parte dell’album assieme. “Il disco è nato così, da una parte io col computer, dall’altra Kena con la voce, la chitarra, il basso. Alcuni pezzi sono nati da miei provini, altri da suoi strumentali. Ho messo le sue parti su Ableton Live, le ho frullate ed è uscito questo disco che mischia digitale e analogico. Non c’è una linea di chitarra che inizia e finisce. Ho usato le parti strumentali come fossero campionamenti”.

L’album è stato mixato al Bass Hit Studio di New York da Dave Darlington, “uno che ha firmato tanti di quei dischi con cui sono cresciuto, Masters at Work, Nuyorican Soul, Basement Jaxx. Avevo un po’ di timore reverenziale e invece è un ultrasessantenne innamorato della musica che non si fa alcuna paranoia. E a me le persone con l’ego sistemato piacciono un casino”. Il risultato è un album fra house e funk pieno di rimandi al passato. “Non sono un tipo nostalgico, cerco sempre di mettere nella mia musica un po’ di lucidità e freschezza moderna, ma conoscere il passato aiuta a capire la musica. Se fai lo scrittore, non puoi non conoscere i classici. È la stessa cosa”.

“We are” trasmette un grande senso di positività. “Sono uno a cui piace svegliarsi col sorriso e questo si sente nella musica. Amo Berlino, ma vivrei tutta la vita a New York”. Una delle canzoni scelte per lanciarlo è “Working club class hero”, un gioco di parole con “Working class hero” di John Lennon. “Sono cresciuto a Sesto San Giovanni, vedevo gli operai della Falck e della Breda prendere il pulmino per andare a lavorare, sentivo la sirene. John Lennon parlava di loro. Io invece ho pensato a chi va in discoteca, la classe operaia dei club. Mi piaceva l’idea di questa marcetta con una voce che incita a lavorare, cioè a ballare, al posto della sirena della fabbrica. E poi quel fischio che fa capire che siamo in discoteca, non in fabbrica: non ho mai sentito gli operai di Sesto fischiettare…”.

Oggi Stefano Fontana si divide fra varie attività. Oltre ad avere lanciato la nuova etichetta Beat Mansion che pubblica “We are”, fa il dj, produttore, scrive per altri, produce sonorizzazioni per i brand. “Vivo di tutte queste cose assieme. Un tempo bastava l’attività da dj e produttore, perché ancora si vendevano i dischi. Oggi il disco serve per aprire le porte alle consulenze ai brand. È un biglietto da visita per comunicare chi sei al mercato. È un aspetto che ha a che fare col marketing, ma mi interessa molto, mi serve anche per fare musica con più mestiere ed esperienza. Però mi considero prima di ogni cosa un dj e cioè un artigiano. Uno che gioca, come un bambino”.

In “We are” c’è un pezzo intitolato “Fabulous night”. Qual è stata una notte favolosa di Stefano Fontana? “Sono al festival Movement di Detroit. Sto per salire sul palco di fronte a 20 mila persone, in mezzo ai palazzi della Ford. Tre ragazzi di colore mi guardano fisso. Temo ce l’abbiano con me. E invece mi raggiungono, mi abbracciano e mi spiegano che sono miei fan. Uno sta chiuso in studi come questo e non ha la percezione dell’impatto della sua musica sulla gente. L’ho capito lì, a Detroit. É stato emozionante. Non lo dimenticherò mai”. Possibile che non ci siano state notti ancora più favolose? “Di quelle non parlo”, dice ridendo. “Sono X-rated”.

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