Sanremo: mi piace, non mi piace...

Potevo esimermi? Sì, certo, potevo. Ma non sarebbe stato onesto né professionale. In fondo, i grandi quotidianisti hanno già officiato la loro cerimonia del commento alla cieca - anzi, alla sorda, dato che nessuno ha ancora sentito tutte le canzoni in gara al Festival: nemmeno Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi, che ad alcuni dei “big” hanno dato più tempo, dopo essersene assicurati la partecipazione, per lavorare al brano da presentare all’Ariston.

E se ne hanno già scritto loro, che sono esperti e influenti, non ho scuse per non scriverne io, che diversamente da loro non conto un c.... ma che, come loro, di Festival di Sanremo ne ho visti, dall’interno, già ventisei (quello di quest’anno sarà il ventisettesimo), e un po’ di esperienza sul tema me la sono fatta.
Come d’abitudine, tocca premettere che ogni commento a priori sulla qualità della manifestazione si fonda su pregiudizi: legittimi, ma certo personali. E quindi, i pareri che di qui in avanti esprimerò saranno i miei personali, non quelli di Rockol. Allora, cominciamo.
La formula, la gara. Sono favorevole alla gara: non vedo perché i cantanti debbano considerare se stessi più degni di tutela degli attori, o degli scrittori, tutta gente che abitualmente si confronta in premi e concorsi. Legittimo decidere di non partecipare, ma sintomo di pavidità (o di presunzione, spesso altrettanto legittima, di non aver bisogno di partecipare). Apprezzabile decidere di esserci, specie da parte di quelli che magari, per attuale notorietà o per meriti acquisiti, potrebbero starsene a casa tranquillamente. La formula di quest’anno, beh: quella è (sulla carta) anche divertente, se vogliamo, benché ricordi troppo da vicino non tanto i Grammys, come hanno detto gli organizzatori, ma più banalmente il “Ciao Darwin” proprio di Bonolis. Certo era prevedibile che una formula rigidamente schematica come quella della suddivisione in quattro categorie a numero chiuso (Uomini, Donne, Gruppi e Classic) avrebbe dato esito a forzature ed escamotages. E’ chiaro che DJ Francesco era il “sesto Uomo” che andava ricollocato, e la stessa cosa vale per Nicki Nicolai (e infatti eccoli entrambi nella categoria Gruppi, ‘promossi’ rispettivamente a DJ Francesco Band e Nicolai & Di Battista Jazz Quartet). Oddio, allora sarebbe stato più sensato catalogare nei Gruppi Paola & Chiara, e i Matia Bazar (e forse anche Antonella Ruggiero e Umberto Tozzi) nei Classic... ma insomma, è un gioco di tesserine e di caselline, e non vale la pena di scandalizzarsi.

Ammesso che valga la pena di scandalizzarsi per qualcosa che riguarda il Festival di Sanremo (cosa della quale dubito, ma che volete farci: qui di musica leggera si campa, e di musica leggera bisogna scrivere fingendo di considerarla meritevole di tanta attenzione), sono altre le cose delle quali scandalizzarsi. Nicki Nicolai, per dire: che c’entra con Sanremo, e perché nella categoria maggiore? Il suo album, uscito l’anno scorso fra il tripudio di molti critici (e ci sarebbe da chiedersi le ragioni di questo generalizzato tripudio: comune cittadinanza, snobismo, retribuzione?), non ha venduto una cippa, e non vale più di tanti altri album di tante altre brave cantanti jazz. Allora, che ci fa Nicki Nicolai a Sanremo? Serve per dare un contentino ai giornalisti? Serve a darsi una verniciatina di nobiltà musicale? Niente di personale, s’intende - né nel bene né nel male, per quanto mi riguarda; oddio, si sente che l’ambiente romano ha pesato, nelle scelte (vedi Marina Rei...), come ha pesato nella gestione dell’informazione (massimo rispetto per il “Messaggero”, ma certo è curioso che sia mercoledì sia giovedì il quotidiano romano abbia anticipato con estrema precisione gli elenchi degli ammessi, big e giovani, bruciando di 24 ore i quotidiani concorrenti). Ma Bonolis è romano, molto romano, no? Niente di scandaloso, ancora una volta.

Più questionabile la presenza nel cast dei Matia Bazar. A me pare, e lo scrivo senza problemi, che fino a quando le questioni giudiziarie legate all’Accademia di Sanremo non saranno risolte sarebbe stato opportuno che Giancarlo Golzi (batterista appunto dei Matia, e coinvolto nelle succitate questioni) si astenesse dal frequentare la città e la manifestazione; capisco la necessità di far conoscere la nuova cantante, Roberta Saccani, che ha sostituito Silvia Mezzanotte; ma insomma, un po’ più di eleganza non avrebbe guastato. E ragioni analoghe avrebbero sconsigliato l’inclusione nel cast di Anna Tatangelo: intendiamoci, mi farà piacere vederla da vicino (vederla, ho scritto, non necessariamente ascoltarla), ma anche lei è stata coinvolta in pasticci di tangenti accademiche, e - inoltre - considerarla “big” mi pare un po’ eccessivo. Dicono che per lei abbia pesato molto il caldeggiamento di Gigi D’Alessio; come si dice che per alcuni altri big abbiano pesato le “simpatie” politiche - ma su questo tema sapete che non mi esprimo mai (anche perché il nostro ambiente tende a stracciarsi le vesti quando le simpatie riguardano una parte politica, e a fingere di nulla quando riguardano un’altra parte).

Categoria “Uomini”: bravo Marco Masini a tornare, esprimendo così la propria riconoscenza per la manifestazione che l’anno corso l’ha rigenerato e quasi resucitato (altri suoi colleghi non hanno dimostrato, in passato, la stessa riconoscenza); va bene Gigi D’Alessio, che (piaccia o non piaccia ai critici) piace a molta gente e vende dischi in proporzione; va bene Paolo Meneguzzi, giovane e carino e in carriera; va bene Francesco Renga (avrei preferito vederlo in gara l’anno scorso, per il vero; ma se ci va quest’anno ci sarà un motivo - legato, forse, a una certa delusione per il mancato exploit di vendite dell’ultimo album?); va bene anche Umberto Tozzi, al quale comunque la canzone italiana deve molto. Ci sarebbe stato bene Riccardo Fogli, che sostiene di aver proposto una canzone molto bella? Sì, ci sarebbe stato bene. Ci sarebbe stato bene Francesco Baccini? Anche no, grazie. Ci sarebbe stato bene Raiz ex Almamegretta? Mah, francamente preferisco che a Sanremo ci vadano quelli che con il Festival sono coerenti, non quelli che hanno itinerari artistici diversi (e anche più nobili, se vogliamo): non credo agli “alieni” catapultati sul palco dell’Ariston per “salvare la faccia” alla manifestazione con qualche apertura ai generi cosiddetti di tendenza, secondo me il Festival di Sanremo dev’essere fedele alla propria storia, e alla propria tradizione canzonettistica.

Categoria “Donne”. Alexia? Boh, a me piaceva molto di più quando cantava la dance. Marina Rei? Mah, sarà perché lavoro a Milano e non a Roma, ma a me non è mai parsa una grande della canzone italiana. Anna Tatangelo? Ho già scritto sopra cosa penso. Paola e Chiara? Benissimo, sono proprio quel pop un po’ sfacciato e molto commerciale che è la ragion d’essere del Festival. Antonella Ruggiero? Perché no... basta che non si presenti nel ruolo della principessa che graziosamente si degna di concedersi al popolino, come spesso tende a fare; ha una canzone di Mario Venuti e Kaballà, speriamo. Ci sarebbe stata bene Simona Bencini, ex Dirotta su Cuba? Beh, l’avrei vista volentieri (ah, ah!). Ci sarebbe stata bene Amalia Gré? Forse no (vedi alla voce Raiz).
Categoria “Gruppi”. Del Jazz Quartet della Nicolai ho già detto, dei Matia Bazar pure. Bene Le Vibrazioni, bella mossa: rischiosa ma apprezzabile. Bene i Velvet, alla ricerca del giusto equilibrio fra commercialità e impegno. Bene anche DJ Francesco in versione expanded: il ragazzo mi è simpatico, è sfacciato e sfrontato e sopra le righe e (felicemente) incline a non prendersi troppo sul serio. Si vociferava dei Nomadi (ma semmai dovevano andare nei “Classic”). E della PFM (ma ha un album dal vivo in imminente uscita, e comunque, anche in questo caso, il suo posto giusto sarebbe stato nella categoria “Classic”).

Categoria “Classic”, appunto. Qui vale tutto. Ci stanno benissimo Franco Califano, Peppino Di Capri, Toto Cutugno; ci sta benissimo Marcella Bella (che così orgogliosamente rivendica la sua lunga militanza nella canzonetta); ci sarebbero stati benissimo anche Albano Carrisi e Massimo Ranieri. L’outsider è Nicola Arigliano, uno che solo la lungimiranza di un discografico anomalo e appassionato come Stefano Senardi poteva immaginare di rilanciare (e con ottimi risultati). Sarà la mina vagante di questa edizione, fra peperoncino, aglio e surrealtà (leggere, prego, l’intervista uscita ieri sul “Messaggero”: “Mi interessa divertirmi. E se va male basta una pernacchia e via..”). Più giovane di tanti cosiddetti giovani.
E a proposito della categoria Giovani. Cinque gruppi, alcuni già abbastanza noti (Negramaro, Modà, i La Differenza di Fabio Falcone), altri - almeno a me - meno noti (Concido, Eku 28). Quattro ragazze: due dall’Accademia (la divertente Giovanna D’Angi, la pausiniana Veronica Ventavoli), due pressoché debuttanti (Laura Bono e Sabrina Guida). Tre ragazzi: il giovanissimo (dall’Accademia) Christian Lo Zito, Max De Angelis e Enrico Boccadoro. Così, a naso, niente di particolarmente interessante: ma su questi bisognerà tornare dopo averli ascoltati. Per capire se la commissione selezionatrice ha scelto oculatamente, bisognerebbe aver ascoltato i candidati scartati - troppi, davvero. C’è qualche voce di polemica (si dice che alcuni componenti della commissione non volessero firmare il verbale finale); c’è la querelle Zero Assoluto (si dice che meritassero l’inclusione, ma che non siano nella dozzina degli ammessi perché ne fa parte il figlio di Mario Maffucci, ex potentato RAI e stretto collaboratore di Pippo Baudo, e la loro eliminazione sia dovuta a questioni o di opportunità o di vendicatività).

Insomma, questo Festival si presenta non diversamente da tanti altri: un po’ di tradizione e un po’ di modernità, un po’ di polemiche e un po’ di furbizie, un po’ di nobiltà e un po’ di svaccamento. Valeva la pena di spenderci tanto spazio e tanto tempo per scriverne? Probabilmente no. Ma ci tocca, amici: che mestieraccio...
(Franco Zanetti)

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