Il primo concerto di Lorde in Italia: la recensione dello show al Fabrique di Milano

Il primo concerto di Lorde in Italia: la recensione dello show al Fabrique di Milano

Finisce con due cannoni che sparano coriandoli in aria, Lorde che balla scatenata in un due pezzi rossi brillante, la gente che salta e canta in un coro liberatorio “I’m waiting for it, that green light, I want it”. Il concerto della pop star neozelandese, che ieri sera ha fatto tappa a Milano in un Fabrique sold out da tempo, prima e per ora unica data in Italia, è composto da tre sezioni, con altrettanti abiti: la prima più dark, la seconda più fiabesca e sognante, la terza decisamente festaiola. È un percorso di liberazione in cui Lorde ripete più volte “Volete ballare con me stasera?”. Se lasciarsi andare e celebrare un momento gioioso ed euforico è un’arte, allora Lorde la pratica piuttosto bene.

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Rispetto alle date estive la scenografia è cambiata. Niente più “casa di vetro” dentro cui far festa, ma la scritta “Melodrama” alle spalle della cantante, tre installazioni luminose che riproducono un astronauta, un arco di fiori e una stella cometa, un piccolo schermo sul lato destro del palco che trasmette collage di immagini negli intermezzi che separano le tre sezioni, visibili però solo nelle prime file. Il tutto è vagamente pop art, ma senza l’effetto-wow che ci si aspetterebbe dallo spettacolo di una pop star sì “laterale” al mainstream, ma che ha pur sempre venduto cinque milioni di copie del debutto.

Il suono è stilizzato, come si conviene a una pop star del 2017, interamente basato sulle scansioni ritmiche e, quando va bene, su tappeti che armonizzano le parti cantate. I musicisti sono nascosti, letteralmente, dietro la scenografia e per buona parte del concerto si fa fatica a vedere che cosa fanno e quanti sono – sono in tre, un batterista e due tastieristi, uno dei quali imbraccia occasionalmente anche la chitarra. Suonano tutto dal vivo? Difficile dirlo, ma in ogni caso non fa alcuna differenza: eseguono la musica come macchine, hanno un ruolo marginale e non vengono nemmeno menzionati dalla cantante che pure ama parlare e ringrazia più volte il pubblico e spiega quanto è cool riempire un club a Milano. Di sicuro ci sono cori e voci raddoppiate che aiutano la cantante. Fra la scenografia, i musicisti nascosti e le voci preregistrate, la sensazione è che Lorde sia sola sul palco – e onestamente, è un po’ cheap.

Il pop è così, di questi tempi. Il fatto che dietro alla musica ci siano esseri umani, e che si senta, è del tutto ininfluente. E difatti al pubblico sembra importare ben poco. La solitudine della cantante è rotta da “Hard feelings” in poi, quando sul palco salgono due ballerine. Quando arriva “Buzzcut Season” Lorde siede per terra e suona lo xilofono, livello prima media e applausi che neanche Keith Jarrett a Colonia. Qualcuno delle prime file le porge dei fiori come si conviene a una diva, ancorché ventenne. “Non ero granché popolare a scuola e nessuno mi regalava rose”, dice lei e il concerto ha quest’atmosfera di rivalsa, di celebrazione, di vittoria. Lorde racconta di avere visitato il Duomo nel pomeriggio e spiega che la fa impazzire l’idea di sapere che a Milano, dall’altra parte del mondo rispetto a dov’è cresciuta, c’è gente che vuole passare del tempo con lei – lei che si è sempre sentita inadeguata, è il sottotesto. “Ah, se penso a quanto mi sentivo sola sul retro del taxi, a piangere”, dice introducendo “Liability” e quando parla di lacrime tutti fanno “oooh” per consolarla.

Lorde ha personalità e anche un repertorio, è evidente. Quasi ogni canzone viene accolta da un boato, ma vederla dal vivo significa anche misurare la distanza che la separa da uno dei suoi modelli, Kate Bush, la cui “Running up that hill” è scelta per introdurre il concerto – e peccato che “Writer in the dark”, la canzone di Lorde più katebushiana, non venga eseguita. Il divario è enorme per quanto riguarda il talento canoro, per la musicalità, per l’abilità nel circondarsi di collaboratori che rendono gli spettacoli esperienze indimenticabili. E difatti quando Lorde si cimenta con una cover – al Fabrique si è sentita “Somebody else” dei 1975, in altre date del tour “In the air tonight” di Phil Collins – il legame viscerale fra pubblico, cantante e canzoni si interrompe e il concerto si sgonfia.

Comunque sia, è una vittoria per Lorde, cui basta un’ora e mezza per sedurre il Fabrique con una scaletta che si riproduce senza sorprese data dopo data. Lei raccoglie ridendo i capi di vestiario che vengono lanciati sul palco durante “Perfect places” (per via del verso che fa “Let’s kiss and then take off our clothes”) e quando intona “Team” prende una bandiera italiana e scende fra le prime file. Sembra sinceramente colpita dall’accoglienza ricevuta. “Grazie per avere ballato con noi”, dice infine, “non vedo l’ora di tornare”. E poi invita a “lose your shit” prima di attaccare “la canzone di ‘Melodrama’ in cui ho messo già di me”. Dopo “Green light” arriva giusto “Loveless”, la canzone sulla “generazione S.E.N.Z.A.M.O.R.E”. Speriamo non rimanga anche senza musica.

(Claudio Todesco)


SET LIST:
Homemade Dynamite
Magnets
Tennis Court
Hard Feelings
Buzzcut Season
Sober
The Louvre
Ribs
Liability
Liability (Reprise)
A World Alone
Somebody Else
Supercut
Royals
Perfect Places
Team
Green Light
Loveless

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