Valerie June, la cantautrice che sente le voci in concerto a Milano – INTERVISTA

La voce è il suo strumento, ma è costretta a cercarla ogni giorno. “Cambia di continuo. Magari il mattino è bassa e  mascolina, ma ora della sera ha riacquistato il suo range. Ogni volta che salgo sul palco mi chiedo: dov’è oggi la mia voce?”. È fatta così, Valerie June. Cantautrice fra soul, folk e pop, ha una voce indefinibile, un po’ da bambina e un po’ da vecchia saggia, un po’ da cantante pop del 2017 e un po’ da blueswoman del 1927. Dice che le canzoni gliele suggeriscono le voci che sente in testa. “Non è una metafora, le sento davvero. Come uno scultore che vede la sua opera prima di crearla, come un pittore che vede il suo quadro prima di dipingerlo, io sento le canzoni prima di scriverle”. La musicista americana sarà in concerto con la sua band il 23 luglio al Magnolia di Segrate (MI). A Milano ci si è pure spostata, tanti anni fa. Aveva 19 anni, il matrimonio con il chitarrista Michael Joyner poi è fallito, ma la storia di come nacque quell’avventura lontano da casa apre il nuovo album “The order of time” che con il precedente “Pushin’ against a stone” fornirà buona parte del repertorio del concerto.

Nata nei primi anni ’80 in una famiglia dove la musica era di casa – il padre organizzava concerti e lei, piccoletta, diventava grande in mezzo a Prince e Bobby Womack – Valerie June è stata cresciuta nel Tennessee con un’educazione cattolica e ha imparato a cantare in chiesa. Ha imbracciato il banjo piuttosto tardi, per imitare Elizabeth Cotten, cantante folk-blues riscoperta durante il periodo del folk revival. Ha inciso un album con Joyner a nome Bella Sun e poi altri tre, fra il 2006 e il 2010, in parte influenzati dalle incisioni sul campo effettuate da Alan Lomax e passati sostanzialmente inosservati. È cambiato tutto ai tempi di “Pushin’ against a stone”, nel 2013. A quel punto aveva tutto: le canzoni, la presenza scenica appariscente con quei dreadlock da Medusa, un produttore ultracool come Dan Auerbach dei Black Keys, uno stile che lei chiamava “organic moonshine roots music” in grado di portare la genuinità della musica del Sud presso il pubblico di Brooklyn, dove s’era trasferita. I giornalisti si accorgono di lei e il New York Times la descrive come un incrocio fra Nina Simone, Dolly Parton e… un gatto canterino

“The order of time”, uscito in marzo e subito molto amato – attualmente è al settimo posto della classifica di Metacritic degli album del 2017 ordinati secondo voti e giudizi delle principali testate anglo-americane – è un disco musicalmente vario. Affonda le radici nel folk, nel country, nel soul non per replicarne suoni e modi, ma per catturarne la purezza. “Sono una cantautrice che conosce la sua eredità culturale. Chiunque sul pianeta impara qualcosa da chi l’ha preceduto, che siano i nonni o il maestro della scuola elementare. La tradizione va usata. C’è già stata una Billie Holiday. C’è già stato un Jimi Hendrix. Usiamo l’ispirazione che riceviamo da loro per dire qualcosa di personale. Quando un artista ci riesce, ecco che entra in contatto con qualcosa di puro, di spirituale. Ecco che sente di non essere solo, capisce che non si tratta più solo della sua musica o del suo ego, ma di qualcosa di più grande e universale”.

Nella musica di Valerie June confluiscono vari stili bianchi e neri, recenti e vecchi. “Un po’ come nel Tennessee, dove trovi musiche di ogni tipo”, dice. Chissà che ne pensa del dibattito sulla appropriazione culturale e di chi, in particolare, sostiene che si debba essere molto cauti nel maneggiare stili appartenenti ad altre culture… “La musica ha a che fare con l’abbattimento di ogni barriera. Non voglio vivere in un mondo che divide gli artisti in autentici e falsi in base al colore della pelle. Conta il sentimento espresso dalle canzoni, il senso di ispirazione, il coinvolgimento emotivo. Conta l’anima”. E del resto la stessa Valerie, cresciuta nel Sud degli Stati Uniti, ha scoperto la musica di Lead Belly attraverso la versione di “In the pines” (o “Where did you sleep last night”) suonata dalla band di un ragazzo bianco cresciuto nel Nordovest degli Stati Uniti, i Nirvana. “Quel pezzo l’hanno cantato Kurt Cobain, Lead Belly, Bill Monroe. È la prova che la musica è un linguaggio universale”.

Valerie June usa questo linguaggio per trasmettere un senso di positività o, come dice lei, “per mostrare che con un piccolo sforzo ce la possiamo fare”. È forse un retaggio della sua educazione religiosa? Sorride: “Forse… chi lo sa”. Poi ci ripensa: “Ho avuto la fortuna di crescere pensando che l’energia negativa possa essere trasformata in energia positiva. Spero che la mia musica abbia il potere di ispirare le persone e questa cosa non ha a che fare con la religione, ma con la ricerca di una luce nelle nostre vite. Il blues non devi andare a cercartelo, si manifesta da solo nel corso della tua esistenza. A quel punto tocca a te scegliere: farti deprimere o cercare di trarne qualcosa di positivo. Tutte le grandi canzoni hanno questo tipo d’energia. Ti danno la forza per uscire dal buio e trovare la luce”.

(Claudio Todesco)

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.