Il revival dream pop e shoegaze passa anche per i ritrovati Ride. Un gruppo che non sempre è riuscito a mantenere la rotta di un sound a metà tra le pulsioni della west coast americana e le malinconie della vecchia Inghilterra e che ha finito per implodere presto lasciando che Andy Bell proseguisse con gli Oasis e Mark Gardener tentasse la carriera solista. Un ritorno il loro che guarda sì al passato ma che grazie alla sintesi tra vecchio e nuovo operata dal dj e produttore Erol Alkan tira dritto per la sua strada, senza farsi troppe nostalgie.
Un equilibrio di idee e di intenti che non risulta sempre ben bilanciato, come d’abitudine per i Ride, perennemente divisi tra le pulsioni pop di Bell e quelle più spigolose di Gardener, che però quando risulta finalmente ben calibrato riporta alla luce tutto il pregio di un gruppo con una sensibilità per la melodia fuori dal comune, riconoscente tanto dei Byrds quanto della migliore vena lisergica inglese. In conclusione ecco che i Ride di “Weather diaries” si confrontano inevitabilmente con il proprio passato, ma preferiscono anche sbandare liberamente per trovare un’altra strada, senza per questo stare lì a guardarsi troppo le scarpe