Un anno senza David Bowie ripercorso da Leo Mansueto

Un anno senza David Bowie ripercorso da Leo Mansueto

Patti Smith e Marianne Faithfull li hanno compiuti lo scorso dicembre. Iggy Pop, invece, i settant'anni li compirà in questo 2017. Settanta anche Elton John, Ronnie Wood, Carlos Santana, Cat Stevens, Brian May, così come Salman Rushdie, Stephen King, Arnold Schwarzenegger, David Letterman e Hillary Clinton. Il prossimo settembre ne compirebbe altrettanti anche Marc Bolan se la Mini guidata da Gloria Jones non si fosse schiantata contro un albero un triste giorno di quaranta anni fa. E sarebbero stati settanta anche per David Bowie, se il 10 gennaio dello scorso anno non avesse salutato questo mondo, lasciandoci qui, oggi, a recitare il de profundis, invece che festeggiare l'arrivo di un suo nuovo disco e vagheggiare una volta di più un improbabile ritorno all'attività concertistica. Di sicuro la spinta creativa non gli sarebbe mancata. Infatti, se è vero che la consapevolezza della fine imminente ha inevitabilmente contribuito a dare una forza speciale alle canzoni dell'album-testamento “Blackstar”, è altrettanto vero che tutti coloro che hanno lavorato al fianco di Bowie negli ultimi drammatici mesi della sua esistenza - Tony Visconti e il sassofonista Donny McCaslin in testa - lo ricordano come un uomo ancora animato da una grande vitalità artistica, creativamente inquieto e instancabilmente proiettato in avanti. E' un aspetto, quest'ultimo, che contrasta col nostro sguardo, costretto d'ora in avanti a rapportarsi con Bowie in termini unicamente retrospettivi.


Personalmente ho faticato non poco a riavvicinarmi alle canzoni di “Blackstar” dopo il 10 gennaio dello scorso anno. Riascoltare quelle canzoni mi procurava un disagio che solo dopo molti mesi sono riuscito a superare. E anche il video di “Lazarus”, con la sua cruda rappresentazione del congedo di Bowie da questa vita, mi riesce tuttora difficile da sostenere serenamente. Discorso a parte merita la mostra al MamBo di Bologna che, nata come una luccicante celebrazione dell'universo e della straordinaria carriera di un artista ancora in vita, ha ribadito la sua funzione commemorativa, ma ha fatalmente trasformato il museo in un vero e proprio santuario. Che in quanto tale, è diventato meta di un devoto quanto malinconico pellegrinaggio. Muoversi fra quei costumi, quegli oggetti e quelle immagini all'indomani della scomparsa del loro titolare, è stata per me un'esperienza controversa, divisa fra l'euforia feticista e il magone latente. Ma si sa come vanno queste cose: occhio non vede, cuore non duole. Mi sono però risparmiato ogni ulteriore dose di afflizione, tenendomi alla larga dal vortice di analisi, spesso morbosamente macabre, di cui sono stati oggetto i testi di “Blackstar”, nonché di “The next day”. Non mi equivocate: azzardare una decifrazione dei simboli e delle metafore che affollano i lavori di Bowie resta un gioco molto intrigante ed è innegabile che ci siano corrispondenze più o meno esplicite fra i suoi ultimi testi e il destino che lo attendeva. Chi conosce bene la discografia di Bowie sa comunque che da “Space Oddity” in poi, alienazione, morte e provvisorietà sono temi ampiamente presenti nel suo repertorio ufficiale.  


Ci sono poi le pubblicazioni postume. A giudicare dalla mole, enorme, di registrazioni accumulatesi negli archivi bowiani in mezzo secolo di attività, ne ascolteremo delle belle nei prossimi anni. Il materiale postumo - ammonisce Dorian Lynskey dalle colonne del "Guardian" - assomiglia spesso a una sigaretta approssimativa, messa insieme usando il tabacco dei mozziconi rimasti nel portacenere. Non è il caso dei tre inediti (“When I met you”, “Killing a little time”, “No plan”) che hanno visto la luce con la colonna sonora del musical “Lazarus”, accanto ai brani interpretati dal cast dello spettacolo, prima di essere raccolti in un EP digitale. Sebbene intrise della stessa forza drammatica delle canzoni di “Blackstar”, con cui condividono band e produzione, sono composizioni che Bowie aveva appositamente scritto e inciso per il musical. Ciononostante, una canzone come “No plan”, con le sue reiterate allusioni ultraterrene (“this is no place but here I am”), risulta palesemente legata a doppio filo con la vicenda umana del suo autore. Altrettanto personale, ma più energica e solare, sembrerebbe essere “Blaze”, canzone inedita estromessa dalla tracking-list finale del soundtrack di “Lazarus”; scoperta dal biografo Nicholas Pegg durante le ricerche compiute per aggiornare il suo “The Complete David Bowie” (di cui si attende la pubblicazione italiana), “Blaze” si inserirebbe nel collaudato solco delle canzoni bowiane a tema spaziale.


Il primo anno “senza Bowie” ha visto anche l'uscita del fantomatico “The Gouster” (incluso nel cofanetto di 12 cd/13 vinili “Who can I be now?”), non propriamente un “lost album” come gli strateghi del marketing hanno voluto far credere, quanto invece una sorta di bozza di “Young americans”. Fra versioni alternative, alcune già pubblicate in passato, nella nuova scaletta spiccano il recupero della notevole “It's gonna be me” e l'assenza di due brani registrati durante lo stesso periodo (Sigma Sound sessions, agosto 1974) che i cultori di Bowie rincorrono da sempre: trattasi di “I am a Lazer” e “Shilling the Rubes”. La prima è una canzone che Bowie compose originariamente per Cherry and the Astronettes e che contiene un riferimento esplicito al titolo dell'album (“let’s hear it for the gouster...”); riscritta e modificata nella tonalità si è poi trasformata nel brano “Scream like a baby” dell'album “Scary monsters” (1980). La seconda, ben più leggendaria, è il Sacro Graal tutt'oggi custodito, insieme ai nastri delle Sigma Sound sessions, negli archivi audio della Drexel University di Philadelphia; da un frammento reperibile in rete si possono ascoltare l'intro pianistico, i primi versi di Bowie e immaginare il resto. Quell'intro è opera di Mike Garson, uno  dei musicisti storici di Bowie che maggiormente si stanno adoperando per mantenerne viva la memoria. Garson, fra i testimoni più autorevoli che si avvicendano nel nuovo documentario della BBC2 “The last five years”, lo ha fatto per tutto il 2016 e continua a farlo oggi attraverso concerti celebrativi (New York, Los Angeles, Sidney e Tokyo le prossime tappe 2017 confermate), ma soprattutto condividendo sul web video, riflessioni e aneddoti che riaprono squarci di bellezza su una storia umana e artistica ricca come pochissime altre.


In una delle numerose interviste rilasciate lo scorso anno, il pianista americano rievoca la straordinaria intesa con Bowie durante i giorni di “Aladdin Sane” agli inizi degli anni '70, e racconta del tempo infinito trascorso assieme a parlare di processi creativi, di jazz, di Igor Stravinsky, Stan Kenton, Charlie Mingus o Vaughan Williams. “Il mio rammarico" confessa Garson con malcelata amarezza "è che non potremo mai più fare nessuna delle cose di cui parlavamo. Bowie avrebbe voluto incidere un album di canzoni di Philip Glass. Avrebbe voluto realizzare un disco con una big band jazz. Avrebbe voluto...”. Bene, quel rammarico è lo stesso che provo io. Perché se è risaputo che le canzoni, come i film, i libri, i quadri e le fotografie sopravvivono ai propri creatori, è altrettanto vero che, nonostante l'enorme eredità lasciata, Bowie avrebbe potuto sorprenderci di nuovo, con la sua intelligenza, con la sua “nostalgia del futuro” e con un'altra e un'altra canzone ancora.


Rimane però quell'ultima promessa esalata alla fine di “No plan”: ”non è ancora finita”. Che qualunque cosa significhi, non ha il suono angoscioso e perentorio di un addio.

Leo Mansueto

Leo Mansueto, massimo esperto italiano su David Bowie, è autore di "L' ultimo dei marziani. David Bowie raccontato dal poprock italiano" (Caratteri Mobili, 2012) ed ha curato per Rockol lo speciale su "Blackstar" pubblicato a gennaio 2016.

La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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