Panic! At The Disco a Milano: la recensione del concerto

Brendon Urie, frontman dei Panic! At The Disco, sale sul palco, la musica inizia e, in pochi istanti, tutto il pubblico di Milano comincia a saltare sulle note di “Don’t threaten me with a good time”. Nessun preambolo, nessuna necessità di scaldare l’atmosfera. Vestito completamente di nero, ad accezione di una  giacca rossa che lo distingue dagli altri membri della band, con i suoi immancabili pantaloni di pelle, sin dai primi istanti il cantante da prova delle sue abilità regalando ai presenti un cantato definito da un controllo vocale che pochi artisti hanno. Il gruppo rapisce i presenti già dal primo brano, ma non da loro tempo di abituarsi. Si susseguono “Vegas night”, “Mona Lisa”, “Hallelujah” e “Time to dance”; al suo termine il palco rimane quasi totalmente al buio.

La band arriva al Fabrique di Milano per il concerto del 4 novembre, unica data italiana: è in penombra, ma quando riparte la musica e si riaccendono le luci, i Panic deliziano chi li osserva con una mossa di DAB (danza che prevede la distensione di un braccio, fino alla punta delle dita, mentre l’altro viene accompagnato verso il petto, il tutto a capo chino) e pochi istanti dopo Brendon comincia ad intonare “Emperor’s new clothes”.
È solo dopo questa che, finalmente, viene concessa una breve battuta d’arresto e un piccolo momento di interazione con i fan: “I just wanna say one. It’s very fucking nice seeing all of you people!” ... “Was anybody here 5 years ago when we play in Cesena over the castle?” … “It was crazy, holy shit!” … “Here we are, thank you for coming tonight!”
Poche, colorite, parole; lo show deve continuare e il frontman non aspetta altro.
La scaletta scorre potente e fluida; gli spettatori continuano a ballare trasportati dallo show: è il turno di “Girls/girls/boys”, poi “Ready to go” e con “9 in the afternoon” si abbassa un po’ il ritmo: Urie si toglie la giacca e, per la prima volta, si siede al piano mostrando anche le sue doti musicali. Ma è solo l’inizio.

Durante “Crazy=genius” viene portata sul palco una seconda batteria e il frontman si alterna con il batterista Daniel Pawlovich in un intenso assolo di batteria, della durata di 2 minuti circa, per poi tornare al suo posto e portare a termine il pezzo; le grida si sprecano.

Senza indugio si passa a “Miss Jackson”, “Golden days”, per arrivare ad uno dei momenti più emozionanti della serata. “Bohemian Rapsody” è una traccia nota al mondo non solo per la band iconica che l’ha creata, i Queen, ma anche per la sua difficoltà d’esecuzione e per il suo incedere musicale. Questa canzone è stata riproposta in svariate forme e arrangiamenti, le cover si sprecano: in tanti ci hanno provato, ma in quanti ci sono riusciti?
Di certo Brendon Urie è uno dei pochi con le carte in regola per misurarsi con questo capolavoro: seduto dietro al pianoforte si è esibito in modo magistrale, sotto tutti i punti di vista.
A questo punto il cantante rimuove anche la maglietta per rimanere solo con i suoi amati pantaloni di pelle neri; è giunto il momento di “Death of a bachelor”, canzone che da il nome non solo al loro ultimo album, ma anche al tour.
Fra la performance e la semi-nudità del frontman le grida diventano assordanti ed arriva così il turno di “LA devotee”.
È il momento per i Panic! At The Disco di lasciare il palco per poi ripresentarvisi uno per volta; Brandon è l’ultimo e, munito di birra, è pronto per il bis.
Si ricomincia con “I write sins not tragedies”, il pezzo più noto della band, in cui per la prima, e unica, volta viene coinvolto il pubblico nella parte cantata e che vede il cantante cimentarsi in un salto mortale all’indietro durante l’esecuzione del brano.
Dopo “This is gospel” in cui Urie si è cimentato anche con la chitarra elettrica, il concerto si chiude con “Victorius” così da garantire al pubblico un finale con il botto; poche semplici parole, un veloce saluto e la serata è conclusa.
Quel che colpisce sopra ogni altra cosa sono sicuramente le capacità vocali del cantante: i bassi sono controllati, i vibrati perfettamente calibrati e gli acuti come sempre impeccabili; sono proprio questi ultimi a mandare, ogni singola volta, i fan in totale visibilio.
Ma la musica non è da meno; Dallon Weekes è perfettamente in grado di esaltare al meglio il suo basso, Daniel Pawlowich scandisce i tempi con la sua batteria in modo ineccepibile e la chitarra di Ian Crawford è eccezionale.
Il risultato è semplicemente perfetto.
Lo show è sicuramente Brendon-centrico: Urie è un artista dal grande charme, che sa di piacere, sa di essere bravo e sa che è in grado di far pendere il pubblico dalle sue labbra, ed è proprio per la sua ecletticità e maestria che è lui a tenere le redini dello show.
La grande assente, tanto aspettata da tutti i presenti, è stata sicuramente la traccia “Lying is the most fun a girl can have without taking her clothes off”: i fan hanno sperato di poterla sentire fino all’ultimo, ma purtroppo non sono stati accontentati.

Nonostante la scaletta ridotta (il concerto è infatti durato solamente 1 ora e 20 minuti), l’illuminazione non sempre piacevole del palco e la ridottissima interazione con il pubblico presente al Fabrique, valeva decisamente la pena di vedere questo spettacolo.
Speriamo solo di non dover aspettare una nuova chance per altri 5 anni.


(Barbara Nido)

SETLIST

    Don't Threaten Me with a Good Time
        Vegas Lights
        The Ballad of Mona Lisa
        Hallelujah
        Time to Dance
        Emperor's New Clothes
        Girls/Girls/Boys
        Ready to Go (Get Me Out of My Mind)
        Nine in the Afternoon
        Crazy=Genius
       Miss Jackson
       Golden Days
       Bohemian Rhapsody
      Death of a Bachelor
      LA Devotee
   
Bis
    I Write Sins Not Tragedies
        This Is Gospel
        Victorious

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