Ode a Tad, gran visir del grunge sotterraneo

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Tad Doyle è senza ombra di dubbio uno degli eroi dell’epopea legata all’ondata grunge – il nuovo rock che dalle ultime pendici degli anni Ottanta è cresciuto come un’onda che ha travolto i Novanta, portando una specie di tsunami culturale in musica, società e music business. Ma è un eroe di quelli cosiddetti minori (che solitamente sono minori solo in termini di fama, non certo di merito).

Il motivo di questo suo status è presto detto: la sua musica è da sempre piuttosto lontana dagli stilemi di quello che è, poi, diventato la versione “commerciale” del grunge (per intenderci: Pearl Jam, Nirvana…), mostrandosi da subito per quello che era: una faccenda brutta, sporca, tossica, pesantissima e intransigente. In pratica un ibrido sfrontato e slabbrato di protometal pachidermico, rock maleducatissimo di estrema provincia e protopunk stoogesiano. La melodia? Confinata in secondo – forse anche terzo o quarto piano – a fare solo da sfondo a un muro di suono chitarristico, su cui una voce esasperata canta e scatarra con abbandono totale.
Insomma, era tutto “too much” come dicono gli americani, perché ci fosse qualche tipo di appeal per il grande pubblico.

Non sottovalutiamo anche la questione dell’immagine: Tad Doyle e i suoi Tad non sono mai (ma proprio mai) stati una band “da fotografare” – o meglio: non c’era proprio modo di mostrarli in maniera edulcorata. Già, perché Doyle è da sempre una specie di orco gigante, alto e grossissimo (è un omone davvero in carne, per usare un eufemismo), che incute timore solo alla vista.
Addosso a lui la divisa grunge con camicia a scacchi di flanella aveva un sapore decisamente minaccioso – altro che ragazzi magrolini e un po’ maudit alla Cobain… davanti a un golem simile in camicia e berretto si aveva la netta impressione che qualcosa di brutto potesse accadere da un momento all’altro, qualcosa tipo “Un tranquillo weekend di paura”.
Ciliegina sulla torta: Mr. Doyle aveva e ha un carattere spigoloso, introverso, duro. E non si faceva certo rincrescere in quanto ad abuso di alcool e droghe. Insomma, lo stereotipo del brutto, sporco e cattivo è servito.

Semplicemente, i Tad avevano proprio tutto quello che ci voleva per essere una grande band, ma anche tutto il necessario per farsi snobbare dall’ondata mainstream. Eppure sono universalmente riconosciuti come una formazione – perdonate il termine – seminale per il grunge, appartenente alla prima ondata: e i loro sei album (usciti fra il 1989 e il 1995) sono considerati vere pietre miliari per il sound di Seattle. Il classico status da cult band, insomma; ma il fatto che siano stati altri ad arrivare al top, fondamentalmente, a Doyle non interessa. Nella miglior tradizione, considera quasi una benedizione il fatto di non essere finito in quel turbine di copertine, riviste e video su MTV (anzi, probabilmente per certi versi il passaggio a una major ha addirittura minato il gruppo). E in una recente intervista, Doyle ha detto chiaro e tondo:

Non misuro il successo in base alla popolarità. Non siamo in una gara di popolarità. Per me il successo si misura in base a quanto io sono felice, in base al livello di coerenza e integrità che riesco a mantenere con la mia musica e in quello che faccio… questo è ciò che davvero importa, per me.

Nel 1999 termina, con una ingloriosa sorta di dissolvenza nell’oblio, la corsa dei Tad. Era venuto meno il carburante, il grunge era morto e Doyle stesso era vittima di una sorta di burn-out che lo ha portato ad allontanarsi dalla musica per un paio d’anni, quasi a volersi purificare e disintossicare.
Ora lui è nuovamente in pista con una band che si chiama Brothers of the Sonic Cloth, che se possibile è ancora più intransigente e dura rispetto ai Tad: materiale da maneggiare con cura. Nel frattempo Doyle si è liberato di parte dei propri demoni, si è disintossicato ed è pulito da anni: una sorta di rinascita, insomma.

Quello che resta è un pugno di album speciali, ma anche la sensazione palpabile di un’occasione per certi versi perduta. Chissà che la ristampa dei primi tre dischi della band – “God’s Balls” (1989), “Salt Lick” (1990) e “8-Way Santa” (1991) – che Sub Pop farà uscire il 4 novembre non contribuiscano  riaccendere la fiamma dell’interesse verso i Tad

Per saperne di più, infine, si consiglia la visione del film-documentario sulla band uscito nel 2008: “Busted Circuits and Ringing Ears”

[a.v.]

 

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