NEWS   |   Pop/Rock / 27/10/2016

Da riscoprire: la storia di “Bitches brew" di Miles Davis

Da riscoprire: la storia di “Bitches brew" di Miles Davis

Il 14 novembre del 1969 John Berg, Joe Agresti e Phyllis Mason  ricevettero una nota dal produttore Teo Macero. 

“Miles mi ha appena chiamato dicendomi che vuole che l’album sia intitolato ‘BITCHES BREW’. Per piacere, informate chi di dovere”.

Una telecamera puntata sui volti dei tre dirigenti della CBS, a riprendere le loro reazione di fronte a quel titolo - un gioco di parole tra “Pozione magica” ("witches brew") e la parola “bitch” (cagna, puttana) - avrebbe prodotto un documento storico di enorme valore quanto la lettera in sé. 

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Ma già allora alla CBS erano abituati al genio e alla follia del più grande jazzista di tutti tempi. Miles Davis era “Miles ahead”, avanti a tutti. Un vero visionario, uno che individuava forme d’arte che ancora nessuno si immaginava lontanamente. E con “Bitches brew” avrebbe alzato ulteriormente un’asticella che aveva già piazzato terribilmente in alto.

Nel 1969, Miles Davis era reduce da un periodo relativamente stabile con quello che sarebbe diventato noto come il “secondo grande quintetto”. Ma la formazione si sfaldò nel momento in cui Miles iniziò ad interessarsi al rock, pensando che la scena fosse composta musicisti che lui riteneva senza competenze, gente che vendeva dischi senza sapere quello che faceva. Miles, che aveva quelle doti, poteva fare non solo altrettanto, ma molto di più.

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