Esperanza Spalding: il concerto di Tortona fra grande musica e teatro off Broadway – RECENSIONE

Esperanza Spalding: il concerto di Tortona fra grande musica e teatro off Broadway – RECENSIONE

Sale sul palco avvolta in un enorme vestito bianco e nero, con l’ampia pettinatura afro che aveva fino a un paio d’anni fa. Anche lo stile canoro è quello di allora, leggero e jazzato. Scivola quieta dietro la batteria e alza un cartello con su scritto «Prologo». Mentre la band attacca “Good lava”, metafora di rinascita creativa, lei rivolta l’abito che diventa una sorta di vulcano ma pure un minuscolo spogliatoio per cambiarsi. Dopo un minuto, ne esce completamente rigenerata: treccine, occhiali enormi, fisico asciutto e sguardo allucinato, una corona in testa. «Chiamatemi Emily», dice rivolta al pubblico e si capisce subito che non sarà un concerto come gli altri, che stasera vedremo qualcosa di completamente diverso.

La performance che Esperanza Spalding ha tenuto ieri sera nella Piazza del Duomo di Tortona all’interno della settima edizione di Arena Derthona che prevede il 16 luglio il trio di Hiromi e il 17 Renzo Arbore, è un po’ teatrino infantile, un po’ musical off Broadway, un po’ performance musicale d’altissimo livello. È uno spettacolo completamente incentrato sull’ultimo album della musicista americana “Emily’s D+Evolution”, uno dei migliori usciti quest’anno, una metafora di rigenerazione personale che è assieme evoluzione nello stile, nell’attitudine, nella complessità delle idee e devoluzione a una stato di libertà creativa assoluta tipica dell’infanzia. Spalding si muove come una marionetta, lo sguardo stupefatto, le mosse teatrali. Trasforma ogni canzone in una piccola messinscena con la complicità dei tre coristi che l’accompagnano Corey King (anche alla tastiera, specie quando lei non imbraccia il basso), Shawna Corso ed Emily Elbert, bravissimi e impegnati in vocalizzi e armonizzazioni originali.

I tre alzano un cartello con scritto «Evolution» e la prima parte del concerto ha inizio. Spalding, nota per un essere una contrabbassista acustica, per questo progetto suona (benissimo) il basso elettrico fretless a cinque corde, che tiene appeso a un gancio della cintura. Spesso lo posa per concentrarsi sulla parte teatrale, come quando canta e intanto suona una tastiera da piedi. Durante “Ebony and Ivy”, ispirata all’omonimo saggio di Craig Steven Wilder sulla relazione fra schiavismo e grandi università americane, i coristi prelevano da uno scaffale un libro dietro l’altro ponendoli sulle braccia sempre più cariche di Esperanza, per poi “laurearla” mettendole al collo una cravatta. Per “Earth to heaven” la cantante si posiziona dietro a una tastiera, che diventa un piccolo altare.

Conoscenza, socializzazione, religione: la piccola Emily si è evoluta. È arrivato il tempo della devoluzione, annunciata dal cartello «Devolution». Parte una grande jam di Spalding con il batterista Justin Tyson e il chitarrista Matthew Stevens, entrambi straordinari durante tutto il concerto. Il primo è un motore ritmico pieno di fantasia, capace di infondere alle esecuzioni un grande senso della dinamica. Il secondo riempie l’intera performance di back-up di gran gusto e timbri inusuali, con un gusto per la tessitura e un senso del tempo impeccabili. Quando spingono il pedale dell’acceleratore, con Spalding al basso, partono per session fra il funk, il rock e il jazz esaltanti, da applausi a scena aperta. Devoluzione significa liberazione e durante “Funk the fear” i tre coristi scendono a ballare fra il pubblico seduto, un po’ rigidamente a dire il vero, sulle sedie di fronte alla facciata dal Duomo.

Spalding finisce il concerto con “Unconditional love”: introduzione solo vocale molto poetica, a bordo palco, e un’altra coda strumentale da sogno. Rientra sul palco, ringrazia e come unico bis canta a cappella – «Per fortuna la terminologia musicale è tutta italiana», dice – l’incantevole “Little fly”, unica canzone della serata non tratta da “Emily’s D+Evolution”. Espe, come la chiama il jazzista Wayne Shorter con il quale sta scrivendo un’opera, è una grande musicista, una bandleader attenta, oggi anche una performer teatrale. È il bello del concerto: se la messinscena ha il carattere fanciullesco dei teatrini organizzati dalla musicista da bambina per attirare gli amici a casa, la parte musicale è di primo livello. Lo è anche la scrittura, dove si ritrovano la libertà armonica del jazz, che in certi momenti porta le canzoni a un passo dal caos, e il songwriting raffinato di una Joni Mitchell. Espressività, talento, divertimento: la d+evoluzione di Esperanza Spalding è una della cose migliori accadute alla musica americana di recente.

(Claudio Todesco)

 

SET LIST

Good lava

Elevate or operate

Ebony and Ivy

Noble nobles

Judas

Earth to heaven

The one

Funk the fear

Rest in pleasure

Unconditional love

Little fly

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