Rihanna a San Siro, la recensione: il concerto come ostensione del corpo della pop star - FOTOGALLERY

Rihanna a San Siro, la recensione: il concerto come ostensione del corpo della pop star - FOTOGALLERY

Più che un concerto, un grande medley in cui le canzoni sono ridotte ai minimi termini, tagliate, stipate in una scaletta che in un’ora e un quarto conta due dozzine di pezzi. Più che un’esibizione dal vivo, uno spettacolo in cui si va a vedere il corpo della performer che ha contribuito a ridefinire il concetto di pop star nell’era digitale. Graziata dal maltempo, che si è sfogato prima del concerto, Rihanna ha portato le sue mosse sul palco di San Siro. Per una sera, il tempio del culto di San Springsteen si è trasformato in un gigantesco club. È stata una gran festa, senza però i momenti di condivisione che caratterizzano i concerti negli stadi. E molto hanno pesato, anche, la scelta di non includere in scaletta molti celebri successi, l’apparato scenico misurato, le canzoni tagliate, la scelta paradossale di accorciare la scaletta proprio in una data importante.

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A un concerto di Rihanna non si applaudono i virtuosismi, ma i twerking. Letteralmente. Quando la cantante delle Barbados si china e agita il sedere a favore di camera, che trasmette le immagini sui due megaschermi che permettono anche a chi è sul secondo e sul terzo anello di vedere qualcosa, i 50.000 di San Siro si uniscono in un boato d’approvazione. Se c’è una cosa che è stata celebrata, ieri sera a Milano, è l’adorazione di una pop star che ha ridefinito il culto del corpo nel pop. Tutti gli occhi sono su di lei, che con tre quarti d’ora di ritardo rispetto a quanto previsto, comincia il concerto da un palchetto al centro del campo, appena dietro al pit. Avvolta in una sorta di veste chiara con cappuccio, è per metà fantasma e per metà pugile che si accinge ad affrontare un avversario. Sotto, indossa una tutina striminzita e stivali-pantalone che le coprono parzialmente le cosce. Quando fa cadere il vestito, il boato è assordante. Il corpo, appunto.

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In cima al palchetto Rihanna intona “Stay”. Poi sale su una passerella trasparente mobile e canta un paio di canzoni da lì, sopra le teste del pubblico delle prime file: lei in alto, loro sotto in adorazione di questa dea che si agita maliziosamente. Lo stadio è pieno, a parte certe tribune più laterali e gli ampi spazi vuoti nel pit – nel resto del prato, invece, è bello pieno. L’atto dell’esecuzione della musica non è al centro della scena. Non lo sono neanche i musicisti, che compaiono e scompaiono dal palco. È difficile, per lo meno dalla tribuna, capire che cosa è suonato e che cosa è programmato. E anche capendolo farebbe poca differenza: la gente è qui per ballare, non per sentire musicisti suonare. Ed è quello che accade sul palco, costantemente, fra le mosse sexy di Rihanna e le coreografie del suo corpo di ballo. La sorpresa è che, rispetto ad altri concerti pop, la scena è minimale: colori chiari, sulle tinte del beige, poche trovate dopo la passerella, tutti gli occhi puntati sugli abiti di Giuseppe Zanotti e Manolo Blahnik che ricordano vagamente quelli post atomico-chic delle linee di Kanye West. Con molta più malizia, ovviamente.

Il pubblico scopre presto che l’Anti World Tour non si basa sui grandi successi. Dei 14 brani finiti al numero uno della classifica americana, una cifra che la posiziona davanti a Michael Jackson (13), dietro solo a Mariah Carey (18) e Beatles (20), Rihanna ne canta meno della metà. E in fin dei conti non si basa nemmeno sulle provocazioni: in altri tour la pop star ha usato decisamente di più l’arma della sessualità, fra masturbazioni mimate e strusciate intime sui corpi di fan fatti accomodare sul palco. Stasera si procede per sezioni tematiche, cambi d’abito, pezzi tagliati – persino “Umbrella” è eseguita in versione corta. “Work” è il culmine della sezione caraibica, “Where have you been” è al centro di quella dance, “Diamonds” e “Love on the Brain” sono lì per dimostrare che Rihanna è anche una cantante. Le parti vocali contano spesso sulla rete di salvataggio di cori e canti preregistrati, cosicché la pop star può anche allontanare il microfono della bocca e il canto prosegue. Ringrazia il pubblico per avere sfidato «the most fucked up weather», ma appare sempre molto controllata e lo show nel suo complesso trasmette una sensazione di freddezza e distanza. È tutto tranne che generoso.

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La figura di Rihanna non si esaurisce nella musica e l’Anti World Tour lo mostra chiaramente. Il concerto non rivela interamente la personalità dell’artista, non come lo può fare la somma di canzoni, video, account Instagram, interviste, servizi fotografici, linee di moda. La musica celebra l’eclettismo incasinato di Anti saltando con uno zapping nervoso da un pezzo all’altro, ma al posto di mostrare i motivi della sua statura d’artista pop, Rihanna confeziona uno show professionale, col pilota automatico, freddo come lo può essere una sfilata di moda. Esprime un po’ di pathos solo nelle due canzoni finali “Diamonds”, con cascate di schiuma che scendono sul palco, e soprattutto “Love on the brain”, con centinaia di palloncini rossi agitati dai fan e illuminati dalle luci dei telefonini.

Rihanna saluta visibilmente felice sulla coda strumentale di “Love on the brain” e se ne va dopo appena un’ora e un quarto – decisamente poco per gli standard odierni e per l’attesa che circonda i concerti a San Siro. Il pubblico resta qualche minuto nell’inutile attesa di un bis ed effettivamente, rispetto ad altre date del tour, mancano nel finale “FourFiveSeconds” e “Kiss it better”. La decisione di chiudere la serata con la sua migliore prova canora, quella in cui è più impegnata e fragile, dimostra che Rihanna vuole legittimarsi come vocalist e non solo come celebrità. Non ci riuscirà finché si limiterà a concepire i concerti come un’ostensione del suo corpo.

(Claudio Todesco)

 

SET LIST

“Stay”

“Love the Way You Lie (Part II)”

“Woo” / “Sex with Me”

“Birthday Cake”

 “Pour It Up”

“Numb”

“Bitch Better Have My Money”

 “Consideration”

“Live Your Life” / “Run This Town” / “All of the Lights”

“Umbrella”

“Desperado”

“Man Down”

“Rude Boy”

“Work”

“Take Care”

“We Found Love” / “How Deep Is Your Love”

“Where Have You Been”

“Needed Me”

“Same Ol’ Mistakes”

“Diamonds”

“Love on the Brain”

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