Alan Walker, chi è il norvegese senza volto che fa ballare l’Europa – INTERVISTA

Alan Walker, chi è il norvegese senza volto che fa ballare l’Europa – INTERVISTA

Magari non sapete che faccia ha, ma è possibile che abbiate sentito il suo successo più grande. Lui è Alan Walker, norvegese, classe 1997. Il pezzo è “Faded”, che presenterà domani ai Wind Music Awards e che sta facendo grandi numeri. La contabilità è in continuo aggiornamento: numero 1 della classifica FIMI/GfK dei brani più venduti per 7 settimane consecutive; numero 1 Spotify in 19 Paesi fra cui l’Italia; numero 1 della classifica global di Shazam; 364 milioni di visualizzazioni su YouTube. “Non me l’aspettavo proprio”, dice il produttore norvegese con l’aria del ragazzetto appena uscito di scuola. Lo è, letteralmente: travolto dal successo di “Faded”, all’inizio del 2016 Walker ha lasciato anzitempo la scuola superiore che stava frequentando. Ora gira il mondo per promuovere la sua ode elettronica alla ricerca delle cose perdute. Le interviste le fa a viso scoperto, ma nei videoclip appare con il cappuccio della felpa che ne mette in ombra i lineamenti delicati.

La madre è norvegese, il padre inglese, da cui il cognome Walker. Quando lui ha 2 anni, i genitori si trasferiscono dall’Inghilterra alla Norvegia e così Alan cresce a Bergen, perla della Lega Anseatica dove i turisti delle navi da crociera che solcano i fiordi sbarcano, visitano l’antico quartiere di Bryggen e il mercato del pesce, e poi ripartono. “Non ho alcun background musicale”, ammette Walker. “Ho anche preso lezioni di piano da bambino, ma senza andare da nessuna parte. Sono un autodidatta che ha imparato a scrivere musica al computer seguendo le dritte degli amici e dei tutorial”. Usando un laptop e la digital audio workstation FruityLoops (oggi FL Studio), Walker comincia a mettere assieme pezzi strumentali dall’età di 14 anni e pubblica le prime tracce tramite un’etichetta inglese chiamata No Copyright Sounds che permette a chiunque di usare liberamente e gratuitamente i brani citandone la fonte. “Facevo musica per divertimento, non m’interessava certo farci dei soldi. È stato un gran bel trampolino di lancio”.

I primi pezzi che assembla sono strumentali, alcuni raccolti nell’“Alan Walker Mix 2016” che ancora si trova su YouTube. Uno di essi intitolato “Fade” viene rimaneggiato, trasformato in una canzone con un testo cantato dalla norvegese Iselin Solheim e lanciato sul mercato dalla Sony, con risultati strepitosi. “Non sapevo chi fosse Iselin, l’ho incontrata in sala d’incisione. E davvero non so perché abbiamo deciso di inserire una traccia vocale. Di certo non è stata una cattiva idea”, dice con grande aplomb. Arrivano i remix, fra quelli quello di Tiësto, “il mio preferito in assoluto”, e la versione orchestrale “Faded (Restrung)” accompagnata da un video girato all’interno del reattore nucleare R1 che si trova a Stoccolma. “Il motivo di tanto successo? Forse l’emozione trasmessa dalla melodia. Mi aspettavo un qualche tipo di reazione positiva, ma in fondo stiamo parlando di un pezzo nato come evoluzione di ‘Fade’, che fino a quel momento era stato visualizzato da poche persone”. Sull’onda del successo di “Faded”, ora “Fade” conta 123 milioni di views.

Walker, attualmente impegnato in tour, ha pubblicato da pochi giorni il secondo singolo per la Sony intitolato “Sing me to sleep”, che descrive come “una canzone interpretata da Iselin che vuole riprendere il medesimo spirito di ‘Faded’”. Non ha progetti per un album intero, o se li ha non li racconta. “Continuo a produrre musica che definirei astratta nel senso che non mi metto al computer con un sentimento in testa, metto giù un’idea base e lascio libera la creatività. Prima o poi arriverà anche un singolo solo strumentale, sono partito da lì e lì voglio tornare. Ho sempre amato le colonne sonore, e perciò mi sono messo a fare EDM, ma con un’idea di fornire dei paesaggi sonori influenzati dalle soundtrack di film e videogame. Mi interessa creare musica che faccia sentire bene. Ecco cosa manca alla EDM oggi: emozioni e melodie dallo spirito positivo”. E il cappuccio sempre calato in testa? “Non è che non voglia farmi riconoscere dalla gente, ma è diventato il mio marchio distintivo. È il mio stile. La gente non mi vede in faccia e… mi riconosce. Non è cool?”.

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