“Una volta i discografici giravano per i locali e stanavano grandi talenti”, scrive il lettore Luciano Di Michele. Ma non è vero...

“Una volta i discografici giravano per i locali e stanavano grandi talenti”, scrive il lettore Luciano Di Michele. Ma non è vero...

Commentando questo mio articolo, un lettore (Luciano Di Michele) ha scritto su Facebook:

“Una volta i discografici giravano per i locali e stanavano grandi talenti, ora non ci vanno più in primis perché si trovano davanti le cover di Zarrillo! Vi piace questo? Vi piace che i nuovi talenti escano dai talent musicali belli e preconfezionati? Ma su dai...”.

Ora, una risposta a Luciano la devo – ed è no. No, Luciano, non mi piace “che i nuovi talenti escano dai talent musicali belli e preconfezionati”. Ma io, e Rockol con me, non siamo l’industria musicale e nemmeno siamo il pubblico: all’industria piace, perché producendo un ragazzo o una ragazza usciti da un talent si risparmia tanto lavoro e si trova per le mani un personaggio già popolare grazie ai passaggi televisivi; ed evidentemente piace anche al pubblico, che altrimenti non guarderebbe i talent in televisione e non ascolterebbe le canzoni di quelli che escono dai talent. A me e a Rockol piacerebbe che le cose andassero anche in un altro modo, che ci fossero anche altre possibilità per chi vuole farsi strada nella musica; ma un giornalista e un giornale descrivono i fatti, non hanno il compito o la missione di cambiarli.

Però a Luciano devo anche dire che dalla sua foto su Facebook non lo facevo così vecchio da ricordarsi che “una volta i discografici giravano per i locali e stanavano grandi talenti”. Questo succedeva nei lontanissimi anni Sessanta, e anche allora non erano tanto i discografici che giravano per locali, ma erano i cosiddetti talent scout, che poi portavano le loro scoperte ai discografici. La figura un po’ romantica del talent scout è del tutto estinta, e la ragione è semplicissima: non è più un’attività redditizia.

Il talent scout riceveva una percentuale dei guadagni dell’artista da lui scoperto, e quando un artista aveva successo e guadagnava vendendo dischi il talent scout intascava una soddisfacente percentuale da quelle vendite, grazie a quanto stabilito da un contratto di management. Guadagnava abbastanza da potersi permettere di interessarsi di una dozzina di giovani promettenti ogni anno, e di dedicare loro il tempo necessario, sapendo che se uno di quelli fosse riuscito ad avere successo l’avrebbe ripagato del tempo speso inutilmente e senza ritorni economici per gli altri nove.

Poi i dischi hanno cominciato a vendersi sempre di meno, i guadagni a diminuire sempre di più, e oggi nessuno che non sia pazzo o già ricco di suo, o estremamente e gratuitamente generoso del suo tempo e del suo impegno, può pensare di dedicarsi al mestiere di talent scout.

Le case discografiche, di scouting (cioè di ricerca di talenti) non ne hanno mai fatto, o quasi mai. C’è stato, è vero, qualche direttore artistico, fino agli anni Settanta (e io li ho conosciuti), che ancora aveva un po’ di curiosità e frequentava personalmente i locali. Quando quei pochi della vecchia guardia sono andati in pensione, sono stati rimpiazzati da gente troppo pigra e troppo mal pagata per aver voglia di spendere le sue serate in giro per locali per ragioni di lavoro. Da allora i discografici degli uffici artistici hanno cominciato a rimanere seduti nei loro uffici aspettando che il talento andasse lì a trovarli, magari sotto forma di musicassetta prima, di CD poi, di file MP3 adesso – o meglio ancora di video su YouTube.

Ma lo sappiamo che comunque le musicassette, i CD e gli MP3 che vengono loro spediti i discografici dei reparti A&R (artisti e repertorio) non li ascoltano, quindi è inutile spedirglieli, e che al massimo si fanno segnalare da YouTube quali sono i video che stanno suscitando qualche curiosità.

Quel che è cambiato, anche, è che una volta una casa discografica che si fosse trovata per le mani un artista giovane e promettente aveva la capacità economica di dargli il tempo di  crescere, gli faceva registrare e pubblicare due, tre album, gli dava la possibilità di migliorare e trovare la propria cifra espressiva. Adesso, e sempre per ragioni di soldi che mancano – perché di soldi con i dischi non se ne fanno più: e le case discografiche producono e distribuiscono dischi – se un cantante non azzecca il successo al primo singolo, al massimo al secondo, è bruciato, cancellato, eliminato. Anche perché dietro di lui ce ne sono migliaia di altri pronti a provarci alle stesse condizioni.

Il fatto vero, Luciano, è che “una volta” il filtro c’era, ed era a maglie molto più fitte. “Una volta” un giovane cantante doveva farsi strada sgomitando, partecipando a decine di concorsi, cercando di farsi ascoltare da qualcuno che si convincesse delle sue capacità. E quelli che ce la facevano, a superare il filtro, erano relativamente pochi. E quei pochi arrivavano a registrare il tanto atteso primo disco.

Adesso chiunque, con un computer e una scheda audio, pensa di essere in grado di registrare canzoni. E siccome è in grado di registrarle, pensa di avere in mano delle canzoni belle e finite, pronte ad andare su un disco. E le mette in circolazione come se fossero il frutto di una selezione: cosa che non sono, perché nessuno più si sottopone a un giudizio serio e severo prima di cominciare a considerarsi un artista. Sicché le case discografiche, i produttori, gli organizzatori di concorsi e i gestori dei locali sono sommersi di una quantità enorme di merce scadente, sotto forma di CD o di MP3 o di video du YouTube. E può anche darsi che dentro una tonnellata di merce scadente ci sia un grammo di talento, ma è diventato troppo difficile, troppo lungo e troppo faticoso (quindi troppo costoso) fare la selezione. Che infatti è affidata ai talent show: i quali però non cercano buona musica, ma personaggi che funzionino in televisione. Il che troppo spesso vuol dire casi umani, gente che può raccontare storie (vere o inventate) lacrimose o bizzarre, orfani vedove transessuali immigrati ex drogati ragazze irrimediabilmente sovrappeso che strillano come aquile perché qualche insegnante di canto senza scrupoli si è fatta pagare decine di lezioni per insegnare loro a imitare Céline Dion o Adele o Susan Boyle (e anche quella delle scuole di canto in Italia è una faccenda alla quale bisognerebbe dedicare qualche parola critica...).

Insomma, Luciano, dammi retta: non è colpa delle cover band, e dei locali che le fanno suonare, se non ci sono talenti originali. Il successo delle cover band, semmai, è la conseguenza di tanti altri fattori concomitanti; ed è per questo che ho scritto che è stupido criticarle e prendersela con loro, che fanno il loro lavoro e soddisfano legittimamente e spesso decorosamente la richiesta di un certo tipo di pubblico. Se non c’è un altro tipo di pubblico, è colpa della gente – ma anche i giovani aspiranti artisti hanno le loro colpe. Quali sono, secondo me, queste colpe ve lo spiegherò una prossima volta.

Franco Zanetti

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