Sophia, il viaggio senza meta di Robin Proper-Sheppard - INTERVISTA

Sophia, il viaggio senza meta di Robin Proper-Sheppard - INTERVISTA

Robin Proper-Sheppard si alza, mi stringe la mano e chiede del tempo prima di iniziare l'intervista. Si risiede, mette le mani sulla tastiera del MacBook e risponde alle e-mail che ha ricevuto da quando è stata diffusa la notizia dell'attacco terroristico a Bruxelles. Il leader dei Sophia vive fra Londra e la capitale belga, non lontano da Molenbeek. "Heartbreaking", sussurra e intanto risponde a chi gli domanda dov'è, come sta, se è tutto ok. Scopro che lui, americano trasferitosi a Londra un quarto di secolo fa, non ha mai preso la cittadinanza inglese e da allora vaga per l'Europa. E del resto lo sradicamento, la lontananza, la mancanza di un baricentro e il senso di caducità delle cose sono temi centrali dell'album dei Sophia che uscirà il 15 aprile, "As we make our way (Unknown harbours)". È un disco di luoghi e di sentimenti espressi con la consueta misura, con il passo lento e malinconico che caratterizza la musica dei Sophia.

Robin Proper-Sheppard si è trasferito a Londra all'incirca venticinque anni fa. Lì, in piena sbornia alternative rock, ha posto le basi per l'attività dei God Machine per poi cambiare radicalmente stile e inventarsi il progetto Sophia. Era il 1996 e la risposta alle atmosfere malinconiche dell'album "Fixed water" fu sorprendente. "E io che pensavo fosse troppo soft", racconta. "Sarei tornato in California e invece il primo album dei Sophia ha venduto per la mia piccola etichetta più dei due dischi dei God Machine messi assieme, che pure erano usciti per la PolyGram". E così è restato in Europa, ma non avendo la cittadinanza inglese chiede permessi di lavoro, spesso della durata di soli sei mesi. Avrebbe potuto risolvere il problema sposando la madre di sua figlia. "Ma il matrimonio per me è una cosa importante e non ho voluto farlo solo per risolvere i miei guai con i visti. Quando è finita la nostra relazione, dopo otto o nove anni, mi sono accorto di avere perso un'occasione. Ah, maledetto, romantico Robin".

Il che ci porta a Bruxelles. Alla fine del 2011 Proper-Sheppard si è esibito a un festival tedesco con una sezione d'archi. Stava rientrando in Inghilterra quando è stato fermato alla frontiera. "Ero in Europa da una settimana, ma sul mio passaporto c'era un timbro fatto a Zurigo un anno prima. Mi è stato detto che ero in Europa illegalmente e che non avevo diritto a rientrare nel Regno Unito. Mi hanno ammanettato e arrestato, mi hanno preso le impronte digitali e mi hanno dato un foglio di via. Dovevo lasciare l'Europa entro una settimana. Ho protestato: dove posso andare? Dov'è casa mia? Non gli Stati Uniti, che ho lasciato una ventina d'anni fa. Non è un nostro problema, m'hanno risposto. Ed eccomi allora tornare in California per la prima volta da quando è morta mia madre, una quindicina d'anni fa. È stato traumatico. Ed è così che è nata 'California', una canzone su un posto che non sento più mio, un luogo dove senti forte e opprimente l'idea del sogno di fare soldi. Non c'è niente da fare, sono diventato europeo". Alla fine, Proper-Sheppard ha chiesto la residenza in Belgio, un posto che già frequentava e che la figlia diciannovenne avrebbe potuto raggiungere in un paio d'ore.

Questo senso di precarietà e transitorietà è finito nelle canzoni di "As we make our way (Unknown harbours)" e in particolare in "The drifter", il girovago, che ritrae l'esistenza randagia di Proper-Sheppard attraverso una versione "countryficata" dei Cure - la definizione è sua. "C'è questo senso di caducità nel disco, vero? C'è la mancanza di un posto da chiamare casa e non è solo un fatto fisico, geografico. Questo senso di precarietà l'ho sperimentato anche nelle relazioni. Non mi fermerò da qualche parte solo perché sento il bisogno di avere una casa e non mi legherò a una donna solo perché ho bisogno d'amore. Continuerà il mio viaggio finché non avrò trovato il posto giusto. Però questo è anche il primo disco in cui non parlo solo di me stesso e del mio cuore infranto. Ecco perché ho cambiato il titolo da 'As I make my way' in 'As we make our way', c'è un passaggio dall'io al noi". In quel noi c'è la figlia cui è dedicata "Baby, hold on" in cui si citano Milano e Monterosso, nelle Cinque Terre liguri, "il ricordo di una vacanza estiva fatta assieme quando lei aveva 10 anni, uno dei momenti più belli della mia vita. E se c'è una cosa di cui sono orgoglioso è che le mie piccole, tristi canzoni mi hanno permesso di crescerla e mandarla a scuola".

Robin Proper-Sheppard esprime entusiasmo e vitalità quando parla. Non è la persona che uno s'aspetta ascoltando i dischi dei Sophia. "Non me lo so spiegare. Quando comincio a suonare, anche nella giornata più allegra, anche in quella in cui ho ricevuto un'ottima notizia o conosciuto una ragazza fantastica, esce fuori immancabilmente la mia parte più cupa ed emotiva. Forse è il modo in cui guardo la vita". In "As we make our way (Unknown harbours)" questa idea di musica è tradotta in suoni elettro-acustici misurati, arpeggi ripetuti su cui s'appoggiano poche note, gli stessi accordi suonati su corde diverse di due chitarre, tracce di pianoforte verticale preparato sovrapposte. Sono canzoni che crescono lentamente, anche quelle più intense ed elettriche, anche quelle caratterizzate da suoni di sintetizzatore. "Una delle mie etichette, non dirò quale, mi ha chiesto di spostare il pezzo strumentale 'Unknown harbours' dall'inizio alla fine del disco. Robin, m'hanno detto, la gente su Spotify ascolta solo 30 secondi e se non trova subito un pezzo forte passa a qualcosa d'altro. Fanculo, non mi farò influenzare dagli utenti di Spotify. Sono troppo old school per farlo. Conto sui fan hardcore, quelli che ascoltano i dischi dall'inizio alla fine. È per loro, è per rispettarli che non ho pubblicato un album per sette anni. Ho voluto aspettare di avere le canzoni giuste e non è stato mica facile perché quando non lavori non guadagni. Ho 46 anni, non ho una casa, non ho un'auto, non ho un cane. Non appartengo a nessuno, non appartengo a nessun posto. Ho solo la mia musica".

(Claudio Todesco)

 

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