Da riscoprire: la storia di “Prendere e lasciare” di Francesco De Gregori

Da riscoprire: la storia di “Prendere e lasciare” di Francesco De Gregori

Settembre 1996, un nuovo album di Francesco De Gregori è al numero uno in classifica davanti a “Dove c’è musica” di Eros Ramazzotti e a “Jagged little pill” di Alanis Morissette.

Vent’anni dopo “Bufalo Bill”, il cantautore romano rinnova il sound e conquista nuovi fan. L’album s’intitola “Prendere e lasciare” e segnala una volontà di cambiamento da parte del musicista romano che da tempo s’è lasciato alle spalle l’immagine sempre più vetusta del cantautore che s’accompagna solo con la chitarra per avvicinarsi speditamente a un sound pop-rock internazionale. Nel farlo, trova un complice nel produttore Corrado Rustici, che ha conosciuto tramite Zucchero. Pubblicato il 29 agosto, l’album rimette De Gregori al centro del dibattito pubblico dopo quattro anni di silenzio discografico. “È un disco in prima persona”, confessa l’artista al Corriere della Sera. “Io ci sto dentro. Biografico. Parla di me, di quello che mi è successo, di quello che ho visto”.

Per incidere “Prendere e lasciare” De Gregori vola negli Stati Uniti da Rustici che ha un’aura pop e internazionale avendo lavorato con Whitney Houston, Narada Michael Walden, Aretha Franklin, Herbie Hancock. Negli studi Fantasy di Berkeley, vicino a San Francisco, trova musicisti per lo più americani: il tastierista David Sancious, il chitarrista dobro e pedal steel Bruce Kaphan, il bassista Benny Rietveld proveniente dalla band di Carlos Santana, il batterista Steve Smith, oltre allo stesso Rustici che suona chitarre e tastiere, arrangia le canzoni, lavora meticolosamente su ogni singolo suono. È il segnale di un’attenzione sempre maggiore alla veste musicale delle canzoni da parte di De Gregori che a TV Sorrisi e Canzoni racconta quei giorni d’estate del ’96: “Prendevo la macchina e me ne andavo in giro. Una volta stetti fuori tre giorni, arrivai fino a Lake Tahoe nel Nevada, dove passai un paio di giorni a guardare quelli che giocavano al casinò. Quando rientravo trovavo sempre la stessa situazione, Rustici con le mani nei capelli a inseguire il suo suono, i musicisti a spasso per lo studio, il tastierista Dave Sancious che prendeva un caffè dopo l’altro. Mi tornava in mente la lavorazione di Mira mare, l’implacabile perfezionismo di Fio Zanotti”.

Il risultato è un disco che sfida le aspettative dei fan più conservatori. “Su certe canzoni” dice De Gregori “ci sono delle invenzioni ritmiche e sonore a cui non avrei mai pensato. ‘L’agnello di Dio’, per dirne una, o ‘Un guanto’. Ho dei debiti con Rustici, che però non ha fatto il sarto, non ha dato una mano di vernice per farle scintillare di più. È entrato dentro le canzoni senza togliere niente”. Il brano scelto per lanciare il disco è proprio “L’agnello di Dio”, dal ritmo serrato, l’arrangiamento moderno e il testo controverso, pieno zeppo di immagini che disturbano certi commentatori cattolici. Accompagnata da un video girato fra gli scenari desolanti del film di Gabriele Salvatores “Nirvana”, la canzone giustappone l’immagine dell’agnello di Dio a scene di degrado, prostituzione, spaccio, guerra. L’Osservatore Romano annota che “sembra quasi che basti parlare di Dio e di fede religiosa, qualunque sia, per accedere ai primi posti delle classifiche di vendita”. L’autore si difende dicendo che “Gesù non patì in compagnia di sant’uomini ma di due ladroni che portò con sé in Paradiso”. Finisce per confrontarsi in tv con il cardinale Ersilio Tonini, di fronte alle telecamere del Roxy Bar di Red Ronnie. L’incontro termina con un abbraccio e con l’alto prelato che ringrazia Dio “per avere fatto uno come te”. Il mensile d’area cattolica Letture scrive che la canzone rappresenta “l’espressione più cruda e rabbiosa di un ansioso interrogarsi sul mistero del male”.


Un’altra disavventura aspetta De Gregori.

“Prendere e lasciare” contiene una canzone intitolata “Prendi questa mano, zingara”, un omaggio alla canzone portata al successo nel 1969 da Iva Zanicchi e Bobby Solo. Nel 1997 gli autori del brano Luigi Albertelli ed Enrico Riccardi accusano De Gregori di plagio. Un giudice romano emette un’ordinanza cautelare che gli impedisce di cantare la canzone e impone alla Sony Music la ristampa dell’album senza la traccia incriminata. La prima sezione civile del Tribunale di Roma dà ragione a De Gregori, i cui legali portano perizie per così dire d’autore di Fabrizio De André, Beniamino Placido, Maurizio Costanzo, Gianni Spallone. “L’utilizzazione di due versi non costituisce un plagio”, si legge nella sentenza, “ma rappresenta la citazione di una parte di una famosa opera dell’ingegno che va valutata come manifestazione della notorietà raggiunta dall’opera dalla quale è tratta”.



Nel 2002 il colpo di scena: il tribunale di Roma impone il risarcimento dei danni morali ad Albertelli e Riccardi. Il cantautore si dice sconcertato e dichiara al Corriere della Sera che si tratta di “una decisione incredibile contro la quale presenterò immediatamente appello anche nell’interesse di tutti coloro che scrivono canzoni al giorno d’oggi”. Zanicchi si dice incredula e afferma che “essere citata da De Gregori è il più grande onore che possa capitare a un cantante o a un autore”. L’album torna nei negozi senza la canzone, con in copertina un bollino che recita: “Non contiene ‘Prendi questa mano, zingara’ per sentenza del Tribunale di Roma n. 22118/2002 pubblicata il 31/05/2002”. La sentenza è ribaltata in appello nel 2007. Il parere definitivo della Cassazione arriva solo nel febbraio 2015: non si tratta di plagio.

Polemiche a parte, l’album fotografa De Gregori alla ricerca di una nuova dimensione, sempre capace di raffinatezze come la storia agrodolce dei “Compagni di viaggio”, la cartolina “Baci da Pompei”, addolcita dal dobro di Kaphan, e “Un guanto”.

Quest’ultima è ispirata a dieci tavole, poi trasformate in acqueforti, realizzate a fine Ottocento dal pittore tedesco Max Klinger. Messe in fila, raccontano una storia che prende il via dall’immagine di un uomo si piega a raccogliere un guanto, simbolo di femminilità, smarrito da una donna su una pista di pattinaggio. Lo stesso De Gregori confessa la somiglianza dell’arpeggio dell’introduzione a “With every wish” di Bruce Springsteen: “Non è colpa mia, fu Rustici a mettercela, senza che lo sapessi. Me ne accorsi solo quando uscì il disco e qualcuno me lo fece notare, ma a quel punto non si poteva più rimediare. Quando faccio ‘Un guanto’ dal vivo mi tengo alla larga da quell’introduzione non proprio originale”. De Gregori la riprenderà in mano nel progetto del 2014 “VivaVoce”.



In un disco che ne ridisegna il profilo in chiave pop-rock, De Gregori lascia qua e là forti segni folk. In “Fine di un killer”, pezzo autografo composto ricalcando gli stilemi della canzone popolare, si ascolta l’organetto di Ambrogio Sparagna, uno dei primi frutti di una collaborazione che proseguirà per vent’anni. E poi De Gregori, romano, pesca nel repertorio popolare friulano e adatta in italiano il canto corale “Stelutis alpinis” che i genitori gli facevano intonare durante le gite in montagna, la preghiera di un alpino morto durante la Prima guerra mondiale. Il titolo provvisorio dell’album è “Rosa rosae”, come la seconda canzone in scaletta. Le declinazioni latine fanno tornare in mente ricordi scolastici e De Gregori preferisce cambiarlo in “Prendere e lasciare”, dall’autobiografica “Battere e levare” che chiude l’album. E quando parte in tournée, porta con sé una band quasi interamente rinnovata che affinerà via via facendo dell’attività dal vivo uno dei capisaldi della sua attività.

 

“Prendere e lasciare” di Francesco De Gregori è disponibile su Legacy Recordings. è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani.
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