David Bowie: Ivan Cattaneo lo ricorda per Rockol

David Bowie: Ivan Cattaneo lo ricorda per Rockol

La cosa da dire è che io sono scioccato. Stamattina, alle 7.30, mi ha chiamato il direttore del suo fan club. Mi ha detto: 'Ivan, è morto Bowie'. Sono rimasto sconvolto, pensavo si trattasse di una bufala. Poi, però, ho acceso la televisione ed ho capito che era tutto vero. Bowie è morto e mi sembra tutto così allucinante.

Ho anche un po' di sensi di colpa: pochi giorni fa ho recensito per Rockol il suo nuovo album, "Blackstar" (Rockol avrà modo di farvi leggere il commento di Ivan Cattaneo all'ultimo capolavoro di Bowie nei prossimi giorni, ndr), e nella mia recensione ho parlato di musica paranoica, tetra, che nasconde qualcosa (anche nel modo di cantare, così monocorde...). Mi è sembrata la musica di un uomo turbato e pieno di pessimismo. Non capivo a cosa fosse riconducibile questo pessimismo e, sinceramente, pensavo fosse dovuto ai suoi vecchi problemi di salute. Non sapevo niente del tumore che si stava portando dietro da 18 mesi. Oggi, leggo "Blackstar" sotto tutta un'altra luce: quel disco è un testamento, un atto di morte. E' un disco funerario, un requiem: come Mozart scrisse il "Requiem" pensando al suo funerale, così Bowie ha deciso di fare con "Blackstar", che è un bellissimo monumento funerario. Bowie ha preparato tutto questo mesi e mesi fa: è tornato a lavorare con Tony Visconti, che lo aveva seguito nei suoi anni migliori, perché voleva chiudere il cerchio; ha licenziato i suoi musicisti per accogliere nella band dei turnisti. "Blackstar" è un requiem anche per quanto riguarda la lunghezza dei brani, quasi interminabili, pensati come inni che devono accompagnare il feretro. Ogni canzone del disco si presta ad una visione funeraria: Bowie, insomma, ha consegnato al mondo il suo testamento, il manoscritto della sua morte, e il mondo non lo sapeva. Ed è un disco spaventoso: quando ho visto per la prima volta il video di "Blackstar", ho avuto paura. Per non parlare del video di "Lazarus", con la personificazione del tumore e della morte che sbuca da sotto il letto e con Bowie che, nella scena finale, retrocede nell'armadio (una sorta di cassa da morto). Sono tutti i messaggi criptati che lui ha lanciato.

Bowie è riuscito a sorprenderci in maniera incredibile: questa sua morte è stata un'uscita di scena teatrale. Conoscendolo, e conoscendo la sua estetica e tutte le coincidenze (il suo compleanno, il disco, la morte), se era davvero malato, mi viene da pensare che abbia deciso di suicidarsi. E' tutto così artistico, plateale, teatrale. E penso che la famiglia abbia vissuto questa sua decisione, una sorta di eutanasia, con molto dolore: non a caso, so che faranno un funerale molto ristretto.

Tutti gli devono qualcosa, tutti abbiamo imparato da lui. E' stato il maestro del trasformismo. Senza di lui non ci sarebbero stati Michael Jackson, Madonna, Lady Gaga e tanti altri. Sono stati tutti a scuola da lui. Bowie ha insegnato a vestire la musica, a far sposare l'immagine con il rock. Per la musica, è stato un Picasso. Anzi, un Dalì! Era un artista a 360 gradi. Ha coniugato arte e musica, teatro e musica, poesia e musica. Ha unito i linguaggi, è stato il più grande. In ogni suo disco c'era un cambiamento non solo musicale, ma anche fisico ed estetico. Ci aveva abituato alla sua poliedricità. Un vero camaleonte. Era una star, una star aristocratica. E non a caso, si faceva chiamare il Duca Bianco...

(Ivan Cattaneo)

Dall'archivio di Rockol - La storia di "The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" di David Bowie
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