Bugo al Teatro Quirinetta di Roma: REPORT DEL CONCERTO

Bugo al Teatro Quirinetta di Roma: REPORT DEL CONCERTO

È trascorsa una settimana dagli attentati di Parigi, l’aria che si respira per le strade è tesa, i controlli continui e le psicosi da terrorismo sembrano fare continuamente capolino. Raggiungo a piedi il teatro Quirinetta, posizionato tra Fontana di Trevi e Palazzo Montecitorio, attraversando il centro di Roma. Considerando sia venerdì sera, di persone a spasso se ne incontrano poche. Arrivato all’ingresso trovo qualche addetto della sicurezza in più rispetto a quanto sia abituato a vedere in occasioni simili. A parte ciò, una volta entrato, l’ambiente ha una atmosfera decisamente accogliente. La sala è divisa in due spazi: una metà è dedicata a palco e platea, mentre l’altra, rialzata, ha il bancone del bar e qualche poltroncina. Per essere un concerto salta agli occhi la mancanza della postazione per la vendita dei dischi e del merchandising. Per essere un teatro emoziona vederlo con così tante anime al suo interno, tutte piuttosto giovani e apparentemente felici. L’età media è tra i 25 ed i 30 anni, con qualche eccezione sugli “anta”. Il palco ha come scenografia (da sinistra verso destra) una batteria, amplificatore e chitarra, tastiere, un altro amplificatore, basso e chitarra. Oltre alla strumentazione sono piazzate, tra uno strumento e l’altro, quattro enormi lettere: la O, la G, la U e la B.

Alle 22.40 sale sul palco la band di apertura. Le canzoni, la voce, il basso o la chitarra secondo necessità, sono di Paletti. Il genere sembra elettropop, e non poteva che essere molto vicino al suono attuale di Bugo. La risposta del pubblico in sala è positiva, la band piace. Le atmosfere sono interessanti ed armonicamente accattivanti.

Alle 23.00 esce il gruppo spalla, alle 23.20 si accende il sintetizzatore. Parte un riff, si alzano le luci e cominciano a lampeggiare le quattro lettere sul palco. Entra la band ed il batterista chiama il tempo. I musicisti attaccano e dopo poco fa la sua comparsa anche Cristian Bugatti, in arte Bugo, accompagnato da una sgargiante maglia dorata. Al basso o la chitarra secondo necessità, c’è Pietro Paletti, alla batteria Michele Marelli e alle tastiere Daniela Mornati. Il genere sembra elettropop, e non poteva che essere molto vicino al suono attuale di Paletti.

Bugo è carico, parte immediatamente spinto da un’energia positiva e coinvolgente. Lo spettacolo è garantito. Oltre a sonorità ballabili e assai godibili, il personaggio conserva e coltiva tratti riconducibili ai grandi musicisti italiani che riempivano gli spettacoli televisivi Rai a partire dagli anni Sessanta. Un’icona su tutte è quella di Adriano Celentano le cui movenze, e talvolta accenti, Bugo riprende in citazioni e proposte per un pubblico forse non così avvezzo alla materia. Il brano di apertura è Arrivano i nostri, estratto dall’EP omonimo pubblicato appena un mese fa e già cantato in sala. Un inno generazionale? Forse. Un richiamo all’ottimismo? Forse. Ciò che rende, però, l’altalenante escursione tra cinismo e positività di una generazione è il contrappunto creato con il brano successivo Io mi rompo i coglioni. Queste due canzoni accostate, in apertura del concerto, sono il geniale manifesto per chi è cresciuto tra disincanto e convinzione di avere dei superpoteri. In molti si chiederanno come sia possibile, mentre tutti gli altri non si porranno il problema almeno finché non ci sia un malvagio da affrontare. I suoni rimandano ai fluorescenti anni Ottanta, con largo uso di sequenze e sintetizzatori, e gli arrangiamenti sembrano funzionare al meglio tanto sui nuovi che sui vecchi brani. Gettando uno sguardo attorno, in pochi riescono a restare fermi. Oltre alla musicalità adatta, bisogna sottolineare le capacità istrioniche del cantante. Con un’impronta personale, a tratti nevrotica, ed un timbro vocale aspro, è riuscito nel creare una figura perfettamente riconoscibile. Il che non significa sia possibile descriverla. In molti hanno provato a fermare con parole o accostamenti ciò che Bugo rappresenta, ma credo che nessuno abbia ancora focalizzato la maniera giusta. Probabilmente, perché in continuo divenire, non è il grottesco, l’ironico, il romantico, o il drammatico, non è niente di tutto ciò, quello con cui lo si possa identificare. Il segreto di un successo che dura da tanti anni, forse, è da ricercare nella capacità di musicare e teatralizzare se stessi, con i limiti e le follie che ogni individuo porta in sé. Come spiegare altrimenti il momento del botta e risposta in cui Bugo canta: “messo un piede, un”, ed il pubblico urlante che risponde: “piede sulla merda” nella canzone Piede sulla merda? Oltre al gioco, al turpiloquio, c’è una connessione con il dramma provocato da una situazione simile, una condivisione per esorcizzarne la disfatta. O ancora, come spiegare se non nel profondo carattere dell’essere umani, la capacità di eseguire consecutivamente due brani piano e voce con la medesima meravigliosa intensità? Il primo, Comunque io voglio te, è una tra le migliori dichiarazioni d’amore che si possano fare, mentre il secondo, Spermatozoi, magari non è tra le migliori che si possano ricevere. Eppure parevano perfettamente connesse l’una con l’altra.

In sintesi, ciò che è arrivato chiaramente da questa serata è come il pubblico fosse totalmente divertito e trascinato dallo spettacolo allestito. Uno spettacolo preparato con molta attenzione, fatto da momenti in cui ballare, in cui ridere, in cui soffrire, elettrici, elettronici ed acustici. Pur con la sua originalità, tutto quello che è scaturito dal personaggio sul palco è sembrato provenire dalla persona. Questa è una sensazione che fa sempre la differenza, e che da sempre il pubblico continua a premiare.

(Giorgio Collini)

Setlist:

Arrivano i nostri
Io mi rompo i coglioni
Il sintetizzatore
GGEELL
Nei tuoi sogni
I miei occhi vedono
Love boat
Sei la donna
Che diritti ho su di te
La salita
Casalingo

Comunque io voglio te
Spermatozoi

Cosa fai stasera
Piede sulla merda

Vado ma non so
Cosa ne pensi Sergio?
Nel giro giusto
C’è crisi

Dall'archivio di Rockol - Sanremo 2020, Bugo: “Ho lavorato per arrivare al Festival”
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