Kurt Vile presenta "B'lieve I'm goin down": "Suonare musica è come perdersi in un sogno"

Kurt Vile presenta "B'lieve I'm goin down": "Suonare musica è come perdersi in un sogno"

Capello lungo e incolto, sguardo quasi sempre basso sotto la folta chioma, jeans strappato: a tratti Kurt Vile sembra uscito la controfigura di Matt Dillon in  “Singles”. Ma il cantautore americano è di tutt’altra epoca e tutt’altra provenienza: altro che Seattle e anni ’90. Vile, originario di Philadelphia, è uno dei simboli del rock indipendente degli anni zero. Anzi, degli ultimi anni: è sulle scene da quasi un decennio, sia nei War On Drugs del suo amico fraterno Adam Granduciel - da cui è formalmente uscito dopo il primo allbum - sia da solista. Ma è solo da “Smoke ring for my halo”, quarto album del 2011, che il suo nome è uscito dai soliti giri.

Di persona è rilassato come la sua musica - la settimana scorsa è passato per presentare in “Italia” con un piccolo concerto il nuovo “B’lieve I’m going down”, in uscita la prossima settimana. Quasi dimesso, verrebbe da dire: “Non so se il titolo rappresenta la musica dell’album, ma visto che l’ho scelto forse deve essere così”, quasi si schernisce. “E’ un’espressione che a sicuramente un qualcosa di malinconico, questo sì. Mi piace che abbia un suono blues, e mi piace che la canzone dallo stesso titolo sia solo una bonus track della versione digitale”. Il titolo - ed un’intervista concessa a Rolling Stone in cui usava la parola “dark”, hanno fatto pensare che Vile fosse passato ad un suono diverso. “Credo che ‘dark' sia una parola grossa, troppo associata a ‘goth’ - ride. “Quando ho dato quell’intervista non avevo ancora canzoni come “Pretty pimpin’, e quel termine è rimasto nell’aria”.

L’album restituisce tutti i motivi per cui Kurt Vile è uno dei nomi più interessanti in circolazione nel rock: scrive belle canzoni, le arrangia bene (a questo giro anche con piano e strumenti acustici, non solo chitarre elettriche), e gioca con le strutture, quasi improvvisando, con quelle che si potrebbero definire “jam” - se questo termine non richiamasse band che si rifanno a tutt’altra tradizione: “In generale mi piace fare usare e ripetere accordi e riff, improvvisarci: farlo con gli strumenti acustici, come in questo album non cambia molto. Puoi comunque divertirti, perdersi: è quasi una droga. Pensa a Neil Young, a come si lascia andare quando suona.… E’ come stare in un sogno, non lo fai perché è figo farlo, lo fai per stai bene a farlo, e perché suona bene”, spiega. E “B’lieve I’m goin down” è un disco che suona davvero bene, questo è poco ma sicuro.

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