Verdena, esce il secondo volume di "Endkadenz": l'ascolto di Rockol

Verdena, esce il secondo volume di "Endkadenz": l'ascolto di Rockol

I Verdena l’hanno detto fin dal principio: “Endkadenz” è un album solo, diviso in due per non saturare il mercato, per non intimorire il pubblico che ancora compra dischi, perché la Universal ha detto di scordarsi di pubblicare un doppio nel 2015, con la crisi che c’è. Perciò, quando s’è trattato di consegnare l’album, il trio ha diviso in due gruppi le 26 canzoni che aveva per le mani distribuendo in ugual misura pezzi rock dritti e deragliamenti sonori, canzoni chitarristiche e cose pianistiche. E così il secondo volume, che arriva a sette mesi esatti dal primo, suona come un altro cantiere musicale aperto, una fantasmagoria messa in moto dall’istinto musicale di Roberta Sammarelli, Alberto e Luca Ferrari. Lo spirito è lo stesso di “Endkadenz Vol. 1”, e per forza, le session sono quelle. Dentro ci senti la voglia di jammare, di suonare dal vivo in studio, ma anche di arricchire le canzoni con timbri inusuali e tentare piccoli salti nel vuoto. La sua forza sta nel carattere multiforme, nella tensione che esprime, nella forza dei singoli episodi più che nella logica dell’insieme. La sua debolezza sta nella mancanza di pezzi melodicamente forti, di quelli che restano impressi nella memoria.

La prima cosa che colpisce sono i suoni volutamente slabbrati e fuzzy, la saturazione che qui come nel primo episodio i Verdena trasformano in una specie di linguaggio viscerale. Come se la forza della musica stentasse ad essere compressa nelle registrazioni. Persino la voce di Alberto Ferrari nel suo registro naturale suona lievemente distorta ed effettata. È facile farsi prendere dalla scansione meccanica di “Cannibale” abbinata ad armonie alla Radiohead, dall’apertura a effetto e dai passaggi classic rock di “Un blu sincero”, dal riffone possente modello Melvins di “Fuoco amico” e dall’intro pianistica di “Nera visione”. Poi vengono fuori le piccole stranezze: la tromba che chiude “Cannibale”; il modo in cui “Dymo” si rigenera di continuo e si spegne in una coda strumentale che sembra la rilettura eccentrica di una qualche colonna sonora anni ’60; la costruzione inusuale di “Fuoco amico II”; l’epica dark dello strumentale “Natale con Ozzy”, con cori funerei e suoni di batteria elettronica; le armonie sinistre del Mellotron usato in molti pezzi; i piccoli particolari che si rivelano con l’ascolto in cuffia, perché è così che l’album va sentito e dà il meglio. “Nera visione” inizia col suono lontano di una zampogna e prevede una kora. Altrove ci sono, ma non sempre sono perfettamente udibili, dulcimer, flauti, fisarmonica, organetto, Clavinet, Rhodes. Se nel primo volume Marco Fasolo dei Jennifer Gentle si occupava di “Nevischio”, qui produce “Identikit”, una ballata psichedelica che è fra le cose migliori di “Endkadenz” e dove si ascoltano vibrafono, glockenspiel, clavicembalo e un Hammond che rimanda a certe pagine della psichedelia dei tardi anni ‘60.

Nonostante i suoi limiti, fra cui l’uniformità melodica delle linee vocali, “Endkadenz Vol. 2” è un altro piccolo manifesto di libertà. Anche nei testi. Suggeriscono sentimenti che vanno dall’inquietudine alla frustrazione, dalla malinconia alla serenità, ma spesso è difficile dire di cosa parlino. Forse aveva ragione Manuel Agnelli degli Afterhours che ai tempi in cui scriveva versi incomprensibili usando la tecnica del cut-up andava dicendo che “se duemila persone li cantano in coro, allora vuol dire che ho ragione io”. Il significante oscura il significato, la voce agisce come strumento che non serve a dare senso alla musica e la pretesa di ascoltare testi importanti tipica del rock di casa nostra è bellamente ignorata. Di certo chi non apprezza i nonsense del trio troverà qui altri motivi per irritarsi o semplicemente per deriderlo – vedi i generatori automatici di testi dei Verdena.

Se “Funeralus” rappresentava un finale piuttosto cupo per il primo “Endkadenz”, “Waltz del bounty” chiude il volume 2 in un tono più rasserenante. Ma è pur vero che queste canzoni non sono radicalmente diverse da quelle di sette mesi fa. La sensazione è che il “Vol. 2” chiuda una fase, proprio come la cadenza finale porta una composizione alla sua conclusione naturale. In “Requiem”, “Wow” e nei due volumi di “Endkadenz” i Verdena hanno affinato la loro forma peculiare di artigianato rock psichedelico, prendendosi la libertà di incidere dischi densi e monumentali. Ora tocca reinventarsi. Di nuovo.
 

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