Da riscoprire: la storia di 'Let there be rock' degli AC/DC

Da riscoprire: la storia di 'Let there be rock' degli AC/DC

25 luglio 1977: esce l’edizione internazionale di “Let there be rock” su Atlantic Records – a quattro mesi (quasi) esatti dalla pubblicazione di quella australiana, su Albert. Una data di quelle da memorizzare come si fa studiando storia sui sussidiari, perché segna un punto di svolta tanto nella carriera degli AC/DC, quanto nel panorama del rock mondiale.

Per la band dei fratelli Young si tratta del quarto album e – contrariamente a quanto la logica commerciale potrebbe suggerire – la scelta è quella di indurire il sound (che già non era dei più patinati, ovviamente). Quindi la mossa, drastica e spiazzante, è quella di gettare alle ortiche o quasi il grosso delle suggestioni più swingate/boogie di “High voltage”, “TNT” e “Dirty deeds”, per una metamorfosi che renderà gli AC/DC una vera e propria guitar-band monolitica. Potenza, violenza, esuberanza e sudore divengono gli imperativi categorici.

E non sorprende che, di fronte a un prodotto simile, la Atlantic (ovvero l’etichetta che curava la band a livello internazionale), abbia subito manifestato grosse perplessità... come racconta Steve Leeds – che all’epoca curava la promozione per la label:

La musica degli AC/DC era difficile. Era la roba più bizzarra sulla piazza; la più strana nel panorama musicale. Non era paragonabile a niente altro. Era rock’n’roll rumoroso e fracassone. Era ridotto all’osso e la produzione molto basilare. Non era patinato. Era rude. [...] Bon praticamente ringhiava. Ed era zozzo. She’s got the jack [Ha la sifilide, in gergo - ndr]. He’s got big balls [Ha le palle grosse - ndr]. Era roba che non si adattava. Era atipica. [...]
Tutti i pezzi degli AC/DC avevano quel ritmo ripetitivo, hard rock, con Bon che ci urlava sopra. Era roba diversa, non era paragonabile a quello che c’era in giro all’epoca.

Ma ormai è fatta, per cui è meglio iniziare a ballare e reggere la parte a questi cinque australiani. La campagna pubblicitaria per promuovere “Let there be rock” viene costruita sul sound furioso del disco, e uno degli annunci più diffusi sulle riviste di musica mostra la copertina dell’album con una caricatura di Angus Young, accompagnata da una lunga lista di aggettivi per descrivere la musica:

ribelle, zozza, di cattivo gusto, volgare, deviata, putrida, rozza, alta, greve, nauseabonda, vile, abominevole, disgustosa, marcia, ripugnante, crassa, maleducata, bizzarra, lasciva, viscida, pervertita, deplorevole, schifosa, indecente, repellente, ributtante, rude, orribile, selvaggia, primitiva, primordiale, pornografica, lussuriosa e meravigliosa.

 


 

Parole forti, ma piuttosto precise per raccontare un album di rock davvero spigoloso e tagliente, infarcito di assolo roventi, che uniscono strafottente maleducazione da teppa indurita a una tecnica da virtuoso dello strumento. Da qui in poi, infatti, gli AC/DC potranno dire di avere completato la trasformazione, da ottima bar band che scarica fiumi di rock energico sugli ascoltatori, in vero colosso dell’heavy rock. E, a questo proposito, è impossibile non citare la title track, ossia il pezzo-manifesto del disco, che è anche manifesto della band – e di un certo modo, squisitamente messianico e quasi religioso, di concepire il Rock. Il testo è in pratica una parabola evangelica, il cui pezzo forte recita:

All’inizio, nel lontano 1955, l’uomo non sapeva nulla di spettacoli rock’n’roll e roba simile.
L’uomo bianco aveva il sentimentalismo, l’uomo nero aveva il blues.
E nessuno sapeva cosa sarebbe successo.
Ma Tschaikovsky aveva delle notizie da dare.
Disse: “Che sia suono!” – e suono fu.
“Che sia luce!” – e luce fu.
“Che sia batteria!” – e batteria fu.
“Che sia chitarra!” – e chitarra fu.
“Che sia rock!”

Questa è la genesi del rock raccontata nel Vangelo secondo Bon Scott e gli AC/DC, in quel momento, ne sono i predicatori più infervorati e ispirati, guidati da una specie di energia superiore, sovrannaturale, divina. E' l'inizio di un periodo di grazia che durerà almeno fino al 1981.

Ma “Let there be rock” segna anche altri passaggi importanti per la storia della band. Innanzitutto vede l’allontanamento dagli AC/DC del granitico bassista Mark Evans, che lascia il posto a Cliff Williams (da allora stabilmente in organico). Inoltre è il primo a mostrare al mondo quello che diverrà il logo ufficiale, universalmente noto del gruppo, ideato da un giovane illustratore di nome Gerard Huerta (che, incredibilmente, non detiene diritti sulla sua creazione!): ispirato al lettering che l’artista aveva già partorito per l’album dei Blue Öyster Cult “On your feet or on your knees”, è divenuto un vero e proprio marchio di fabbrica – anche se per il disco seguente la band ne utilizzò un altro, per poi tornare definitivamente a quello di Huerta.

Per finire, questo disco rappresenta il cavallo di Troia con cui gli AC/DC riescono finalmente a ottenere visibilità (e, dal lavoro seguente, successo) negli Stati Uniti: in pratica il proverbiale salto di qualità, l’innalzamento dell’asticella a un livello superiore. Grazie a una instancabile promozione e a una frenetica attività live, gli Young portano la propria creatura all’attenzione del grande pubblico rock made in USA, intimorendo addirittura veri e propri pilastri a stelle e strisce come i Lynyrd Skynyrd.

È per questo che, nonostante i dischi più famosi e venduti degli AC/DC siano altri, “Let there be rock” è universalmente amato e considerato di importanza capitale da tutti i fan del gruppo: è il punto di svolta, il momento in cui il gioco si fa (ancora) più duro... e in cui i duri fanno vedere di che pasta sono fatti. Pasta rock. Hard rock.

“Let there be rock” degli AC/DC è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani. 
La rubrica settimanale Legacypedia, poi, ti permette di esplorare a fondo album e brani che hanno fatto la storia della musica. Per rimanere sempre aggiornato, iscriviti alla newsletter.

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