Quando Lou Reed, all’inizio degli anni Settanta, lasciò New York per Londra, come primo album solista pubblicò, nel giugno del 1972 il folkeggiante “Lou Reed”; poi, venuto a contatto con David Bowie, allora sul punto di deflagrare con “Ziggy Stardust”, l'ex cantante dei Velvet Underground si lasciò convincere a farsi produrre da lui un secondo lavoro (l’incontro, per la storia, avvenne a New York; Bowie ricorda: “Restai stupefatto quando Lou accettò che io lavorassi con lui come produttore: ero terribilmente intimidito perché sapevo che grandi cose aveva fatto prima di allora”). Poi, in effetti, Bowie si fece abbondantemente aiutare nel compito da Mick Ronson - e fece bene.
“Transformer” è un album che polarizza le opinioni; non solo c’è chi lo ama molto e c’è chi lo snobba, ma c’è anche chi in merito al disco ha cambiato radicalmente parere, come “Rolling Stone”, il quindicinale statunitense. Nella prima, uscita nel gennaio 1973, pochi giorni dopo la pubblicazione del disco, Nick Tosches scrive: “Penso che l’album non esprima nemmeno lontanamente le potenzialità di Lou Reed, che dovrebbe mettere da parte questa roba pseudoartistica sull’omosessualità e cominciare a sputar fuori la sua visionarietà”. Nella seconda, uscita nel marzo 2002, Rob Sheffield scrive: “Un manifesto del glam, oltraggioso in ogni sua parte quanto lo è Lou Reed stesso; lui e Bowie non hanno più collaborato per nessun altro disco, ma ‘Transformer’ campeggia leggendario nelle carriere di entrambi”.
Dunque, nel giro di tre decenni “Rolling Stone” ha rivisto completamente il proprio parere sul disco.
Il cui brano-manifesto è “Walk on the wild side”, incontestabilmente una delle grandi canzoni del rock di sempre: con il suo titolo rubato a un racconto di Nelson Algren ambientato a New Orleans, con la riambientazione sui marciapiedi di New York e la sua sfilata di personaggi come figurine di un album-raccolta dedicato alla Factory di Andy Warhol - Holly Woodlawn, Jackie Curtis, Candy Darling, Sugarplum Fairy -, la canzone è esplicita e didascalica quanto “Trash”, il film-documentario di Paul Morrissey nel cui cast figurano tutti i citati e molti altri; per una dettagliata e sarcastica e spassionata descrizione più accurata dei personaggi (“Little Joe era un idiota!”) rimandiamo alla versione di “Walk on the wild side” pubblicata sul doppio live “Take no prisoners” - presa da uno dei quattro concerti del maggio 1978 al Bottom Line di New York, una sera in cui Reed era particolarmente di buonumore e aveva voglia di parlare.
Ovvio che la versione di riferimento resta quella di “Transformer”: con la chitarra acustica di Lou Reed, i coretti “du - du du - du du - du du du du”, la frase di sax di Ronnie Ross rubacchiata a “Mr. Big Stuff” di Jean Knight. E con il basso di Herbie Flowers; anzi, con “i” bassi: perché Herbie, che quell’ipnotica frase l’aveva suonata al contrabbasso acustico, suggerì di raddoppiarla col basso elettrico (mica per ragioni artistiche: voleva guadagnarsi la paga di un secondo turno di studio, 12 sterline - e non è una malignità: l’ha raccontato lui, nel documentario “Classic albums - Transformer”).
Ed è una grande canzone rock (soprattutto è grande l’arrangiamento, di Mick Ronson) anche “Vicious”, che apre la facciata A del disco, e che non sfigurerebbe in un disco dei Velvet Underground. Ed è una buona canzone “Satellite of love”, recuperata dal repertorio dei Velvet Underground e allora inedita nella versione originaria. Purtroppo “Perfect day”, ormai assurta a livelli di eccessiva popolarità (dopo la versione benefica “all-stars” della BBC, e dopo l’inserimento nella colonna sonora di “Trainspotting”), risulta oggi un poco snaturata nella sua languida perversione, che la pone nella vena romantico-decadente della bowiana “Letter to Hermione”.
Gli altri brani: “Andy’s chest” potrebbe essere un outtake di “Hunky Dory” di David Bowie, ed è invece un altro ripescaggio dal repertorio dei Velvet, anche questo allora del tutto inedito; “Hangin’ round” sarebbe stata perfetta nel repertorio dei Mott the Hoople, “Make up” - con l’insistente tuba di Herbie Flowers - è una specie di anticipazione di “Caroline says” (che comparirà in “Berlin”), “Wagon wheel” e “I’m so free” soffrono un po’ per l’eccessivo interventismo dei coretti; “New York telephone conversation” è uno scherzo vaudeville, che potrebbe uscire dalla colonna sonora (firmata da John Kander e Fred Ebb per il film “Cabaret” di Bob Fosse, uscito proprio l’anno prima di “Transformer”).
Al di là dei suoi meriti intrinseci, comunque, quest’album è imprescindibile per le conseguenze che ha determinato: ha riportato Lou Reed alla ribalta, l’ha fatto ridiventare un personaggio (anche da classifica), e probabilmente è servito a ridargli piena fiducia nelle proprie possibilità dopo il periodo di eclissi seguito all’uscita dai Velvet Underground. Non a caso, dopo “Transformer” Lou Reed scriverà un capolavoro indiscutibile come “Berlin” (qui la recensione di Rockol); non a caso, in seguito prenderà garbatamente benché orgogliosamente le distanze dalla musica e dalle canzoni di “Transformer” ("Io sono il miglior imitatore di me stesso. E dunque, visto che tutti stavano facendo soldi imitandomi, ho pensato che non c’era ragione per non farlo anch’io. Perché no? Sono stato io a creare Lou Reed. Personalmente ho pochissimo in comune con il personaggio Lou Reed, ma posso impersonarlo bene, molto bene”).
Dunque, “Transformer” è per più ragioni un disco-manifesto: perché simboleggia al meglio l’immagine pubblica del Lou Reed inizio anni Settanta, perché è il frutto di uno sforzo comune di tre dei personaggi più significativi dell’epoca - lo stesso Lou, David Bowie e il forse non ancora abbastanza rivalutato Mick Ronson - e perché, con il suo evidente insistere sulle tematiche gay (ma un gaysmo molto camp, oggi diremmo platinettiano), incarna perfettamente lo spirito del suo tempo, il tempo in cui il glam rock viveva la sua grande ma breve stagione. Riascoltarlo può in parte lasciare insoddisfatti, possederlo è praticamente obbligatorio.
"Transfomer" di Lou Reed è disponibile su Legacy Recordings. Sul sito dedicato all’immenso catalogo italiano e internazionale di Sony Music, puoi scoprire tantissime news, curiosità e promozioni dal mondo della musica. Un archivio con tutti i protagonisti, la loro discografia e l’opportunità di pre-ascoltare moltissimi brani.
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