Levante, l'ascolto di "Abbi cura di te"

Levante, l'ascolto di "Abbi cura di te"

È la ragazza che andava alla festa con le scarpe da sera, l’unica che non si divertiva. La gente le si ammassava addosso facendo il trenino e lei manco conosceva il padrone di casa. E allora esprimeva quel senso d’estraneità con un urlo – “Che vita di merda” – che parecchia gente ha usato in modo ironico per dar voce a un’insoddisfazione più ampia e profonda. Se quella ragazza dovesse tornare a casa di Alfonso, oggi, avrebbe vestiti più belli e storie fighissime da raccontare, tipo di quando è andata a suonare in America. Sarebbero tutti lì a darsi di gomito e a dire guarda, è proprio lei. E insomma, due anni dopo “Alfonso” e a un anno dall’album di debutto “Manuale distruzione”, gli occhi sono puntati su Levante. Le tocca dimostrare che c’è, che non era solo una canzone o un album, che ha qualcosa da dire. E lo fa in un disco che la mostra più matura rispetto all’esordio e offre a chi l’ama nuovi motivi per apprezzarla.

Se nel primo album la cantautrice siciliana, torinese dai 14 anni in poi, diceva sostanzialmente che si cresce sulle macerie del passato, in questo spiega che bisogna imparare ad amarsi per essere felici. E infatti attacca con un elenco di cose fatte “per averti”, alcune anche stupide e masochistiche, e verso la fine piazza un eloquente “mi amo e non importa se ridi di me”. In copertina accoltella l’enorme cervello su cui siede e intanto tiene in mano un cuore – un modo niente affatto sottile di rappresentare il tema dell’album, ma del resto “Abbi cura di te” non è un disco sottile. Dice tutto, lo dice chiaramente, e cerca di conquistarvi subito, a partire da “Le lacrime non macchiano”, un pezzo dal suono robusto che ammicca a certo pop-rock venato d’elettronica. L’album ha un sapore dolceamaro simile a quello dell’esordio, ma è più curato, meglio prodotto (da Alberto Bianco), più robusto, più pop. Ogni canzone ha una sua ambientazione sonora, una miscela elettro-acustica – Levante dice d’ispirarsi a Feist e non è difficile associarla a Carmen Consoli – con qualche romanticissimo strumento ad arco fornito dal Gnu Quartet. La novità sta negli occasionali tocchi di elettronica, che è protagonista in particolar modo di “Lasciami andare”, prodotta dal compagno della cantante, Simone Cogo alias Bloody Beetroots.

La canzone che dà il titolo al disco segue lo schema ad effetto che prevede una strofa vuota, sorretta da una chitarra acustica, pianoforte, piccola elettronica e qualche riverbero, seguita da un ritornello pieno, vigoroso, melodico. Il contrario di “Caruso Paskoski”, solare, ritmata, dal buonumore contagioso. Il titolo e il testo rimandano al film del 1988 di Francesco Nuti “Caruso Paskoski di padre polacco” che Levante vide in tv col papà. Si narra di una storia d’amore cominciata da bambini sulla spiaggia (“Dimmi quanti anni hai? Quante lettere ha il tuo nome? Io sono fare la ruota-ta-ta-ta”) e continuata a una feste delle medie e oltre, con caparbietà. E chissà che il lento che ballano i ragazzini somigli a “La rivincita dei buoni”, che strizza l’occhio a certi pezzi anni ’50 sognanti e melodici, però con una produzione contemporanea, piena di particolari sonori e armonie evanescenti. Per chi ha voglia di qualcosa di più brioso il menu prevede “Contare fino a dieci”, una chitarra acustica folk che sembra presa da un disco di Simon & Garfunkel e un ritornello pieno e, diciamo così, arrabbiato, sulla pazienza che ci vuole per affrontare la stupidità altrui. La storia famigliare di Levante torna in “Finché morte non ci separi”, cantata con la madre della cantautrice che ha cresciuto i figli da sola dopo la morte del marito.

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Le deviazioni dal tema amoroso, il cercarsi-prendersi-lasciarsi eterno protagonista delle canzonette, sono molte e salutari. Come “Pose plastiche”, un affondo al bel mondo delle feste dove transitano celebrità minori coi loro “sorrisi indossati all’occorrenza”. Oppure “Biglietto per viaggi illimitati”, il racconto poetico dell’addio al padre ferroviere che chiude il lavoro sostituendo il ritornello con una specie di carillon d’altri tempi, un tocco tipico del gusto rétro della cantautrice. Il lato più interessante di Levante è rappresentato dalle irregolarità, da quel modo di raccontare storie piccole, dalla capacità di mischiare nella stessa canzone malinconia e gioia. Ma anche dalle scelte linguistiche improbabili – solo lei e Carmen Consoli possono infilare in una canzone l’espressione “silenzio catartico” e farla franca – e dalla mancanza di malizia. Con la sua sensibilità d’altri tempi e le sue idee semplici e pulite sull’esistenza, “Abbi cura di te” è un disco contro il cinismo. Per essere il lavoro di una giovane donna che ha fatto i conti con un passato doloroso e ha scelto di essere felice, possiede un entusiasmo e un candore che hanno qualcosa di fanciullesco, e d’incantato.

(Claudio Todesco)

 

 

 

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